Ifarabutti's Blog
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fonte:

http://dinoway.blogspot.com/2008/04/ecco-voi-i-70-condannati-prescritti.html

Popolo delle Libertà (45)

Abrignani Ignazio (FI): indagato a Milano per dissipazione postfallimentare nelle indagini sulla bancarotta della Cit.
Berlusconi Silvio (FI): 2 amnistie (falsa testimonianza P2 e falso in bilancio Macherio); 1 assoluzione dubitativa (corruzione
Gdf, falso bilancio Medusa); 1 assoluzione piena (corruzione giudici Sme-Ariosto); 2 assoluzioni per depenalizzazione del
reato da parte dello stesso imputato (falsi in bilancio All Iberian, Sme-Ariosto); 8 archiviazioni (6 per mafia e riciclaggio, 2 per
concorso in strage); 6 prescrizioni (finanziamento illecito a Craxi con All Iberian; falso in bilancio Macherio; falso in bilancio
e appropriazione indebita Fininvest; falso in bilancio Fininvest occulta; falso in bilancio Lentini; corruzione giudiziaria
Mondadori); 3 processi in corso: Telecinco (falso bilancio, frode fiscale, violazione antitrust spagnola), caso Mills (corruzione
giudiziaria), diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso bilancio, frode fiscale), Saccà (corruzione); 1 indagine in corso
(istigazione alla corruzione di alcuni senatori).
Bergamini Deborah (FI): La sua posizione è al vaglio della Procura di Roma per ipotesi di interruzione di pubblico servizio per aver ritardato le notizie sui risultati elettorali delle regionali 2005.
Berruti Massimo Maria (FI): Condannato in via definitiva a 8 mesi per favoreggiamento.
Brancher Aldo (FI): Condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi. Indagato a Milano per ricettazione nell’indagine sulla scalata di Fiorani (Bpl).
Briguglio Carmelo (FI): Nel 1999 viene rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e truffa alla Regione e all’Unione europea
nell’inchiesta della Procura di Palermo su presunti finanziamenti regionali e comunitari girati a tre società «amiche» per corsi
di formazione professionale.
Camber Giulio (FI): Condannato nel 2007 dalla Corte d’appello di Trieste a 8 mesi di reclusione (con rito abbreviato e sconto
di un terzo della pena) per millantato credito nell’ambito del crac Kreditna Banka.
Cantoni Giampiero (FI): Ha patteggiato 2 anni di reclusione complessivi prima per corruzione (con risarcimento di 800
milioni di lire) e poi per concorso nella bancarotta fraudolenta del gruppo Mandelli.
Catone Giampiero (Dc Autonomie): arrestato a Roma nel 2001 per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata,
falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. E’ indagato per estorsione per aver spillato 118mila euro ad alcuni dirigenti Merker.
Ciarrapico Giuseppe (FI): 5 condanne definitive, una in primo grado e una serie impressionante di arresti e procedimenti
penali. Nel 1973 condanna per truffa aggravata e continuata ai danni di Inps, Inail e Inam per non aver registrato sui libri paga gli stipendi dei dipendenti. Nel 1974 multa di 623.500 lire per aver violato per quattro volte la legge che tutela “il lavoro dei fanciulli e degli adolescenti”. Nel marzo ’93 viene arrestato a Roma per lo scandalo Safim Leasing- Italsanità. Nel 1995 viene condannato con rito abbreviato a 1 anno per falso in bilancio e truffa. Aprile ’93: Di Pietro lo fa di nuovo arrestare per una stecca di 250 milioni di
lire versata al segretario del Psdi Antonio Cariglia su richiesta di Andreotti. Passa un mese e torna dentro, stavolta per un presunto miliardo alla Dc andreottiana nello scandalo delle Poste. A giugno, condanna in primo grado a 6 mesi per diffamazione. Nel 1997 la Procura di Roma lo fa rinviare a giudizio per peculato, abuso e falso nella sua attività di re delle acque minerali. Nel 1995 viene condannato con rito abbreviato per falso in bilancio delle Terme Bognanco. Nel 1998 condanna in Cassazione a 4 anni e 6 mesi per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano. Nel 1999 la quinta condanna definitiva a 3 anni per il crac da 70 miliardi della società che controllava la “Casina Valadier”. Nel ’99, condannato in appello per emissione di assegni a vuoto, assolto in Cassazione perchè il reato è stato appena depenalizzato. Nel 2000 cade in prescrizione la condanna in primo grado per violazione della legge sulle assunzioni obbligatorie di invalidi. Nel 2001, condanna in primo grado a Perugia per abuso d’ufficio. Nel 2002 il Tribunale di Roma lo condanna a 1 anno e 8 mesi per truffa e violazione della legge sulle trasfusioni. E nel 2005 è rinviato a giudizio per ricettazione nella vecchia vicenda delle tangenti al ministero delle Poste. Del novembre 2007, il Ciarra è indagato a Roma per truffa ai danni di Palazzo Chigi. Intanto
il fisco italiano attende che il Ciarra versi 1,495 milioni di euro di tasse mai pagate. E non è questo l’unico suo debito: tallonato
dai piccoli azionisti dell’Ambrosiano, risulta residente per l’Anagrafe in una camera e servizi annessa a un capannone industriale dove ha sede la tipografia di “Ciociaria Oggi”, a Villa Santa Lucia.
Comincioli Romano (FI): Imputato per le false fatture e i bilanci truccati di Publitalia, patteggia 1 anno e 8 mesi, ottiene il consenso del pm. Nel febbraio 2008, alla vigilia della fine della legislatura, la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato respinge al mittente la richiesta di autorizzazione (inoltrata dal gip di Milano Clementina Forleo) a usare le sue telefonate intercettate con l’amico
Stefano Ricucci a proposito della scalata al «Corriere della Sera».
De Angelis Marcello (An): Condannato in via definitiva a 5 anni di carcere (di cui 3 scontati in carcere) per banda armata e
associazione sovversiva come dirigente e portavoce del gruppo neofascista Terza Posizione.
De Gregorio Sergio (FI-Italiani nel Mondo): Dal giugno 2007 è indagato dalla Procura antimafia di Napoli per i reati di riciclaggio e favoreggiamento della camorra. Nel febbraio 2008 è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma per il reato di corruzione.
Dell’Utri Marcello (FI): Condannato definitivamente a Torino a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione
di Publitalia. Condannato in primo grado e in appello a Milano a 2 anni per tentata estorsione mafiosa insieme al boss trapanese Vicenzo Virga ai danni dell’imprenditore Vincenzo Garraffa. Condannato in primo grado a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione
mafiosa. Salvato dall’immunità parlamentare dalla richiesta di arresto avanzata nel 1999 dai giudici di Palermo in un processo per calunnia aggravata contro alcuni pentiti (processo chiuso in primo grado con l’assoluzione e ora in fase di appello).
De Luca Francesco (Dc Autonomie): indagato dalla Procura di Milano per tentata corruzione in atti giudiziari.
Fasano Vincenzo (An): coinvolto in due procedimenti penali relativi alla gestione delle aree Asi di Battipaglia (Salerno). Assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta, per il quale era stato condannato a 1 anno in primo grado. Condannato a 2 anni per concussione il 16 ottobre 2007, pena peraltro indultata.
Firrarello Giuseppe (FI): Arrestato e condannato in primo grado (il 13 aprile 2007) a Catania alla pena di 2 anni e 6 mesi di
reclusione per turbativa d’asta nel processo (tangenti) e per concorso esterno in associazione mafiosa.
Fitto Raffaele (FI): Indagato a Bari per corruzione, falso e illecito finanziamento ai partiti.
Formigoni Roberto (FI): Imputato per abuso d’ufficio nel processo sui maneggi intorno alla fondazione Bussolera Branca.
Assolto in primo e secondo grado, s’è visto annullare la sentenza dalla Cassazione, che ha ordinato di rifare il processo d’appello.
Galati Giuseppe (FI): indagato a Catanzaro per associazione a delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete.
Giudice Gaspare (FI): Imputato a Palermo per associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta aggravata e riciclaggio.
Grillo Luigi (FI): nel 2005 chiesto il rinvio a giudizio per aggiotaggio. Nel 2006 Grillo, grazie alla prescrizione appena dimezzata dalla legge ex Cirielli, ha visto cadere davanti al gip di Genova le accuse mosse contro di lui per una presunta truffa nella progettazione della Tav Milano-Genova.
La Malfa Giorgio (FI-Pri): Condannato definitivamente a 6 mesi per il finanziamento illecito della maxitangente Enimont.
Landolfi Mario (An): indagato in Campania per corruzione e truffa «con l’aggravante di aver commesso il fatto per agevolare il clan mafioso La Torre».
Lehner Giancarlo (FI): condannato per diffamazione dal Tribunale di Trento.
Martinat Ugo (An): Indagato dal 2 maggio 2005 a Torino per turbativa d’asta e abuso in atti d’ufficio a proposito degli appalti per l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione e per due strade costruite in vista delle Olimpiadi invernali di Torino 2006.
Matteoli Altero (An): Imputato a Livorno per favoreggiamento. il processo viene bloccato.
Messina Alfredo (FI): più volte indagato insieme al Cavaliere e ai suoi cari, sotto inchiesta a Milano (la Procura ha da poco depositato gli atti a fine indagini) per favoreggiamento nella bancarotta fraudolenta dell’Hdc.
Nania Domenico (An): Arrestato per 10 giorni e poi condannato in via definitiva a 7 mesi per lesioni personali legate ad attività violente nei gruppi giovanili di estrema destra (fatti dell’ottobre ’69, sentenza emessa nel 1977 e divenuta definitiva nel
1980). Condannato in primo grado per gli abusi edilizi, prescritto.
Nessa Pasquale (FI): Imputato a Bari per concussione. Chiesto il suo rinvio a giudizio.
Paravia Antonio (FI): arrestato nel 1995 per un giro di tangenti nella sanità a Napoli. Prescritto.
Papa Alfonso (FI): indagato dal Tribunale dei ministri di Roma per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze “facili”. salvato dall’immunità parlamentare.
Pecorella Gaetano (FI): Imputato a Brescia per favoreggiamento nelle stragi di piazza Fontana e piazza della Loggia: nel 2007, dopo cinque anni di indagini, la Procura ha chiesto il suo rinvio a giudizio con l’accusa di aver corrotto un pentito di Ordine nuovo, Martino Siciliano, testimone-chiave nei processi per le due stragi nere, perché ritrattasse le sue accuse contro Delfo Zorzi.
Pittelli Giancarlo (FI): Indagato a Catanzaro per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e “appartenenza a
loggia massonica segreta o struttura similare” e a Salerno per rivelazione di segreto, diffamazione e calunnia nei confronti del
pm De Magistris, e pare anche per corruzione giudiziaria.
Proietti Cosimi Francesco (An): Indagato a Potenza e poi a Roma per corruzione, ha visto la sua posizione finire in archivio,
ma solo in parte.
Russo Paolo (FI): indagato dalla Dda di Napoli per concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito di indagini sulla camorra del Nolano per i suoi rapporti con un imprenditore vicino, secondo gli inquirenti, ai clan della zona. Archiviato, resta però indagato nello stesso procedimento per violazione della legge elettorale.
Scapagnini Umberto (FI): Il 26 ottobre 2007 il pm catanese Francesco Puleio ha chiesto la sua condanna a 2 anni e 10 mesi di
reclusione per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale. E’ pure indagato a Catania per abuso d’ufficio aggravato per i parcheggi sotterranei in costruzione nella città etnea.
Scelli Maurizio (FI): sospettato di aver intermediato il riscatto per la liberazione di alcuni ostaggi in Irak, è accusato dalla Procura militare di Roma e dalla Corte dei Conti di aver dirottato verso altre destinazioni 17 milioni di euro destinati alla missione “Antica Babilonia” a Nassiriya”.
Sciascia Salvatore (FI): Condannato definitivamente a 2 anni e 6 mesi per aver corrotto, nella sua qualità di manager
Fininvest, alcuni ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza.
Simeoni Giorgio (FI): Indagato a Roma per associazione per delinquere e corruzione nello scandalo delle tangenti sulla sanità
nel lazio, nel 2006 s’è salvato grazie all’immunità parlamentare.
Speciale Roberto (FI): indagato dalla Procura militare di Roma per il presunto utilizzo privato di mezzi della GdF.
Tomassini Antonio (FI): condannato in via definitiva dalla Cassazione a 3 anni di reclusione per falso.
Tortoli Roberto (FI): Indagato dalla Procura di Arezzo per concorso in estorsione in uno scandalo che ruota intorno alla costruzione di una multisala cinematografica ad Arezzo.
Valentino Giuseppe (An): Indagato nel 2004 dalla Dda di Catanzaro per i suoi presunti rapporti con l’avvocato Paolo Romeo,
condannato per la sua appartenenza alla ‘ndrangheta, archiviato. Ma è tuttoggi indagato a Roma per favoreggiamento.
Vizzini Carlo (FI): Condannato in primo grado a 10 mesi e salvato dalla prescrizione in appello per il finanziamento illecito di
300 milioni di lire dalla maxitangente Enimont. Assolto dal Tribunale dei ministri di Roma dall’accusa di aver preso tangenti
quand’era ministro socialdemocratico delle Poste.

Lega Nord (7)

Bossi Umberto: Condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont. Condannato in via definitiva per istigazione a delinquere e per oltraggio alla bandiera. Il 16 dicembre 1999 la Cassazione l’ha condannato a 1 anno per istigazione a delinquere. Condannato in via definitiva nel 2007 a 1 anno e 4 mesi (poi commutati in 3.000 euro di multa, interamente coperti da indulto) per vilipendio alla bandiera italiana, indultato. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato commesso nel 1997. Condannato a 7 mesi in primo grado e a 4 in appello perresistenza a pubblico ufficiale in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ‘96, la sede leghista di via Bellerio a Milano. Bossi s’è visto annullare con rinvio la seconda condanna dalla Cassazione, che ha disposto un nuovo processo d’appello. E qui, nel 2007, è stato assolto. Ancora aperto, invece, il processo di Verona per le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996: Bossi, con altri quarantaquattro dirigenti leghisti, deve rispondere in udienza preliminare di attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, nonché di aver costituito una struttura paramilitare fuorilegge. Reati depenalizzati e protetto dall’immunità parlamentare.
Bragantini Matteo: Nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 3 anni d’interdizione dall’attività politica, per istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste.
Calderoli Roberto: Indagato a Milano per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Giampiero Fiorani. Salvo per prescrizione nel processo per i tafferugli con la polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano (resistenza a pubblico ufficiale), Calderoli è scampato al processo in corso a Verona per le camicie verdi (attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, struttura paramilitare fuorilegge) grazie a una legge ad personam e all’insindacabilità regalatagli dal Senato.
Caparini Davide: Salvo per prescrizione nel processo per resistenza a pubblico ufficiale nel processo sui tafferugli con la
polizia durante una perquisizione nella sede leghista di via Bellerio a Milano.
Castelli Roberto: Indagato per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze facili al ministero della Giustizia, s’è salvato grazie all’immunità. Per gli stessi fatti la Corte dei Conti l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di 98.876,96 euro e gliene ha contestato un altro di circa 400 mila euro.
Maroni Roberto: Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della sede leghista di via Bellerio a Milano. Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Reati depenalizzati. Resta in piedi solo il terzo.
Stefani Stefano: Indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, ha ottenuto la richiesta d’archiviazione.

Udc-Rosa Bianca (5)

Cesa Lorenzo: Arrestato nel 1993, rinviato a giudizio, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nello scandalo Anas (mazzette per 30 miliardi di lire) e poi salvato da un cavillo. Prescritto. Ma dal 2006 il segretario dell’Udc è di nuovo indagato per iniziativa dei pm di Catanzaro Luigi De Magistris e Isabella De Angelis, che lo accusano di truffa per «per avere ottenuto illecita erogazione di circa 5 miliardi di lire» dalla Ue e dalla Regione Calabria. Chiesta l’archiviazionei.
Cuffaro Salvatore: Condannato a 5 anni dal Tribunale di Palermo nel gennaio 2008 per favoreggiamento aggravato di alcuni mafiosi. Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa in un fascicolo pendente presso la Dda di Palermo.
Mannino Calogero: Arrestato nel febbraio 1995 e tuttoggi imputato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto in primo grado nel 2001, tre anni dopo viene condannato in appello a 5 anni e 4 mesi.Sentenza annullata e processo rifatto da capo. Nel 2007 la Procura di Marsala ha chiesto il rinvio a giudizio di Mannino per associazione a delinquere, appropriazione indebita, frode in commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine, falso ideologico e truffa aggravata.
Naro Giuseppe: Condannato in primo grado a 3 anni e in Cassazione a 6 mesi definitivi di reclusione per abuso d’ufficio nel processo per l’acquisto con denaro pubblico di 462 ingrandimenti fotografici, alla modica cifra di 800 milioni di lire. Due prescrizioni hanno invece cancellato le accuse mosse contro di lui nell’inchiesta sulla Tangentopoli messinese (primo grado: condanna a 1 anno e mezzo) e in quella per le spese folli di Taormina Arte (peculato). Assoluzione piena per un altro abuso d’ufficio che aveva spinto la magistratura ad arrestarlo.
Romano Francesco Saverio: Indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, ha ottenuto l’archiviazione nel
2003 per il caso Guttadauro-Cuffaro. Ma dall’inizio del 2006 è stato di nuovo inquisito dalla Dda palermitana per concorso esterno, dopo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella a proposito di altri presunti summit con mafiosi.

Partito democratico (13)

Benvenuto Romolo: condannato in primo grado nel 1999 a 140 mila lire di ammenda per percosse all’ex convivente.
Carra Enzo: condannato in via definitiva a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero.
Castagnetti Pierluigi: ha una prescrizione per corruzione. Il 5 dicembre 2002 chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione (tangenti).
Crisafulli Vladimiro: ha visto finire in archivio l’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa alla Procura di Caltanissetta. In un’altra indagine, aperta per rivelazione di segreti d’ufficio dalla Procura di Messina, la sua posizione è stata stralciata con richiesta di archiviazione al gip, che non s’è ancora pronunciato.
D’Alema Massimo: s’è salvato per prescrizione del reato (accertato) di finanziamento illecito nel processo a proposito di 20 milioni di lire in nero versatigli dal boss delle cliniche Francesco Cavallari (Sacra corona unita). Archiviazione a Reggio Emilia per i presunti fondi neri incamerati dal Pci-Pds. Archiviata a Roma anche l’inchiesta per finanziamento illecito nata a Venezia. a Parma invece, dove Calisto Tanzi sosteneva di averlo finanziato con inserzioni pubblicitarie sulla rivista della sua fondazione Italianieuropei, D’Alema è rimasto un semplice testimone; infine la Procura di Milano sta ancora vagliando la sua posizione nell’ambito delle indagini sulla scalata dell’Unipol alla Bnl di Consorte nell’estate del 2005: il gip Clementina Forleo, che ipotizzava un suo concorso nell’aggiotaggio di Consorte, ha trasmesso gli atti alla Procura.
Gozi Sandro: Indagato – secondo «Panorama» – per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle logge segrete dalla Procura di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta «Why Not» sui fondi pubblici succhiati da consulenze fittizie e società create da politici calabresi (e non) di destra e di sinistra.
Laganà Fortugno Maria Grazia: ipotesi di reato: truffa ai danni dello Stato, per presunte forniture sanitarie irregolari.
Latorre Nicola: è stato indagato a Potenza per favoreggiamento, archiviata. Altre intercettazioni telefoniche l’hanno portato Latorre a un passo dal finire indagato a Milano per le scalate bancarie dei furbetti del quartierino. Ora la sua posizione è al vaglio della Procura di
Milano.
Lolli Giovanni: imputato in udienza preliminare a Bari per favoreggiamento nell’inchiesta sui presunti abusi della
Missione Arcobaleno. . Nel 1999 accusato di favoreggiamento, rischia la prescrizione.
Lusetti Renzo: condannato dalla Corte dei conti a risarcire il Comune di Roma oltre 2 miliardi di lire per consulenze ingiustificate. In appello l’importo è stato ridotto di un quinto.
Margiotta Salvatore: indagato a Potenza per falso ideologico e a Catanzaro, secondo l’Ansa, per abuso d’ufficio, ipotesi di peculato e rivelazione di segreto d’ufficio.
Papania Antonio: il 24 gennaio 2002 ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio. La vicenda risale al 1998.
Rigoni Andrea: condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per un abuso edilizio sul monte di Porto Azzurro, all’isola d’Elba. prescritto.

nov
20

 

 

fonte:

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200911articoli/49460girata.asp

I risparmi della famiglia del premier depositati all’istituto svizzero “Arner” già nel mirino della Procura di Milano Il Pd attacca: governo faccia chiarezza ROMA Sarebbe di circa 60 milioni di euro la somma complessiva depositata sui conti della famiglia Berlusconi in Banca Arner Italia, l’istituto al centro di un’indagine per riciclaggio della Procura di Milano. È quanto indica la ricostruzione andata in onda ieri sera durante la puntata di Report, in onda su Rai Tre, dedicata al caso, sulla filiale milanese della banca, fondata nel ’94, e che ha sede a Lugano. Durante la trasmissione si è ritornati a parlare dei conti della Holding Italiana seconda, ottava e quinta, amministrate da Marina e Pier Silvio Berlusconi «con circa 50 milioni» e del conto numero 1, intestato al presidente del Consiglio, «con più di 10 milioni di euro». Oltre a ciò Report ha parlato, citando un’ispezione di Bankitalia, della «impossibilità di accertare i beneficiari economici di alcune società che hanno il conto alla Arner Italia». Tra queste la Flat Point Development Limited di Antigua, società che sta costruendo ville nell’isola caraibica. Tra gli acquirenti, secondo quanto ricostruito, ci sarebbe anche Silvio Berlusconi «che, a maggio 2008, trasferisce 3 milioni e 367 mila euro». I futuri proprietari di queste ville avrebbero inviato i soldi all’ufficio di Torino della Flat Point la quale avrebbe depositato «ad Arner Milano che a sua volta invia i soldi ad Arner Lugano». Inoltre nella trasmissione condotta da Milena Gabanelli, l’inchiesta giornalistica di Paolo Mondani, ha legato, sempre citando il rapporto di Bankitalia, ad Arner Italia il nome di due società lussemburghesi, la “155 Sa” e “Karfira Holding Sa”, società anonime che controllano due società italiane amministrate dalla famiglia dell’avvocato Giovanni Acampora, (condannato definitivamente per le vicende Imi-Sir e Lodo Mondadori) che hanno un immobile a Roma, il Grande Hotel Via Veneto aperto lo scorso aprile. Secondo Report «la Banca d’Italia avrebbe puntato l’attenzione su alcune operazioni finanziarie attorno all’albergo, non sarebbero chiari i reali proprietari dell’hotel e il perchè di alcuni bonifici milionari». Mentre sul fronte-Berlusconi non arrivano reazioni né smentite alle accuse di “Report”, scende in campo il Pd. «Il governo faccia chiarezza al più presto su quanto denunciato da organi di informazione sui presunti rapporti tra la famiglia Berlusconi e la Banca Arner in Svizzera», chiede la senatrice del Pd Maura Leddi annunciando un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia. «Chiediamo di sapere – dice la senatrice – se corrisponda al vero che la famiglia Berlusconi abbia quattro conti correnti per sessanta milioni di euro presso la Banca Arner; e se altri politici o membri del governo abbiano conti correnti a perti presso questo istituto bancario». «Se ciò fosse vero – osserva Maura Leddi – non solo saremmo di fronte ad una vicenda grave poichè la Banca Arner è stata commissariata dalla Banca d’Italia per gravi irregolarità, ma chiediamo al ministro se non ritenga opportuno aprire un’indagine per chiarire se e in quale misura questa vicenda possa coinvolgere esponenti del governo». «Se si tratta invece di notizie infondate il governo faccia al più presto una smentita pubblica» conclude la senatrice democratica.

nov
16

nov
16

fonte:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Vado-riciclo-e-torno/2025965

Vado, riciclo e torno

di Peter Gomez e Vittorio Malagutti

Il capo della banca svizzera usata da Berlusconi. Il costruttore condannato per mafia. Il grande avvocato d’affari. E un giro milionario di denaro da occultare

Era cominciato tutto con una telefonata. Una conversazione breve, quasi in codice. Poche frasi secche pronunciate nel settembre 2005 da un uomo dal forte accento palermitano che si era presentato al banchiere svizzero Nicola Bravetti come “il signor Moro”. “Allora ci vediamo da Paolo giovedì”, aveva detto l’uomo prima di chiudere la conversazione. E agli investigatori della Guardia di Finanza di Como, che avevano messo sotto controllo i telefoni di Bravetti per sgominare una banda di spalloni specializzata nell’esportazione di valuta, gioielli e lingotti d’oro, era rimasta la curiosità di capire chi mai fossero Paolo e il signor Moro.

Nel giro di tre giorni la risposta: Moro era Francesco Zummo, un importante costruttore siciliano legato a Cosa nostra e all’ex sindaco Vito Ciancimino. Un imprenditore a cui quei rapporti pericolosi erano già costati una condanna per favoreggiamento e un processo che di lì a pochi mesi si sarebbe concluso con un verdetto di colpevolezza per il reato di concorso in associazione mafiosa. Paolo, invece, era Paolo Sciumè, uno dei più noti avvocati d’affari milanesi, all’epoca membro del consiglio di amministrazione della Banca Mediolanum, di quello del Teatro alla Scala su nomina della Regione Lombardia guidata da Roberto Formigoni (Sciumè è considerato di area Comunione e liberazione), e per 13 anni amministratore della Parmalat di Calisto Tanzi. Negli uffici ovattati dello studio Sciumè, Bravetti e Zummo s’incontravano di nascosto per parlare di soldi. Tanti soldi. Un tesoro da 13 milioni di euro, frutto di traffici di mafia, che Zummo stava tentando di sottrarre alla confisca.

L’8 maggio Zummo e Bravetti sono stati arrestati, a Sciumè invece gli investigatori della Dia hanno notificato un ordine di esibizione di documenti. Grazie al lavoro degli 007 antimafia, la Procura di Palermo, cui l’inchiesta è stata girata per competenza, in tre anni d’indagini è infatti riuscita per la prima volta a

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documentare un’operazione di riciclaggio di denaro in tempo reale. I magistrati hanno ascoltato Bravetti pianificare per telefono la creazione di fondi d’investimento alle Bahamas (il Pluto Investment Fund), hanno intercettato la posta inviata al banchiere con fogli bianchi firmati da prestanome di Zummo, hanno sequestrato documenti che descrivono la complessa architettura finanziaria ideata, secondo l’accusa, per celare la provenienza dei soldi.

Adesso a Milano e in Svizzera la preoccupazione sale. Nicola Bravetti infatti non è un banchiere qualsiasi. È fondatore, direttore e azionista della Arner Bank (sede a Lugano e filiali in Italia e nel paradiso fiscale delle Bahamas), l’istituto di credito che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, utilizza da quasi vent’anni per gestioni di patrimoni e operazioni finanziarie.

Per questo la Arner è stata al centro di tutti i processi per falso in bilancio che hanno fin qui riguardato Fininvest e Mediaset: i soldi in nero che secondo i pm uscivano dalle casse del gruppo di Segrate grazie alle compravendite gonfiate di diritti televisivi, transitavano spesso da lì. E presso la sede milanese della Arner sono depositati in gestione 37 milioni di euro provenienti dalle holding personali di Marina e Piersilvio Berlusconi.

Non basta. Il nome della Arner spunta anche in altri dossier importanti della finanza milanese. Risulta per esempio intestata a un fondo gestito dalla banca svizzera di Bravetti una quota del 20 per cento circa del capitale di MolMed la società di ricerca biomedicale, appena quotata in Borsa e controllata dal San Raffaele in società, tra gli altri, con la Fininvest. Di recente, poi, la Arner è anche inciampata nella storia nera che ha finito per portare in carcere l’immobiliarista (ex rampante) Danilo Coppola, uno dei protagonisti della nuova razza mattona che nel 2005 diede l’assalto ai piani alti della finanza italiana.Ora esplode il caso Cosa nostra.

La Arner, con una lunga lettera inviata l’8 maggio alla Commissione federale svizzera delle banche

(15 maggio 2008)
nov
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fonte:

http://www.dgmag.it/internet/legge-intercettazioni-blog-e-siti-web-chiusi-per-rettifica-22254

 

La legge sulle intercettazioni approvata due giorni fa riguarda anche il web. E’ censura?

Quasi.

Se n’è accorto l’avvocato Guido Scorza, che ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi. Il nuovo disegno di legge in materia di intercattazioni vuole applicare l’obbligo di rettifica anche ai blog e ai siti web.

In parole povere, tutti “i gestori di siti informatici” (e già qui c’è  tanto da dire) sono obbligati a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Chiunque osi pubblicare o commentare contenuti diffamatori, siano questi post, video e quant’altro, può ricevere una richiesta di rettifica che dovrà essere applicata nel giro di 48 ore.

E per chiunque si intende proprio chiunque, compresi coloro che si occupano di informazione a livello amatoriale come blogger e gestori di newsgroup.

Nel maxiemendamento è anche specificato che chi non rispetterà l’obbligo dovrà pagare una sanzione che potrebbe oscillare tra i 7.000 e i 12.000 euro.

Naturalmente, prima di pubblicare qualcosa che potrebbe danneggiare terze persone e, di conseguenza, noi stessi, i chiunque di cui sopra ci penseranno due volte. Forse tre.

Questo significa che parte della libertà di informazione in Rete a cui siamo ormai abituati, verrà soppressa con un’ autocensura che altrimenti potrebbe costare cara.

In passato erano già state proposte leggi per regolamentare la rete: si ricordi il DDL Levi, o ammazzablog, seguito dal DDL Cassinelli, o legge salvablog che tentarono di stabilire un ordine riproposto adesso da questo maxiemendamento. Un ordine che sta creando il caos.

Inoltre, e qui viene il bello, Scorza mette in rilievo un dato su cui fermarsi a riflettere un bel po’: perché a chi si occupa di informazione a livello amatoriale devono essere riconosciuti gli oneri e non gli onori? Perché chi scrive senza essere pagato deve promettere di rispettare dei doveri senza che gli venga riconosciuto nessun diritto?

Previsioni per il futuro, purtroppo, non se ne possono fare, ma non si può non sperare questo delirante maxiemendamento venga abbattuto da una nuova legge salvainternet.

nov
16

fonte:

http://www.webmasterpoint.org/speciale/2009giu12-obbligo-rettifica-siti-web.asp

 

D’ora in poi, tutti “i gestori di siti informatici”, saranno obbligati a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Non dar corso tempestivamente all’eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di “gestore di sito informatico”: la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.

Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell’analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.

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Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto severo.

L’intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online – avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale – la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell’8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l’obbligo di rettifica.

La legge sulla stampa, tuttavia – come probabilmente è noto ai più – costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all’assemblea costituente ormai oltre sessant’anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un’evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti.

Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di “aggiornamento” urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell’informazione nella storia dell’uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.

Ma c’è di più.

Sono anni che si discute ad ogni livello – nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi – della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.

La brutta ed ambigua riforma dell’editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l’ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il “salvablog” tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la “storica” condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato – in Rete e fuori dalla Rete – un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti.

L’entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa – o almeno una parte importante di essa – si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.

Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato “a gamba tesa” in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere – non so dire se volontariamente o inconsapevolmente – un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.

Nel Palazzo, domani, qualcuno – nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet – dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell’altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.

Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato. Provo a riassumere il mio punto di vista.

The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l’informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è.

Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un’attività onerosa che mal si concilia con la dimensione “amatoriale” della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di “disturbare” chicchessia.

Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l’autore del contenuto la veridicità dell’informazione diffusa e, quindi, l’effettiva sussistenza o meno dell’azionato diritto di rettifica.

Risultato: o si doterà – peraltro non a costo zero – di una struttura idonea a pubblicare d’ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.

Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all’informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero – o quasi-libero – di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano.

Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti “giornalisti diffusi” di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.

Ma c’è ancora di più.

Il senso dell’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l’esigenza di “rettificare” un’informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all’arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica.

Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove – salvo eccezioni – chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l’altrui pensiero.

È questo il bello dell’informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l’informazione in Rete è – sebbene ancora per poco – più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.

E per finire, dopo il danno la beffa.

Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l’insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale.

In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire “onori e oneri” mentre, così, l’informazione in Rete finisce con l’essere svilita ad un’attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto.

Guido Scorza
www.politicheinnovazione.eu