I pentiti: «A Riina 200 milioni l’anno per le antenne di Canale 5»

Pubblicato: ottobre 3, 2009 in berlusconi e la mafia
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I pentiti: «A Riina 200 milioni l’anno per le antenne di Canale 5»
di Claudia Fusanitutti gli articoli dell’autore Come e perchè Mangano venga assunto ad Arcore è faccenda che si spiega solo anni dopo. Dopo che diventa ufficiale il pedegree criminale del boss di Porta Nuova. E dopo che Dell’Utri finisce sotto processo a Palermo per mafiosità. Racconterà Mangano ai giudici di Palermo: «Tra il ’73 e il ’74 Cinà (Gaetano) e Dell’Utri vennero a trovarmi a Palermo, mi proposero un lavoro ad Arcore dove un loro amico aveva acquistato una proprietà. Prima di trasferirmi con la mia famiglia andai negli uffici della Edilnord (l’impresa immobiliare di Berlusconi) al numero 24 di Foro Bonaparte e incontrai i signori Berlusconi e Dell’Utri».

Tutto giusto, manca solo un dettaglio: con Mangano alla Edilnord quel giorno si presentano anche i boss Francesco Di Carlo, Mimmo Teresi e Stefano Bontade, all’epoca il Capo di Cosa Nostra nonchè fratello massone. Un incontro raccontato nei particolari da Di Carlo una volta pentito: «Fu un colloquio in cui vennero discusse e decise reciproche disponibilità. Volto a garantire a Berlusconi e alla sua famiglia una protezione dai rapimenti. Il colloquio fu favorito da Cinà, amico di Dell’Utri». E’ un passaggio, questo, da segnalare con cura anche perchè, in modi diversi, è confernato dallo stesso Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera nel 1994, una delle poche volte in cui il premier ha accettato di parlare di mafia: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio Pier Silvio che allora aveva cinque anni…». Fatti due conti – Pier Silvio compie sei anni il 28 aprile 1974 – la minaccia di rapimento precede l’arrivo di Mangano ad Arcore. La domanda è un’altra: Mangano è imposto dalla mafia – per il tramite di Cinà e Dell’Utri – per controllare i traffici di Cosa Nostra al nord offrendo in cambio di una protezione? Oppure, come ha sempre sostenuto Berlusconi, viene ingaggiato solo come guardiaspalle privato visti i rischi di quegli anni? Sembra improbabile che Silvio non conoscesse il profilo criminale di chi stava per far entrare in casa sua. Dirà Paolo Borsellino a Canal Plus, la sua ultima intervista prima di morire (19 maggio 1992): «Buscetta e Contorno hanno indicato lo stalliere di Arcore come uono d’onore di Cosa Nostra. Viveva a Milano ed era il terminale al nord dei traffici di droga delle famiglie palermitane (…). All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa e a gestire una massa enorme di capitali per i quali cercava una sbocco al nord, sia dal punto di vista del riciclaggio sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Mangano era una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Chiarito chi era Mangano, torniamo ad Arcore. Il neo assunto, un signore alto, tratti mediorientali, a suo modo distinto, prende servizio il primo luglio 1974, ha 34 anni, con lui la moglie Marianna e la figlia di 10 anni. Seguono mesi “tranquilli”. Fino al 26 giugno 1975 quando una bomba esplode contro il cancello e il muro di cinta di villa Borletti in via Rovani. Berlusconi sospetta subito dello stalliere, come rivelerà un’intercettazione del 1986. Ma fa finta di nulla, anzi declassa l’esplosione a un crollo. Più imbarazzante è il sequestro (8 dicembre 1975) del principe di Santagata prelevato all’uscita della villa dove era stato a cena. Il sequestrato si libera, i carabinieri indagano ma nessuno dice loro che nella tenuta vive anche Mangano. Il quale resta a servizio fino al 1976. I giornali cominciano a scrivere della sua presenza che diventa ingombrante. Mangano lascia Villa San Martino nel 1976. Un anno dopo se ne va anche Dell’Utri assunto come dirigente del finanziere siciliano Bruno Rapisarda che gestisce alcune aziende, poi fallite, che riciclano denaro di Cosa Nostra. Spiegherà in seguito Rapisarda: «Alberto e Marcello Dell’Utri mi furono raccomandati da Gaetano Cinà che rappresentava gli interessi di Bontade-Teresi e Marchese. Dell’Utri mi disse che la sua mediazione era servita a ridurre le richieste di denaro a Berlusconi da parte dei mafiosi».

Gli atti del processo Dell’Utri illustrano i rapporti del senatore con Cosa Nostra. Dell’Utri torna con Berlusconi nel 1980, ai vertici di Publitalia. Nel frattempo, come testimoniano decine di intercettazioni, non interrompe mai le frequentazioni con Mangano. Trentasette ex mafiosi hanno testimoniato che Dell’Utri è stato il principale contatto della mafia con l’impero finanziario di Berlusconi. Lo confermano prove documentali.
Altre dichiarazioni di pentiti, da Cancemi a Brusca passando per Siino, Cucuzza, Cannella e Pennino, tutte pubbliche, raccontano dei rapporti diretti tra Fininvest e Cosa Nostra. Nell’interrogatorio del 18 febbraio 1994 il boss di Porta Nuova Salvatore Cancemi spiega: «Nella villa di Arcore hanno trovato riparo latitanti come Nino Grado, Mafara e Contorno (…) Nel 1991 Riina precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (…) Il rapporto risaliva almeno al 1989 e più volte ho assistito alle consegne di questo denaro in rate da circa 40-50 milioni». Anche Giovanni Brusca (21 settembre 1999) racconta che «dagli anni ottanta Ignazio Pullarà, boss di Santa Maria del Gesù, a Berlusconi e a Canale 5 gli faceva uscire i piccioli». Sono gli anni della guerra delle tivù e di antenna selvaggia. Dichiarazioni che non hanno mai raggiunto lo spessore della prova.
Nel 2002 il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri e Cinà si trasferisce a Roma per sentire il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Prende la parola l’onorevole-avvocato Niccolò Ghedini: «Abbiamo indicato al Presidente Berlusconi l’opportunità di avvalersi della facoltà di non rispondere».

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