Calvi-Banco ambrosiano

Pubblicato: ottobre 4, 2009 in p2
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Luigi Cipriani, Intervista a Radio popolare sulla vicenda Calvi-Banco ambrosiano, 1985 (?).

Io non vedrei il nocciolo della questione nello scontro fra una finanza cattolica ed una finanza laica privata; ma nell’eliminazione di un personaggio che aveva giocato troppo pesante e aveva assunto una dimensione ingombrante, non più difendibile, non più gestibile, per aprire il varco ad una nuova fase del capitalismo italiano che vediamo nel trionfo della borsa e della speculazione. Ma chi subentra a Calvi è Agnelli…

Domanda. Parliamo di Marcinkus.

Risposta. Un uomo del Vaticano, ma non solo. E’ un personaggio che intreccia contemporaneamente diversi ruoli, è in realtà anche legato ai servizi segreti. Questo è un aspetto finora poco conosciuto di Paul Marcinkus..

Domanda. Molti, sull’intervento dello Ior nel mondo finanziario, in questo caso attraverso Calvi, parlano di una contrapposizione di potere tra una finanza prettamente cattolica ed una laica. Esiste, è esistita questa contrapposizione?

Risposta. Non si possono dare definizioni così schematiche. Ci sono stati momenti di scontro, momenti di alleanza fino a che, poi, la situazione è precipitata innescando la crisi che ha portato al fallimento del Banco ambrosiano. E’ necessario vedere prima come si è arrivati a questo famoso buco, a questo famoso fallimento. Sul piano delle responsabilità, per esempio, se io fossi uno dei giudici porterei sul banco degli accusati la Banca d’Italia. Mi spiego. Nel 1978 si sapeva da anni che il Banco ambrosiano operava sull’estero esportando capitali attraverso lo Ior e operava in Borsa (non nella borsa ufficiale, ma nel borsino) facendo salire i propri titoli acquistando proprie azioni, e questo non è legalmente possibile. Nel 1972 il senatore Merzagora scrisse una lettera al governatore della Banca d’Italia Carli segnalando questi fatti. Nel 1978 ci fu l’indagine della Banca d’Italia e il responsabile dell’indagine, Paladino, disse chiaramente che il Banco operava illegalmente sull’estero, faceva operazioni di aggiotaggio in Borsa e presentò, lui, denuncia alla magistratura; mentre la Banca d’Italia si rifiutò di farlo perché questo, ovviamente, voleva dire andare a colpire il Vaticano, le cui protezioni politiche erano fortissime. Credo che una delle ragioni per cui Carli ha dato poi le dimissioni sia questa storia che lui ha dietro e per la quale corre il rischio di essere incriminato. Quindi è andato a fare il senatore per la Democrazia cristiana.

Domanda. Hai parlato di protezioni politiche. E’ evidente che, quando si fa un’analisi di questo mondo finanziario, si deve tener conto dei legami politici più stretti, dei giochi di potere che esistevano. Possiamo fare un quadro di chi guidava e di chi era accodato alla cordata di Roberto Calvi da un punto di vista politico?

Risposta. Chi guidava era essenzialmente il Vaticano. La dimensione politica dell’intervento vaticano è stata sempre ridimensionata, ridotta a una semplice questione di esportazione di capitali, di uomini di malaffare. Non è affatto così. Se noi analizziamo il ruolo che il Banco ambrosiano ha avuto sul piano internazionale, con una serie di proprie banche aperte in tutti i paesi del Sudamerica, vediamo che il Banco ha finanziato tutti i regimi di destra e autoritari.

Quindi c’è un intervento politico del Vaticano in Sudamerica e questo in accordo col Presidente degli Stati uniti, per impedire che ribellioni popolari abbattessero i regimi di destra. Il Banco ambrosiano ha finanziato l’acquisto di armi, molto spesso di industrie italiane, per l’Argentina, per il Nicaragua e per tutti i Paesi governati da regimi di destra. In Cile è stata costituita addirittura una finanziaria insieme a Pinochet. In Nicaragua, quando Somoza entrò in crisi, il Banco di Managua, che faceva capo al Banco ambrosiano, dirottò centinaia di milioni di dollari per sostenere il dittatore.

Domanda. Questi sono aspetti che le inchieste giudiziarie hanno toccato pochino.

Risposta. Ma sono gli aspetti che stanno dietro al buco che si è realizzato. Ottocento milioni di dollari, su un complessivo buco di milleduecento, sono stati appunto dirottati all’estero sulle finanziarie sudamericane del Banco ambrosiano. Quindi il finanziamento di questi regimi è il retroterra del buco di milleduecento milioni di dollari, non è affatto una fase separata. Se poi questo rientri nelle possibilità d’intervento della magistratura non so dire, ma il retroterra è questo.

Domanda. Si parlava infatti delle centrali finanziarie che lo Ior controllava direttamente da Panama un po’ in tutto il Sudamerica.

Risposta. Sì, e qui c’è la possibilità di intervenire nella famosa questione delle lettere di patronage..

Domanda. Quelle per cui sono stati colpiti da mandato di cattura Marcinkus, Pellegrino De Stroebel e Mennini?

Risposta. Sì. I magistrati milanesi sono arrivati a chiarire che le lettere di patronage erano una pura finzione, una garanzia che lo Ior aveva dato alle filiali del Banco ambrosiano per i depositi che erano stati dirottati per altri lidi. E’ emerso che a capo di questa struttura di finanziarie e filiali estere c’era il Banco ambrosiano Overseas di Nassau nelle Bahamas.

Era già possibile, senza che ci arrivassero i magistrati, chiarire la vicenda dai lavori di una commissione paritetica costituita tra governo italiano e Vaticano, che è sfociata in un accordo amichevole (lo Ior ha pagato 251.000.000 milioni di dollari senza però assumersi alcuna responsabilità). La relazione di questa commissione chiarisce infatti molto bene che Calvi non aveva affatto una parte effettivamente dirigente all’interno del Banco ambrosiano e che chi dirigeva tutto era Marcinkus. Ti voglio leggere alcune righe della relazione, dove si parla molto chiaro. “Risulta dai verbali delle riunioni del consiglio di amministrazione che alla maggior parte di esse era presente Paul Marcinkus. Partecipò a ventitrè riunioni su venticinque e firmò tutti i documenti. Una postilla di questi documenti chiariva che Calvi era autorizzato ad operare al di sotto dei 10.000.000 di dollari”. Quindi le operazioni delle lettere di patronage sono state tutte gestite direttamente e sottoscritte ufficialmente da Marcinkus. Anche da questo punto di vista, quindi, le cose sono ormai molto chiare.

Domanda. Tra i personaggi che si accostano alla storia di Roberto Calvi c’è quello che è considerato il ‘latitante numero uno’ d’Italia, Licio Gelli. Possiamo fare anche una ricostruzione parallela della vicenda della P2 e quella del Banco ambrosiano?

Risposta. Sì, lo facciamo attraverso la vicenda del Corriere della Sera. Da un lato, il Banco ambrosiano aveva assunto una dimensione economica notevolissima anche attraverso alleanze con settori tradizionalmente legati alla finanza vaticana più retriva, cioè i Pesenti e i Bonomi, anche loro piduisti. Dall’altro, c’era questa grossa operazione in corso per l’acquisizione del Corriere della Sera che Calvi aveva acquisito con la finanziaria La Centrale. C’era la necessità di un aumento di capitale della Rizzoli per ripianare i debiti, che erano attorno ai 300 miliardi. A questo punto interviene Gelli con la P2, per creare una rete di sostegno a questa operazione ed acquisire i capitali necessari per andare in porto.

Anche questa operazione è stata vista come acquisizione del controllo diretto da parte della P2 di Gelli del Corriere della Sera. In realtà, la storia non è questa. Noi dobbiamo vedere in questa vicenda il ruolo della P2 e di Ortolani, l’altro personaggio che insieme a Gelli entra in questa operazione come un sostegno al progetto del Vaticano. C’è un intrecciarsi di forze che ritroviamo sempre, ma ancora una volta l’operazione è diretta da Calvi e dal Vaticano e gli altri si muovono per cercare di trovare gli accordi ed i mezzi finanziari necessari per coprire questo buco.

Poi l’operazione saltò perché Calvi fu arrestato e venne fuori tutta l’operazione successiva. Teniamo dunque presente il ruolo di Gelli e di Ortolani. Fra l’altro, Ortolani non è un piduista, è legato al Vaticano direttamente, attraverso l’Ordine dei cavalieri di Malta. Quindi, ancora una volta una struttura clandestina che opera in funzione dei progetti vaticani, della quale fan parte, tra gli altri, Andreotti e Alexander Haig, quell’ex comandante delle truppe Nato in Italia e ministro degli Esteri di Reagan che introdurrà nel gioco Pazienza, un altro degli uomini che entrano in questa vicenda.

Domanda. Dalla tua ricostruzione emerge un ruolo, diciamo così, pubblico di Roberto Calvi come presidente del Banco ambrosiano ma sostanzialmente di copertura di giochi politici, oltre che finanziari, ben più ampi da parte del Vaticano. Possiamo fare anche una ricostruzione delle alleanze politiche più evidenti rispetto a questo gioco del Vaticano?

Risposta. Le alleanze più evidenti sono quelle tradizionali della Democrazia cristiana. Calvi ha finanziato la Dc, ha finanziato operazioni in diretto rapporto con società finanziarie della Dc: per il controllo, ad esempio, di settori di stampa nel Veneto, attraverso Piccoli che è quello che si occupa di questo settore nella sua regione. Le coperture di queste operazioni sono sempre state molto dirette e molto esplicite. Persino all’ultimo momento, nel 1981, quando ormai la Banca d’Italia non poteva più coprire, perché il buco era diventato enorme e le banche estere che avevano prestato soldi a Calvi premevano, Andreatta, che era ministro del Tesoro, va in Vaticano per informare il Papa che non c’è più possibilità di coprire l’operazione ed è quindi necessario trovare una soluzione, chiedendo anche l’intervento dello Ior. Ma poi, come sappiamo, lo Ior non intervenne. Era, dicevo, il 1981, prima del crollo di Calvi.

L’altro rapporto è col partito socialista, che pure ha avuto finanziamenti dal Banco ambrosiano; non so se, a tutt’oggi, li abbia restituiti. E’ noto che Craxi intervenne esplicitamente in Parlamento quando Calvi fu arrestato e messo in galera per la questione di esportazione di capitali per l’acquisizione del Banco varesino.

Domanda. Se non sbaglio ci fu una dichiarazione pubblica di Craxi il quale ammise che, se pure in modo legale, dei finanziamenti c’erano stati.

Risposta. Sì, poi tutti l’ammisero. Anche il partito comunista ammise di aver avuto finanziamenti ma disse che li avrebbe restituiti pignorando i palazzi di Botteghe oscure. Comunque è evidente che Calvi cercò in ogni modo di trovare alleanze politiche, graduando tra Dc e Psi prevalentemente, come i due maggiori partiti di governo.

Domanda. Praticamente queste ‘provvigioni’ che venivano date ai partiti dal Banco erano una contropartita rispetto ad operazioni politiche di sostegno al Banco ambrosiano, che stava marciando in cattive acque?

Risposta. Sì, ma anche in precedenza c’erano stati rapporti coi partiti. Per esempio, attraverso l’Eni, notoriamente controllata da Dc e Psi, il Banco ambrosiano aveva fatto buoni affari sull’estero, a partire dal 1978 addirittura. L’Eni ha perso, in questi rapporti col Banco ambrosiano, centinaia di miliardi in operazioni finanziarie che, al momento del crollo del Banco, non sono più potuti rientrare. Difatti c’è uno scoperto di oltre trecento miliardi dell’Eni che, con le sue finanziarie e banche estere, ha operato estero su estero al di fuori di ogni controllo. Quindi l’affarismo politico che ha legato il Banco ambrosiano ai partiti è una cosa molto vasta, che data da molto prima, quando Calvi era in crisi e ha dovuto in qualche modo cercare sostegno ed appoggi.

Domanda. Arrivando agli sviluppi italiani, a questo crak gigantesco, considerato il più grosso della finanza italiana del secolo, si è arrivati per un cattivo gioco negli affari oppure per una rottura degli equilibri che esistevano intorno al Banco ambrosiano?

Risposta. Diciamo che ci sono ragioni diverse e concomitanti. Da un lato il gioco di Calvi e dell’Ambrosiano in Sudamerica, con finanziamenti ai Paesi che dicevo per l’acquisto di armi, entra in urto con la Gran Bretagna al momento della guerra delle Falkland, e la Gran Bretagna è la capitale della massoneria. Calvi era iscritto, non alla P2, ma alla massoneria; e la regina d’Inghilterra, che è il capo della massoneria, aveva stretti rapporti con Calvi..

Domanda. Sostanzialmente non poteva nello stesso tempo sovvenzionare l’Argentina e mantenere buoni rapporti con la Gran Bretagna.

Risposta. Certo. Il rituale di questo assassinio è un rituale massonico..

Domanda. Tu parli con una certa sicurezza di assassinio, mentre da questo punto di vista siamo ancora nella nebulosa, mi pare, sulla morte di Roberto Calvi.

Risposta. No, ormai le cose sono state chiarite abbastanza bene. Il coroner che emise il verdetto di suicidio è un noto massone inglese, fu un’operazione di copertura. E’ importante, poi, quello che venne trovato addosso al corpo di Calvi, i mattoni nei testicoli stanno a indicare, nel rito massonico, tradimento.

Domanda. La massoneria intesa come associazione di liberi muratori, proprio?

Risposta. Intesa, oramai, come una struttura di potere internazionale intrecciatissima con servizi segreti e finanza e con interessi economici talora contrastanti. Tieni presente che non c’è banchiere, presidente di banca o presidente di repubblica che non sia massone. Ad esempio, Pinochet è massone, Mitterrand è massone. Per chiarire il ruolo di questa organizzazione internazionale, possiamo recuperare nella vicenda la riunione del Bildelberg che si è tenuta in Italia ed è stata assai sottovalutata. Il Bildelberg è una struttura internazionale di massoni dove sono rappresentati tutti i dirigenti delle grandi banche e delle grandi multinazionali, politici come Kissinger, Rockfeller. E’ stata fondata nel 1951 praticamente dalla Cia, e vi parteciparono Allen Dulles ed altri personaggi che poi vennero incriminati negli Stati uniti per operazioni che la Cia aveva fatto sul piano internazionale. Si tratta di una grossa struttura di governo, non sempre lineare e non senza contraddizioni. Non possiamo pensare che la grande borghesia internazionale possa affidare soltanto a rappresentanze politiche esterne le decisioni sui governi, i presidenti, i direttori delle grandi banche internazionali e delle grandi multinazionali. C’è una struttura di governo occulta ed è, appunto, questa. Tornando a Calvi, lui aveva trasgredito certe regole. Ma ci sono altri aspetti che chiudono la parabola. Calvi è stato coperto per molti anni, tutti sapevano le cose che faceva, però non era mai successo niente. Si decide di colpire e chiudere con denunce e incriminazioni il capitolo Calvi proprio nel momento in cui in Italia si chiude la fase di unità nazionale e si apre quella della riconversione politica, che punta non più al coinvolgimento del partito comunista ma al suo isolamento. Siamo nell’80-81, all’apertura della fase pentapartito ma anche di una nuova fase del capitalismo italiano attraverso il rilancio della finanza, della borsa, dell’autofinanziamento, di un’attività abnorme di speculazione finanziaria da parte dei grandi gruppi.

Domanda. Che è il momento della grande ascesa del partito socialista.

Risposta. Sì. Nell’80-81, Calvi era riuscito a mettere assieme circa il 25% delle società quotate in borsa, le più ricche, quelle che a tutt’oggi fanno gola. Ad esempio, compagnie di assicurazione: attraverso l’alleanza con Pesenti e Bonomi, Calvi contava sulle Toro e sulla Ras. Era riuscito a mettere insieme la più grande banca privata italiana col Banco ambrosiano, la Banca cattolica del Veneto e il Credito varesino; a mettere le mani sull’informazione. Aveva capito, fra l’altro, che il gioco in borsa si conduce attraverso messaggi da lanciare ai risparmiatori sui giornali e attraverso l’orientamento del risparmio fatto dalle banche e dalle compagnie di assicurazione, che raccolgono grandi liquidità e poi le giocano in borsa. Proprio nel momento in cui il capitalismo italiano tende a lanciarsi in questo senso, Calvi diventa un elemento spurio, al di fuori dei giochi. Allora interviene Cuccia, che è l’altro personaggio che rimane dietro a queste vicende. Calvi viene messo in galera, condannato a quattro anni e comincia di lì la sua fine, viene smembrato il suo gruppo. Il Banco ambrosiano è affidato alla finanza cattolica, in parte, e ad altre banche controllate dal Psi e dalla Dc. E chi subentra? Agnelli.

Domanda. In pratica, una vera e propria sostituzione ad un vertice di potere.

Risposta. Certo. E allora, tornando a quello che si diceva prima, io non vedrei il nocciolo della questione nello scontro fra una finanza cattolica ed una finanza laica privata; ma nell’eliminazione di un personaggio che aveva giocato troppo pesante e aveva assunto una dimensione ingombrante, non più difendibile, non più gestibile, per aprire il varco ad una nuova fase del capitalismo italiano che vediamo nel trionfo della borsa e della speculazione. Ma chi subentra a Calvi è Agnelli. Se andiamo a vedere, la Toro è stata acquisita da lui, Rizzoli-Corriere della Sera è tornato nelle mani di Agnelli, che ha acquisito anche la quota di maggioranza del Banco ambrosiano. Si apre e si chiude un ciclo e, a un certo punto, si rende necessario togliere di mezzo il personaggio Calvi, dapprima coperto, poi diventato ingombrante. Perciò sono molteplici gli aspetti che stanno sul tappeto.

Domanda. Guardando al mondo della finanza degli anni Settanta, si ha la sensazione che si parli sempre di situazioni passate, relegate a quegli anni, con personaggi deteriorati da un punto di vista pubblico, come alcuni nomi che hai fatto parlando di questa vicenda. In realtà non è così, se il sistema economico e finanziario si ripresenta oggi, secondo te, in modo differente perché differenti sono stati i personaggi alla ribalta; ma con lo stesso meccanismo di volontà politica ed economica.

Risposta. Vediamo per esempio l’operazione fatta dalla Fiat con la cessione delle azioni libiche. Questa ha le medesime caratteristiche delle operazioni che facevano Sindona e Calvi. Attraverso giochi finanziari orchestrati da Mediobanca e da Cuccia, la Fiat è riuscita ad acquisire proprie azioni (cosa illegale, ma l’ha fatto con un giro intermediato da Mediobanca e da altre finanziarie) ed ha venduto le azioni libiche, ingolfando il mercato internazionale e nazionale dei titoli, acquisendo propri titoli. Questo per le società quotate in borsa è vietato. In questo modo, Agnelli è riuscito ad avere un controllo ancora maggiore sul gruppo Fiat, concentrandolo in poche mani. Quindi, ancora una volta, è una questione di scelte politiche che vengono fatte, di fasi nelle quali ci si va ad innestare. E allora questi giochi vengono permessi, mentre Sindona e Calvi sono stati eliminati, quando è stato deciso che andavano eliminati. Una cosa che non è emersa bene in questa crisi di governo, tutta giocata sul terreno politicistico delle battaglie parlamentari, è stato il ruolo della Confindustria e della Fiat che assolutamente hanno voluto impedire, non un referendum, ma che si consolidasse nel Paese una nuova alleanza, un fronte antagonista nella società che mettesse in discussione la pace sociale e le manovre di ristrutturazioni a tappeto. L’accordo Fiat-Alfa, che va in porto con il placet dei sindacati e col quale si perderanno diecimila posti di lavoro, rivela l’intreccio che si è messo in moto. Mentre si corre il rischio, con certi strabismi e certi particolarismi, di vedere solo quel che succede in Parlamento, o nei tribunali, e non si vede, invece, come il potere reale si sta muovendo nella società.

Domanda. Un’ultimissima domanda, che riguarda i messaggi che stanno uscendo su alcune testate. L’intervento, che oramai dovrebbe essere imminente da parte dei giudici istruttori, probabilmente con mandati di cattura nei confronti di questi personaggi legati al Banco ambrosiano, che tipo di effetti potrebbe creare all’interno del mondo della finanza? Ci sarà un terremoto, per cui l’attenzione va spostata sui listini di borsa delle prossime settimane, oppure il sistema è in grado di assorbire anche questa iniziativa della magistratura?

Risposta. Il sistema non è in grado di orchestrare tutto e pianificare tutto, ci sono grosse contraddizioni. I messaggi sui giornali: da De Benedetti, con gran risalto nelle prime pagine, al gruppo Rizzoli e, quindi, alla Fiat c’è nella sostanza, secondo me, il tentativo di intimidire i magistrati. E anche ai partiti si chiede di intervenire perché tutto il progetto di cui parlavo, costruito sul rilancio dell’immagine Italia sul piano internazionale, con le operazioni strabilianti (che, poi, sono puramente speculative, finanziarie e di borsa) rischierebbe di essere messa in discussione. I magistrati, secondo me, sono sottoposti ad una pressione notevolissima perché, se dovessero emettere i mandati di cattura e mettere in galera De Benedetti, tu capisci che tutta la costruzione, l’immagine dell’Italia costruita intorno alla figura dell’ingegnere rampante, finirebbe in un disastro…

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