dell’utri e la mafia

Pubblicato: ottobre 4, 2009 in marcello dell'utri e la mafia
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http://www.narcomafie.it/articoli_2005/dos_09_2005.htm

Il grande intermediario
Marco Nebiolo

L’11 dicembre 2004 il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato dalla seconda sezione del tribunale di Palermo alla pena di 9 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza pesante, giunta a dieci anni dall’iscrizione nel registro degli indagati dell’imputato, per un processo a dir poco complesso: sette anni di dibattimento, 257 udienze, centinaia di testimoni ascoltati, 12 giorni di camera di consiglio per raggiungere il verdetto, 1800 pagine di motivazioni. E per ora siamo solo al primo round. Prima di avere la parola fine su questa complicata vicenda ci vorranno diversi anni: ci sarà l’Appello, quasi certamente un ulteriore ricorso in Cassazione, e non è detto che finisca lì.
Per il principio di presunzione di innocenza, il sen. Dell’Utri deve essere considerato non colpevole fino al verdetto definitivo. Tuttavia, avendo ben chiara tale premessa, riteniamo che questa sentenza – solo un passaggio intermedio sulla strada che porterà alla verità processuale – meriti di essere divulgata e conosciuta, fondamentalmente, per tre motivi. Primo, perché riguarda un uomo al centro di alcune delle vicende politiche e imprenditoriali più rilevanti degli anni 80 e 90 e al culmine della sua parabola umana e professionale (non un ex potente, come, per esempio, era ormai Giulio Andreotti a metà degli anni 90). Secondo, perché si fonda non solo su dichiarazioni di pentiti, ma su una serie di fatti, di ammissioni dello stesso imputato, di documenti scritti, fotografici, filmati difficilmente contestabili (al limite diversamente interpretabili). E terzo, perché fornisce uno spaccato incredibilmente nitido di come la mafia e il potere “legale” (politico, finanziario, economico) si tocchino, interagiscano e si nutrano a vicenda grazie ad alcune figure di “raccordo”, solitamente personaggi insospettabili, ben noti agli studiosi del fenomeno mafioso e ai sociologi, ma sempre molto abili a districarsi tra le maglie del processo penale.

Amicizie pericolose.Le motivazioni della sentenza dipingono uno scenario articolato, all’interno del quale Dell’Utri gioca sempre lo stesso ruolo: quello del mediatore tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli del grande imprenditore del Nord (e principale uomo politico della cosiddetta seconda Repubblica) Silvio Berlusconi. Un ruolo ambiguo, che Berlusconi in parte avrebbe subito, e del quale, in parte, si sarebbe avvantaggiato.
Ma Dell’Utri com’è entrato in contatto con la mafia? Principalmente attraverso due amicizie pericolose: quella di Gaetano Cinà, presunto mafioso della famiglia del quartiere di Malaspina – imparentato tramite la moglie con boss del calibro di Stefano Bontate e Mimmo Teresi (boss di Santa Maria del Gesù) – coimputato al medesimo processo per associazione mafiosa e condannato a sette anni di reclusione; e quella di Vittorio Mangano (deceduto nel 2000), mafioso della famiglia di Porta Nuova, entrato ed uscito dal carcere più volte tra gli anni 70 e 80 per diverse imputazioni. Amicizie strette a Palermo nei primi anni 70 nell’ambiente della squadra di calcio dilettantistica della Bacigalupo, nella quale Dell’Utri svolgeva l’attività di allenatore e di direttore sportivo. Sono questi due dei nomi più importanti che segnano il processo Dell’Utri. Perché furono, assieme a lui, gli attori principali dell’avvicinamento della mafia a Berlusconi.

Il Cavaliere poteva servire. Sono diverse le ragioni per cui Stefano Bontate (ai vertici di Cosa Nostra negli anni 70) e i suoi sodali erano interessati al Cavaliere. Innanzitutto a scopo di estorsione. Berlusconi era già un importante costruttore e il suo patrimonio faceva gola alla mafia. Ma non solo. Tra la seconda metà degli anni 70 e primi anni 80 Cosa Nostra accumulava ingenti somme di denaro attraverso molteplici attività illecite, ma in primo luogo grazie al businness del narcotraffico. Necessitava quindi di canali sicuri di riciclaggio. Un imprenditore in espansione come Berlusconi, che stava inventando la televisione commerciale, e che presumibilmente aveva bisogno di grandi somme di denaro, poteva, nell’ottica dei mafiosi, servire allo scopo. Non esiste la prova che Berlusconi, entrato in contatto con Cosa Nostra come “vittima”, abbia fatto buon viso a cattivo gioco e si sia prestato come “riciclatore”, accettando Cosa Nostra come socio occulto della sua avventura imprenditoriale. Tuttavia, i periti dell’accusa e della difesa non sono stati in grado di ricostruire l’origine di circa 113 miliardi di vecchie lire affluiti nelle Holding Fininvest tra il 1975 e il 1983 (vale a dire circa 250-300 milioni di euro attuali) e dei quali non è stato possibile ricostruire l’origine. Il perito della difesa, il dott. Iovenitti, ha dichiarato che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e «potenzialmente non trasparenti».

I timori per l’Anonima sequestri. Ma quando inizia l’avvicinamento tra Berlusconi e la mafia? Nel 1974 Dell’Utri, nonostante la recente promozione negli uffici della direzione generale di Palermo della Sicilcasse, si dimette per trasferirsi nel capoluogo lombardo dall’amico Berlusconi (conosciuto all’Università Statale di Milano) e diventare il suo segretario particolare. Deve seguire i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, ma il vero problema che assilla il Cavaliere in quel periodo è quello della sicurezza: teme, per sè e la sua famiglia, di essere, in quanto imprenditore lombardo emergente, nel mirino dell’“Anonima sequestri”. Timore fondato visto che tra il 1972 e il 1979, nel milanese, vengono perpetrati oltre 70 rapimenti a scopo di estorsione. Per far fronte a tale minaccia, secondo i giudici, inizia, il rapporto con Cosa Nostra e inizia a delinearsi il ruolo di Dell’Utri. Questi infatti, su suggerimento di Cinà, propone a Berlusconi di assumere ad Arcore, come fattore, proprio Vittorio Mangano. Il quale, naturalmente, non si sarebbe limitato alla cura del parco e degli animali della villa, ma avrebbe rivestito il ruolo di garante di Cosa Nostra presso Berlusconi. Secondo il pentito Di Carlo (il cui racconto è confermato da altri collaboratori) la decisione di assumere Mangano viene presa dopo un incontro avvenuto a Milano tra Berlusconi, Mimmo Teresi e il super boss Stefano Bontate, a cui partecipa personalmente lo stesso Di Carlo. Al di là dei racconti dei collaboratori, tuttavia, non esistono riscontri ulteriori di questa riunione. Quel che è certo è che grazie a Cinà e a Dell’Utri, Mangano si trasferisce ad Arcore. È plausibile che la personalità criminale dello stalliere fosse ignota a Dell’Utri? Secondo i giudici no: Mangano, durante il suo soggiorno a villa San Martino viene arrestato per scontare una condanna per truffa. Tuttavia, dopo il suo rilascio torna tranquillamente al suo posto di lavoro e non viene licenziato. Non solo, un amico di Berlusconi, il principe D’Angerio, subisce un tentativo di rapimento uscendo dalla villa dopo una serata con il Cavaliere. I giornali locali cominciano a parlare del siciliano residente ad Arcore. Solo allora – è il 1976 – Mangano, nonostante che Fedele Confalonieri e Dell’Utri avessero tentato di dissuaderlo, decide di lasciare Berlusconi.
Tuttavia, anche dopo questi episodi, i rapporti con Mangano sarebbero continuati per molti anni, almeno fino al 1993-1994.

Lo “stalliere” ritorna. Nel 1980 Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone nell’ambito di indagini sul traffico di stupefacenti tra Italia e Usa. Poco prima del suo arresto, la Criminalpol di Milano intercetta una telefonata tra l’ex fattore e Dell’Utri in cui il primo dice al secondo di avere un affare da proporgli e di «avere il cavallo che fa per lui». Molto si è discusso sul significato di questa espressione. In una intervista concessa pochi giorni prima di essere ucciso, Paolo Borsellino dichiarò che Mangano, parlando di cavalli, faceva riferimento a partite di droga. Quel che è provato è che dopo l’allontanamento da Arcore Dell’Utri continua ad avere rapporti con il mafioso di Porta Nuova. E che questi rapporti continuano anche dopo il lungo periodo di carcerazione degli anni 80.
Mangano infatti ricompare prepotentemente in questa storia circa 20 anni dopo i primi contatti con Dell’Utri e Berlusconi. Quando Berlusconi decide di entrare in politica e la costituzione di Forza Italia è già in una fase operativa, l’ex stalliere, secondo i pentiti Cannella e Calvaruso, contatta Dell’Utri in nome e per conto di Cosa Nostra, che, dopo la caduta della Prima Repubblica, è in cerca di nuovi referenti politici. Dell’Utri nel 1993 non è più solamente il segretario personale di Berlusconi, il tramite per raggiungere le sue aziende e il suo denaro. È diventato il suo braccio destro politico, l’organizzatore di Forza Italia, ed è tra coloro che più si sono battuti per la discesa in campo del Cavaliere. Intanto Mangano è diventato reggente della famiglia di Porta Nuova.
Cosa vuole da Dell’Utri? Cerca garanzie sul fatto che il nuovo partito, in cambio dell’appoggio elettorale della mafia, risponderà ad alcune esigenze politiche di Cosa Nostra: alleggerimento del 41 bis (carcere duro), della legge sui beni confiscati e del 416 bis (associazione di stampo mafioso). Ne parla tra gli altri il pentito Savatore Cucuzza, ritenuto dai giudici «un collaborante di sicura attendibilità, dotato di notevoli capacità intellettive e dialettiche, già positivamente apprezzato con riferimento ad altri argomenti». Cucuzza ha parlato di un paio di incontri avvenuti prima di giugno del 1994, tra Mangano e Dell’Utri. Di questi incontri esiste una prova documentale: le agende dello stesso Dell’Utri, che riportano due appuntamenti avvenuti il 2 e il 30 novembre 1993. Il senatore ha cercato di giustificarsi dicendo che Mangano (noto mafioso, già imprigionato per truffa e narcotraffico…) era solito andare a trovarlo nel suo ufficio (a Milano, non proprio comodo per chi vive a Palermo…) per esporgli non meglio precisati problemi di carattere personale.
Dopo questi incontri alcuni pentiti affermano che dentro Cosa Nostra è circolato l’ordine di appoggiare Forza Italia in quanto Marcello Dell’Utri avrebbe dato ampie rassicurazioni circa la possibilità di assecondare le richieste fatte dalla mafia.

La raccomandazione dell’amico Cinà. Sicuramente quella con Mangano non è l’unica frequentazione pericolosa di Dell’Utri. Il 19 aprile 1980, a Londra, partecipa al matrimonio tra Girolamo Maria Fauci e Shanon Green. Fauci è un pregiudicato che gestisce il traffico di stupefacenti per conto delle famiglie Caruana-Cuntrera tra Canada, Gran Bretagna e Italia. Dell’Utri è accompagnato da Cinà. Al ricevimento sono presenti anche Mimmo Teresi e il futuro pentito Di Carlo (quello che parlò dell’incontro a Milano nel 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri, Bontate e Teresi). Della partecipazione al matrimonio londinese di Fauci ha parlato il Di Carlo, ma è lo stesso Dell’Utri a confermare la sua presenza, dicendo però che lui si trovava a Londra per visitare una mostra sui Vichinghi e che fu condotto al ricevimento dall’amico Cinà.
Ma già nel 1977 Dell’Utri, dopo aver lasciato Silvio Berlusconi, che, secondo l’imputato, non credeva abbastanza nelle sue capacità manageriali, va a lavorare presso Filippo Alberto Rapisarda, «personaggio complesso – scrivono i giudici – i cui rapporti con diversi soggetti vicini alla criminalità organizzata, più volte emersi nel corso del dibattimento, non paiono sufficientemente chiariti». Secondo quanto emerso nel processo, il senatore azzurro viene assunto grazie alla raccomandazione di Cinà, evidentemente persona capace di influenzare Rapisarda, allora alla guida della Inim (terzo gruppo immobiliare italiano) nonostante sia – ufficialmente – solo il modesto titolare di una lavanderia. Dell’Utri diventa amministratore delegato della “Bresciano costruzioni”, un’azienda del suo gruppo, che in poco tempo fallisce. Rapisarda fugge all’estero, ospite in Venezuela dei narcotrafficanti Cuntrera-Caruana e si muove grazie a un passaporto intestato al fratello gemello di Dell’Utri, Alberto.
Lo sconto sul pizzo.
C’è poi il capitolo del pizzo pagato a Cosa Nostra da Berlusconi e dalle sue aziende. Secondo diversi pentiti, Berlusconi pagava sia all’epoca di Bontate sia dopo la sua uccisione (1981) quando, dopo la seconda guerra di mafia, a comandare erano i Corleonesi. Lo stesso Rapisarda ha dichiarato di aver saputo da Dell’Utri che, grazie alla sua mediazione, Berlusconi aveva pagato meno di quanto gli fosse richiesto. Dell’Utri ha ammesso di aver formulato queste dichiarazioni a Rapisarda, ma sostiene di averlo fatto per mera “vanteria”. Difficile capire la mentalità di chi si vanta di conoscere grandi boss mafiosi e di essere in grado di trattare con loro. Comunque le affermazioni dei pentiti unite alle dichiarazione del testimone Rapisarda, confermano ancora una volta il ruolo svolto da Dell’Utri: mediatore tra Cosa Nostra e Gruppo Berlusconi.
All’improvviso, Berlusconi all’inizio degli anni 80 richiama Dell’Utri alla sua corte e lo nomina in un ruolo strategico per il suo Gruppo: ai vertici di Publitalia 80, la società concessionaria della pubblicità per la Fininvest. Iniziativa curiosa, viste le perplessità precedentemente dimostrate sulle sue capacità dirigenziali e considerata la cattiva prova di sé data presso la “Bresciano costruzioni” di Rapisarda.
Quello che il tribunale ritiene pienamente provato è che anche sotto il dominio di Riina, la Fininvest, tramite Dell’Utri e Cinà, continua a pagare Cosa Nostra. E i rapporti continuano negli anni 90. Nel 1990, per esempio, la Standa di Catania subisce alcuni attentati a scopo estorsivo. Dietro queste azioni c’è Nitto Santapaola, capomafia di Catania, molto vicino a Riina. Secondo i pentiti e un testimone, Dell’Utri incontra Santapaola per cercare una mediazione. Quel che è certo è che gli attentati cessano all’improvviso e che la Standa non sporge denuncia.

I buchi neri. I fatti presi in considerazione dai giudici Leonardo Guarnotta (componente, negli anni 80, assieme a Falcone, Borsellino, Di Lello, del pool guidato da Caponnetto e già presidente del collegio che ha assolto in primo grado Calogero Mannino), Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari sono innumerevoli, è non è possibile trattarli tutti in questa sede, neppure sommariamente. Rinviamo per l’approfondimento alla lettura degli stralci che pubblichiamo di seguito, e al nostro sito Internet (www.narcomafie.it) per il testo integrale della sentenza.
Cio che va ribadito è che il quadro probatorio è complesso, fondato su prove documentali, filmati, fotografie, dichiarazioni di pentiti e di testimoni, nonché su dichiarazioni e ammissioni dello stesso imputato. Il quale ha tenuto una condotta processuale tutt’altro che encomiabile, visto il tentativo di inquinamento delle prove effettuato cercando di minare la credibilità di alcuni collaboratori attraverso dichiarazioni pilotate di falsi pentiti.
Rimangono tuttavia dei buchi neri in questa ricostruzione processuale. Dell’Utri è stato una pedina utile alla mafia, anzi fondamentale, esclusivamente per il suo ruolo di amico e collaboratore dell’attuale Presidente del Consiglio, che interessava alle cosche sotto diversi profili. E nonostante non si trattasse di un processo contro Berlusconi, la sua presenza ha aleggiato nell’aula del tribunale in tutti questi anni e rimbalza continuamente nelle pagine della sentenza. Berlusconi avrebbe potuto chiarire molti lati poco chiari di questa vicenda e diradare ogni fumus, ogni sospetto sul suo conto. Avrebbe potuto chiarire nei dettagli le modalità e il contesto dell’assunzione e dell’allontanamento di Mangano; avrebbe potuto chiarire la natura del rapporto con Dell’Utri, prima considerato un manager poco dotato e dopo il fallimento di Rapisarda nominato a capo di Publitalia; avrebbe potuto spiegare il senso di tante intercettazioni telefoniche in cui parla con disinvoltura di attentati e richieste di estorsione mai denunciate; avrebbe potuto chiarire l’origine di certi oscuri finanziamenti delle holding Fininvest tra il 1975 e il 1983. E tanto altro ancora. Purtroppo il 26 novembre 2002, quando i magistrati si recarono a Palazzo Chigi per sottoporgli queste e altre domande, il Presidente del Consiglio scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un suo diritto, senza dubbio. Il cui esercizio ha lasciato intatto, intorno alla verità, una densa coltre di nebbia

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