Trattative, stragi e misteri all’ombra degli appalti

Pubblicato: ottobre 4, 2009 in berlusconi e la mafia
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http://www.antimafiaduemila.com/content/view/19380/78/

 

Trattative, stragi e misteri all’ombra degli appalti

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di Nicola Biondo – 14 settembre 2009
Alla procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi di mafia del ’92-‘93  c’è un file dimenticato. Non è segreto e lo si può consultare anche su internet. E contiene alcune sorprese e un refuso importante.

Tutto nasce dall’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi mafiose chiusa nel 2002 con l’archiviazione dell’attuale premier e di Marcello Dell’Utri.
Un file dimenticato, una relazione della Dia del 1999 che parla di relazioni pericolose tra impreditori mafiosi e una ditta con due soci di rilievo: Paolo Berlusconi e un certo Giorgio Mori. Per il primo non c’è bisogno di presentazione, il secondo invece è il fratello del generale Mori che insieme a Berlusconi Jr è stato socio di una ditta di costruzioni la Co.Ge .
Il generale Mori, che oggi è sotto processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, ha smentito in un aula del tribunale di Palermo che quel Giorgio sia suo parente. L’ha fatto sulla base di un argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio come invece compare nel rapporto DIA. Circostanza, questa, che oggi la Dia chiarisce: un errore materiale di chi compila il rapporto cambia il nome vero Alberto in Giorgio. Il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale.
Ma perché il generale sostiene che il socio di Paolo Berlusconi non è suo fratello? La risposta è in quel rapporto DIA.
All’inizio degli anni ’90, nello stesso periodo in cui Mario Mori presenta alla Procura di Palermo un lungo rapporto su mafia e appalti, la ditta del duo Paolo Berlusconi-Alberto Mori sbarca in Sicilia..
Tutto a posto? Per niente. Perché la Co.Ge compare nel rapporto del luglio 1999 in termini molto poco lusinghieri.
Gli investigatori individuano la longa manus di Cosa nostra in alcune società: sono la Tecnofin ( che costituirà la CoGe ) sotto il controllo di Filippo Salamone; la stessa Coge, la Tunnedil e la Cipedil del gruppo Rappa di Borgetto.
Per la DIA queste ditte, insieme ad altre, sono sospettate di far parte del “tavolino degli appalti” un patto – sottolinea la DIA – “ che garantisce i legami con la grande imprenditoria per la realizzazione dei lavori, il controllo su di essi di cosa nostra, il recupero delle somme da corrispondere all’organizzazione e ai politici che assicuravano gli appalti”.
Gli imprenditori con i quali la Co.Ge. di Paolo Berlusconi e Alberto Mori tratta sono Filippo Salamone e Giovanni Bini condannati in via definitiva nel maggio del 2008 per concorso in associazione mafiosa. Il rapporto evidenzia “la sussistenza di specifici elementi di correlazione tra alcune delle società di interesse di Berlusconi e Dell’Utri ed altre società facenti capo a soggetti con ruoli di primo piano nei settori più fortemente condizionati dagli interessi e dalle direttive di cosa nostra”.
E’ in questo contesto che il fratello di Mori si muove quando in Sicilia vengono uccisi Falcone e Borsellino e il suo congiunto, colonnello al ROS, apre il contatto con Vito Ciancimino sul quale le la magistratura oggi indaga nell’ambito della c.d. trattativa tra stato e mafia. Una storia vecchia e complicata con una venatura di giallo per la questione del nome.
Dunque il socio della Co.Ge di Paolo Berlusconi è proprio il fratello del generale. Lo scorso gennaio al processo che lo vede imputato generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest , anche se solo fino al 1991. Ma non ha aggiunto il resto, negando la parentela Perché?
Eppure nel decreto di archiviazione dei mandanti esterni del 2002 si sottolinea che “il collegamento non è sufficiente a prefigurare che l’alto ufficiale dell’Arma potesse aver avuto contatti con Berlusconi e dell’Utri e quindi potesse essere stato “ambasciatore” di costoro nel rapportarsi con gli uomini di cosa nostra”. Oggi però alla luce delle nuove indagini sul ruolo di “negoziatore” che il generale ha avuto con Vito Ciancimino, sul ruolo che don Vito ha avuto nel’arresto di Riina, e sulla mancata cattura di Provenzano,  per cui Mori è sotto processo, quella parentela negata assume ben altro significato. Mori che oggi dirige l’ufficio sicurezza e partecipa al comitato per la legalità e la trasparenza che vigila sugli appalti delle Grandi Opere regionali previste per l’Expo di Milano, è l’unico che può fare chiarezza.
 
Il personaggio:
Mario Mori, ex capo del Ros e poi del Sisde, attualmente dirige l’ufficio sicurezza del Comune di Roma e partecipa al comitato per la legalità e la trasparenza che vigila sugli appalti delle Grandi Opere regionali previste per l’Expo di Milano.
E’ stato assolto per la mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina ed è tutt’ora sotto processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Tutti i misteri del generale
Il generale Mario Mori assurge alle cronache il 15 gennaio 1993 quando i suoi uomini catturano Totò Riina. Una operazione da manuale che presto si tinge di giallo. Ci vollero diciannove giorni per sapere che la villa del boss rimane incustodita mentre ai magistrati risultava invece il contrario. La mancata perquisizione, definita dal PG di Palermo Rovello “un mistero di stato” scava un primo fosso tra la Procura di Palermo di Caselli e il ROS. Non sarà l’unico.  I contrasti riesplodono nel 1997 quando il più stretto collaboratore di Mori, l’ufficiale Giuseppe De Donno, denuncia ai giudici di Caltanissetta alcuni magistrati di punta del pool di Caselli accusati da un pentito di mafia gestito dallo stesso ROS. Finirà tutto archiviato con un giallo: quel pentito dirà di non aver mai fatto i nomi di quei magistrati.
Intanto viene fuori per la prima volta dai racconti di Giovanni Brusca, il killer di Giovanni Falcone, la storia del papello e dei contatti tra uomini dello stato e i boss nella terribile estate del ’92. Solo in seguito a questa rivelazione Mario Mori racconta ai magistrati di Firenze dei suoi incontri con Vito Ciancimino. E aggiunge con oltre cinque anni di ritardo di aver incontrato il 25 giugno del 1992 il giudice Paolo Borsellino per parlare di mafia e appalti. E’ l’ennesimo mistero: nell’agenda del giudice di quell’incontro non c’è menzione e poi perché quel lungo silenzio? IL PM dell’inchiesta sulla strage di Capaci, Luca Tescaroli attribuisce a quell’incontro un significato sinistro. “Dopo quella data i boss ricevettero un segnale istituzionale che suonava come una idoneità dell’azione stragista”. L’incontro del 25 giugno appare come uno spartiacque nell’evoluzione della c.d. trattativa tra Vito Ciancimino e i ROS di Mori che proprio in quel periodo hanno inizio. Anche i giudici di Firenze che hanno condannato il ghota mafioso per gli eccidi del 1993 sostengono che gli incontri tra l’ufficiale e don Vito furono un’iniziativa il cui “effetto sui boss fu quello di convincerli che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione”. Intanto la carriera di Mori prosegue:  diventa il numero due del Ros dei carabinieri un reparto d’eccellenza, metà polizia giudiziaria e metà servizio segreto. Uomini capaci di raffinate analisi e interventi sul campo. Nel 2001 il governo Berlusconi nomina Mori, diventato generale, a capo del Sisde, il servizio segreto civile. Ma poco dopo riesplode la vicenda del covo di Riina e il generale finisce sotto processo per la mancata perquisizione della casa del boss. Viene assolto nel 2006 ma con qualche ombra. Secondo la sentenza, l’operazione che porta all’arresto di Riina è contraddistinta dalla “mancanza di comunicazione tra l’autorità giudiziaria ed il ROS…Mori e De Caprio [l’ufficiale che arresta il boss] nella vicenda di Riina sono andati al di là dello “spazio di autonomia decisionale consentito dalla legge”.  Intanto dal 2008 è di nuovo imputato a Palermo per aver omesso secondo la Procura l’arresto di Provenzano in seguito alle precise e veritiere informazioni giunte da Luigi Ilardo un boss infiltrato.
E siamo ad oggi, alla trattativa e al papello già evocati da Brusca e di cui parla Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, che dice di essere stato testimone delle varie fasi della negoziazione tra stato e Cosa nostra avvenuto a cavallo tra le stragi Falcone e Borsellino e proseguito anche dopo. Una lunga trattativa che avrebbe visto partecipare politici, imprenditori e uomini dei servizi, le cui tracce visibili sono le stragi, la cattura-consegna di Riina, le protezioni di cui ha goduto don Binu sullo sfondo della dissoluzione della prima repubblica e l’avvento della seconda. In tutte queste storie è sempre lui il generale Mori a giocare un ruolo da protagonista.

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