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Pubblicato: ottobre 5, 2009 in tutti i processi di berlusconi
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http://it.wikipedia.org/wiki/Mani_pulite

 

Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese.

Chiesa era stato colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, aveva chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Magni, d’accordo coi carabinieri, fece ingresso alle 17,30 nell’ufficio di Mario Chiesa, portando con sé 7 milioni di lire, corrispondenti alla metà di una tangente richiestagli da quest’ultimo; l’appalto ottenuto dall’azienda di Magni era infatti di 140 milioni e Chiesa aveva preteso per sé il 10%, quindi una tangente da 14 milioni. Magni aveva un microfono e una telecamera nascosti e, appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a “rateizzare” la transazione, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l’arresto. Chiesa, a quel punto, afferrò il frutto di un’altra tangente, stavolta di 37 milioni, e si rifugiò nel bagno attiguo, dove tentò di liberarsi del maltolto buttando le banconote nel water; ma invano.[1]

La notizia fece scalpore e finì sulle prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Bettino Craxi, leader dello stesso PSI, con l’obiettivo di ritornare alla presidenza del Consiglio, dopo le elezioni politiche di primavera, negò, intervistato dal Tg3, l’esistenza della corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo isolato, una “scheggia impazzita” dell’altrimenti integro Partito Socialista che “in cinquant’anni di amministrazione a Milano, non aveva mai avuto un solo politico inquisito per quei reati“.

L’allargamento delle indagini anticorruzione e le elezioni del 1992 [modifica]

Un’immagine recente di Antonio Di Pietro, il magistrato più famoso di Mani pulite

Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool, indagò anche sulla loggia P2, altro celebre mistero d’Italia

Richiuso nel carcere di San Vittore, Chiesa in un primo momento non confessò. Il PM Di Pietro che, nelle indagini sull’ingegnere aveva scoperto e messo sotto sequestro due conti svizzeri, “Levissima” e “Fiuggi”, chiamò al telefono l’avvocato di Chiesa, Nerio Diodà, e gli disse:

  « Avvocato, riferisca al suo cliente che l’acqua minerale è finita.[1] »
   

Così, sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di “tassa“, richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come appunto la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte.

Vista la delicata situazione politica, in piena campagna elettorale, Antonio Di Pietro mantenne sulle indagini il più assoluto riserbo. Tuttavia alcune formazioni come la Lega Nord iniziarono a sfruttare la sempre più crescente indignazione popolare per catturare voti (con lo slogan “Roma ladrona!”). Altre, come la Dc, sottovalutarono il “peso politico” di Mani Pulite e altri ancora come Bettino Craxi accusarono la Procura di Milano di muoversi dietro un preciso disegno politico.

Le elezioni di aprile furono segnate dal crescere dell’astensione e dell’indifferenza della popolazione nei confronti di una politica chiusa e ingabbiata negli stessi schemi dai tempi del dopoguerra, incapace di rinnovarsi malgrado gli epocali cambiamenti storici di quegli anni. Il calo di consensi investì quasi tutti i maggiori partiti: la DC calò dal 34,3 % al 29,6; il PSI, che nelle precedenti consultazioni aveva toccato i suoi massimi storici, scese di un punto percentuale; PRI, PLI e PSDI conservarono le loro posizioni. Il PDS e Rifondazione Comunista, eredi del disciolto PCI, persero complessivamente un quarto dei voti. I veri vincitori delle elezioni furono la Lega Nord e La Rete, due formazioni di recente fondazione, sviluppatesi una nell’Italia settentrionale, l’altra nel Meridione, che registrarono un vero e proprio boom, facendo della moralizzazione e del rinnovamento politico dei veri e propri cavalli di battaglia.

Subito dopo le elezioni, molti industriali e politici furono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che i militari erano venuti semplicemente per notificargli una multa [senza fonte].

Fondamentale, per questa espansione esponenziale delle indagini, fu la diffusa tendenza dei leader politici a privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di questi si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Nel Parlamento che si formò, il quadripartito (DC, PSI, PSDI e PLI)[2] conservava comunque la maggioranza assoluta dei seggi ma l’ondata di arresti e di avvisi di garanzia lo indebolirono fortemente. Quando, a maggio, le Camere appena riunite furono chiamate a votare il nuovo Presidente della Repubblica, le votazioni si tennero in un clima di caos totale (in quegli stessi giorni veniva ucciso il giudice Giovanni Falcone) e fu affossata dapprima la candidatura di Arnaldo Forlani, poi quella di Giulio Andreotti. Alla fine, fu eletto il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, candidato dei “moralizzatori”. Scalfaro si rifiutò di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti: Bettino Craxi, che aspirava a tornare alla presidenza del Consiglio, dovette rinunciare in favore di Giuliano Amato.

Ad agosto, Craxi attaccò Di Pietro sull’Avanti!, organo del suo partito: Non è tutto oro quello che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt’altro che l’eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani Pulite.

Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, sottolineando che i crimini commessi non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Bettino Craxi segretario del PSI, molto legato a Moroni, si scagliò contro stampa e magistratura denunciando la creazione di un “clima infame”. La figlia Chiara, oggi deputata del Pdl, è una delle voci più critiche nei confronti di Mani pulite.

A settembre viene resa nota un’indagine della Procura di Brescia su un ex ufficiale dei carabinieri che avrebbe girato l’Italia per raccogliere notizie compromettenti sulla vita privata di Di Pietro. Due suoi amici avrebbero ricevuto offerte in denaro per rivelare che il magistrato avrebbe fatto uso di droga. L’indagine venne archiviata.[3]

Secondo alcune dichiarazioni dello stesso Craxi, il capo della polizia Vincenzo Parisi lo avrebbe incontrato e gli avrebbe riferito che era in possesso di tabulati telefonici su contatti fra Di Pietro e l’avvocato Giuseppe Lucibello su un loro misterioso viaggio in Svizzera.[3]

La reazione dell’opinione pubblica [modifica]

Oscar Luigi Scalfaro

L’opinione pubblica, dopo l’iniziale smarrimento, si schierò in massa dalla parte dei PM. Nacquero comitati e movimenti spontanei, furono organizzate fiaccolate di solidarietà con il pool, sui muri comparvero scritte come “W Di Pietro”, “Di Pietro non mollare”, “Di Pietro facci sognare” e “Di Pietro tieni duro!”. Si diffusero persino slogan come “Tangente, tangente. E i diritti della gente?” o “Milano ladrona, Di Pietro non perdona!“, o anche “Colombo, Di Pietro: non tornate indietro!“; vennero distribuiti orologi rappresentanti “l’ora legale“. Nei sondaggi dell’epoca, la popolarità di Di Pietro e del pool raggiunse la percentuale record dell’80%, la cosiddetta soglia dell’eroe.[4]

1993: tentativi di resistenza [modifica]

La pioggia di avvisi di garanzia [modifica]

Nelle elezioni locali di dicembre si confermò la crisi dei partiti tradizionali: la DC e il PSI persero ciascuno circa la metà dei voti.

Le inchieste proseguirono e si estesero in tutta Italia, offrendo un panorama di corruzione diffusa dal quale nessun settore della politica nazionale o locale appariva immune. Politici e imprenditori di primissimo piano furono inquisiti e travolti da una “pioggia di avvisi di garanzia“. Tra questi anche Bettino Craxi, che a febbraio dovette dimettersi da segretario del Partito Socialista. Una mole ingentissima di procedimenti furono intentati anche contro il tesoriere DC Severino Citaristi.

Sulla spinta delle crescenti proteste popolari, il governo Amato s’impegnò a sollecitare le dimissioni di ogni suo componente raggiunto da un avviso di garanzia. Le inchieste toccarono inevitabilmente anche molti ministri, tanto che l’esecutivo raggiunse una percentuale di dimissioni senza precedenti.

Dopo alcune affermazioni di Bossi, circa il coinvolgimento di un personaggio di altissimo livello, gli stessi ambienti della Procura milanese divulgarono una “velina” alla stampa in cui si precisava che nessuna delle supreme cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidenti di camera e Senato, Presidente del consiglio) era nel mirino delle inchieste in corso.[5]

Le indagini fecero emergere anche l’esistenza di conti personali, dove venivano deviati i soldi delle tangenti, che venivano sfruttate quindi non soltanto per sostenere le spese dei partiti. Ad esempio, come avrebbe sancito la sentenza della Corte d’Appello di Milano del 26 ottobre 1999, Bettino Craxi utilizzò i fondi provenienti dalle mazzette oltre che per pagare «gli stipendi dei redattori dell’Avanti!», anche per una serie di impieghi inequivocabilmente personali:

  « Non ha alcun fondamento la linea difensiva incentrata sul preteso addebito a Craxi di responsabilità ‘di posizione’ per fatti da altri commessi, risultando dalle dichiarazioni di Tradati che egli si informava sempre dettagliatamente dello stato dei conti esteri e dei movimenti che sugli stessi venivano compiuti, e dispose prelievi sia a fine di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per pagare gli stipendi dei redattori dell’Avanti!, sia ancora per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tivù (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di cento milioni di lire. Lo stesso Craxi dispose poi l’acquisto di una casa e di un albergo[6] in Roma, intestati alla Pieroni[7] »
   

A febbraio, il socialista Silvano Larini si costituì e confessò la verità sul “conto protezione”, che aveva come reale destinatario il Partito Socialista nelle persone di Martelli (percettore materiale) e Craxi; Claudio Martelli si dimise da Ministro della giustizia e si sospese dal partito, pregiudicandosi ogni possibilità di succedere a Craxi che in quelle ore era dimissionario da segretario nazionale. Martelli sarà condannato in appello nel 2001.

Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 il Pentapartito conobbe un pesante tracollo: la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord divenne la maggior forza politica dell’Italia settentrionale, conquistando anche la città di Milano, dove fu eletto sindaco Marco Formentini. L’opposizione di sinistra si avvicinava alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.

La Falange armata, formazione eversiva di destra sospettata di legami con i servizi segreti deviati[3], mandò il primo messaggio di morte al pool.

Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la mafia progettava di eliminare Di Pietro, per un favore da ricambiare verso un politico del Nord.[3]

Il decreto Conso: il “colpo di spugna” [modifica]

Giuliano Amato, presidente del Consiglio negli anni di Tangentopoli

Il 5 marzo 1993, il governo varò un decreto legge (il decreto Conso, da Giovanni Conso, il Ministro della Giustizia che lo propose) che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti e definito per questo il colpo di spugna. Il decreto, che recepiva un testo già discusso e approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, conteneva un controverso articolo che dava alla legge un valore retroattivo, e che quindi comprendeva anche gli inquisiti di Mani Pulite; il risultato sarebbe stato una sorta di amnistia di fatto.

L’allarme che le inchieste di Tangentopoli rischiavano di infangarsi fu lanciato dal pool milanese in televisione; l’opinione pubblica e i giornali gridarono allo scandalo e il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale.

Conso diede le dimissioni; pochi giorni dopo al referendum del 23 marzo 1993 (promosso dal democristiano dissidente Mario Segni), gli elettori votarono in massa a favore dell’introduzione del sistema maggioritario. Fu un segnale politico molto forte della sempre più crescente sfiducia nei confronti della politica tradizionale; il governo Amato, intravedendo nel risultato del referendum un segnale di sfiducia nei suoi confronti, rassegnò le dimissioni.

Il Parlamento non riuscì a formare un nuovo governo politico: Scalfaro decise perciò di affidare ad aprile la presidenza del Consiglio al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi il quale costituì un governo tecnico, il primo nella storia d’Italia. Ciampi si pose due obiettivi fondamentali: una nuova legge elettorale che doveva essere scritta sotto dettatura del referendum (approvata alla fine dell’anno, introducendo un sistema per tre quarti maggioritario) e il rilancio dell’economia (che stava vivendo una difficilissima stagnazione, con la lira precipitata ai minimi storici).

Carlo Azeglio Ciampi

La contestazione a Craxi [modifica]

Il 30 aprile la Camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, uno degli inquisiti più celebri di Tangentopoli. Il giorno prima, Craxi si era presentato nell’aula e in uno storico discorso ammise di aver ricevuto finanziamenti illeciti ma si giustificò sostenendo che i partiti non potevano sorreggersi con le entrate legali e attaccò l’ipocrisia di chi all’interno del Parlamento sosteneva le tesi dei magistrati ma in realtà aveva beneficiato del sistema delle tangenti. Mentre il presidente della Camera Giorgio Napolitano leggeva i risultati delle votazioni, i deputati della Lega e del MSI insultarono i colleghi dando loro dei ladri e degli imbroglioni.

La mancata autorizzazione scatenò una reazione violentissima: diversi ministri del neonato governo diedero le dimissioni per protesta (tra di loro Francesco Rutelli e Vincenzo Visco). Studenti dei licei romani manifestarono per le strade della Capitale, alcune Università furono occupate, in molte città le sedi del PSI furono assalite dai manifestanti; la stessa sezione nazionale in Via del Corso fu oggetto di una sassaiola, scongiurata da alcune cariche della polizia.

Nel pomeriggio i partiti di sinistra (PDS, Verdi, Rifondazione Comunista e altri) indirono una manifestazione a Piazza Navona, mentre il MSI ne allestì una parallela davanti a Montecitorio: entrambe chiedevano lo scioglimento delle Camere.

Al termine della manifestazione, un gruppo di persone si avvicinò all’Hotel Raphael, nel centro di Roma, che era la residenza capitolina di Craxi. Quando il leader socialista uscì dall’albergo, i manifestanti gli lanciarono oggetti di ogni tipo, soprattutto monetine; altri sventolavano banconote (gridando: Bettino, vuoi pure queste?), e nel frattempo venivano scanditi slogan contro il politico socialista che auspicavano il carcere (Bettino, Bettino il carcere è vicino) o addirittura il suicidio.

La stagione dei suicidi e gli attacchi a Di Pietro [modifica]

A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Il flusso di accuse, arresti e confessioni non si arrestò.

Nel frattempo, Di Pietro chiede una rogatoria sui conti di Craxi a Hong Kong. La Falange armata invia una nuova minaccia: gli uccideremo il figlio.

A giugno viene arrestato il primo manager Fininvest, Aldo Brancher. Il 12 luglio, Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, intimando di sparare a zero sul pool. Ma i condirettori Indro Montanelli e Federico Orlando si rifiutano.[3]

Il 17, Il Sabato, settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro, il quale sarebbe in combutta con diversi imprenditori, che in cambio di denaro avrebbe protetto dalle indagini. Il dossier, che indagava sulle proprietà immobiliari e patrimoniali di Di Pietro accresciute in modo esponenziale, venne giudicato poi falso.[3]

Il Gico di Firenze conclude le indagini sull’Autoparco di Milano e sulle protezioni accordate dalla mafia: chiede il rinvio a giudizio per i giudici Di Pietro, Spataro, Nobili e Di Maggio. Il processo dimostrerà che l’indagine del Gico era basata sul nulla. [8]

Il 20 luglio 1993, l’ex-presidente dell’ENI, Gabriele Cagliari, si uccise; in seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali. Poco dopo si uccise con un colpo di pistola anche Raul Gardini, presidente della Montedison. Gardini aveva saputo dal suo avvocato che stava per essere coinvolto nelle indagini di Mani pulite e non voleva finire in carcere. Alcuni ipotizzarono che il suicidio di Gardini fosse in realtà un omicidio premeditato negli ambienti politici per evitare che Gardini confessasse, ma non vi sono prove a sostegno di queste affermazioni, smentite tra l’altro anche dallo stesso Di Pietro.

Il processo Cusani [modifica]

Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani. Cusani era accusato di reati collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont. Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese”), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.

Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti».

Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nel processo: Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali; mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità»[9].

Il processo Enimont fu celebrato dopo quello a Cusani, riscuotendo decisamente minor interesse popolare.

1994: La guerra fra Berlusconi e Di Pietro [modifica]

Silvio Berlusconi ad un comizio di Forza Italia

Le fiamme sporche [modifica]

Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica: il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.

Il 13 marzo 1994, Il Giornale (che dopo le dimissioni polemiche di Montanelli, è passato in mano a Vittorio Feltri) associa il nome di Curtò e dell’impreditore Salvatore Ligresti ai giudici del pool, Davigo, Di Pietro e al magistrato Francesco Di Maggio. Sarebbero tutti soci di una cooperativa edilizia. Feltri sarà condannato per diffamazione, in quanto quella cooperativa non è mai esistita.[3]

Il 15 la Falange armata minaccia di nuovo Di Pietro: Gli metteremo il tritolo sotto la macchina.

Il 21 aprile, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell’industria furono accusate di corruzione. A giugno si scopre che nell’inchiesta delle fiamme sporche è coinvolta anche la Fininvest. Alcuni giorni dopo, un manager della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.

Lo stesso giorno, Berlusconi denuncia al pg di Milano, Giulio Catelani, presunti abusi del pool nelle perquisizioni negli uffici di Publitalia.

Il decreto Biondi [modifica]

Nel 1994, Silvio Berlusconi entra in politica (con le sue parole, “scende in campo”) e a fine marzo vince le elezioni. Poco dopo la vittoria, Berlusconi propose pubblicamente a Di Pietro di entrare a far parte del suo governo come Ministro dell’Interno e a Davigo come Ministro della Giustizia, ma Di Pietro e Davigo rifiutano[3]. Nel 2006, Berlusconi negò di aver mai chiesto ai due giudici di entrare nel suo governo.

Il 13 luglio 1994, il governo emanò un decreto legge (c.d. “decreto Biondi” – dall’allora Ministro della Giustizia Alfredo Biondi – spregiativamente soprannominato dai critici “salva-ladri”) che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione.[3]

Il decreto fu votato lo stesso giorno in cui alle semifinali della Coppa del Mondo, l’Italia sconfiggeva la Bulgaria. Questa coincidenza alimentò il sospetto che si volesse sfruttare un momento in cui l’opinione pubblica era distratta dai Mondiali.[10][11]

Qualche giorno dopo, furono diffuse le prime immagini dei politici accusati di corruzione che uscivano dal carcere per effetto del decreto Biondi. Fra le scarcerazioni più clamorose vi fu quella dell’ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, che venne persino contestato da un gruppo di giovani mentre raggiungeva la sua abitazione nel centro di Roma. L’uscita di De Lorenzo dal carcere provocò numerose polemiche in quanto la gente trovava particolarmente odiosi i furti nella sanità.

La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello Stato, incluso il c.d. “decreto Biondi”, ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo, con un comunicato letto da Di Pietro in diretta televisiva, di essere assegnati ad altri incarichi.

L’opinione pubblica insorse indignata: il cosiddetto popolo dei fax inviò il proprio dissenso alle redazioni dei giornali e delle televisioni. Alleanza Nazionale e la Lega Nord, alleati del Cavaliere, minacciarono di togliere la fiducia all’esecutivo. Il decreto viene frettolosamente ritirato: si parlò in effetti di un “malinteso”, e il Ministro dell’Interno Roberto Maroni sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo.

Secondo una dichiarazione dello stesso Maroni, il decreto non sarebbe stato scritto da Biondi, ma dal ministro della Difesa Cesare Previti, avvocato di Berlusconi [12].

Il 28 luglio viene arrestato Paolo Berlusconi, fratello del premier, con l’accusa di corruzione.

Il pool viene denunciato [modifica]

A settembre, il Ministro per i Rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara annuncia la sua intenzione di denunciare il pool per attentato alla Costituzione. Verrà denunciato solo Borrelli e in seguito assolto.

Il 29 settembre, Sergio Cusani denuncia i giudici del pool per diffamazione e omissione d’atti d’ufficio. Il generale Giuseppe Cerciello, imputato nello scandalo delle fiamme sporche, denuncia Borrelli, Colombo, Di Pietro al CSM per presunte manovre intorno al Gip Andrea Padalino. I processi dimostreranno che queste accuse erano tutte invenzioni.[3]

Di Pietro prosegue le sue indagini nei confronti di Berlusconi: il 3 ottobre viene arrestato Giulio Tradati, altro manager Fininvest, il fratello Paolo è rinviato a giudizio. Vengono scoperte nuove prove sui fondi segreti di Craxi, tra cui una super-tangente di 10 miliardi di lire di Berlusconi al leader socialista, tramite la società off-shore All Iberian.[3]

Il 14 ottobre, il ministro Biondi fa partire la prima ispezione contro i giudici. Per gli ispettori, le inchieste del pool sono tutte corrette. La Falange invia nuove minacce: Di Pietro ha i giorni contati. La sua vita è destinata a finire presto.

Il 18 novembre i magistrati trovano, perquisendo l’abitazione del dirigente di Canale 5, Massimo Berruti, la prova che Berlusconi avrebbe ordinato di inquinare le prove sulla corruzione Fininvest.[3]

Il 21 novembre, su ordine di Borrelli, i carabinieri notificano per telefono a Berlusconi l’invito a comparire e gli comunicano due dei tre capi d’imputazione a lui attribuiti. La notizia viene rivelata in esclusiva l’indomani dal Corriere della Sera e il Cavaliere accusa i magistrati di aver violato il segreto istruttorio, passando la notizia al giornale. Si scoprirà poi che erano state fonti vicine al premier a passare la notizia al Corriere.[13] Le indagini della procura di Brescia vedranno i magistrati prosciolti dall’accusa di violazione del segreto (perché il segreto cade nel momento in cui l’interessato viene a conoscenza dell’invito a comparire) e le accuse di Berlusconi archiviate.

Il 23 novembre, l’assicuratore Giancarlo Gorrini, si reca al Ministero della Giustizia e denuncia Di Pietro: lo avrebbe ricattato e avrebbe preteso da lui, un prestito di 100 milioni senza interessi, una Mercedes, l’affidamento alla moglie, l’avvocato Susanna Mazzoleni, di tutte le cause della sua compagnia, di accollarsi tutti i debiti contratti alle corse dei cavalli da un certo Eleuterio Rea. Il 24, Biondi avvia un’inchiesta parallela e segreta sul magistrato[3]. Ma il capo degli ispettori, Dinacci, confida al giudice De Biasi (incaricato di condurre l’inchiesta) che Previti ha detto di distruggere Di Pietro e che Gorrini era stato pagato[3].

Il 26, Di Pietro viene avvertito dallo stesso Previti che al Ministero gli stanno preparando una polpetta avvelenata[3]. Dopo essersi consultato con i colleghi del pool, decide di redigere una memoria da inviare al Csm. Poi cambia idea e il 6 dicembre, dopo l’ultima requisitoria per il processo Enimont, si dimette dalla magistratura. È la fine di Mani pulite.

Qualche giorno dopo, cade il governo Berlusconi.

L’inchiesta sulle fiamme sporche è trasferita dalla Corte di Cassazione a Brescia. De Biasi archivia l’inchiesta su Di Pietro, scagionandolo completamente: I fatti non hanno nessuna rilevanza disciplinare.

1995: i complotti contro Di Pietro e i magistrati [modifica]

A febbraio la denuncia di Cusani contro Di Pietro è archiviata dal Giudice per le indagini preliminari di Brescia. Viene sventato un attentato contro Gerardo D’Ambrosio.

Il Gico di Firenze riapre l’inchiesta Autoparco. Alla Procura viene consegnato un dossier di 263 pagine, con accuse precise contro i magistrati Di Maggio, Nobili, Armando Spataro e Ilda Boccassini. La Procura archivierà definitivamente l’inchiesta.

In primavera viene riportato da alcuni giornali che Di Pietro si candiderà alla Camera dei deputati nelle liste del Polo delle Libertà[senza fonte]. Di Pietro, dopo alcuni incontri con Berlusconi e Previti, nega un suo prossimo ingresso in politica chiarendo che non avrebbe appoggiato alcun partito.

Il 7 aprile Di Pietro viene denunciato dall’avvocato Carlo Taormina e dal generale Cerciello per presunte pressioni su un maresciallo dei carabinieri affinché denunciasse Berlusconi e Cerciello[3]. Il maresciallo smentisce tutto[3] e l’accusa viene archiviata dal GIP di Brescia.

Il 13 aprile Berlusconi sostiene in un’intervista che Di Pietro gli avrebbe confidato che non condivideva affatto l’invito a comparire stilato contro di lui, ma l’ormai ex pm smentisce.

Nuove ispezioni contro il pool [modifica]

Il 5 maggio, il Ministro della Giustizia Filippo Mancuso annuncia una nuova ispezione a Milano. I giudici avrebbero fatto pressioni sugli ispettori già inviati da Biondi affinché scagionassero il pool. Viene aperta un’inchiesta anche sui suicidi di Gabriele Cagliari e di Sergio Moroni. Le ispezioni scagionano totalmente il pool e nella relazione, Mani Pulite viene difesa per l’estrema correttezza dell’azione dei magistrati.

Il procuratore generale Catelani avvia un’indagine informale contro Borrelli. Un settimanale aveva pubblicato le foto del magistrato impegnato a cavalcare un cavallo con la siglia G.G. la quale corrisponderebbe a Giancarlo Gorrini. In realtà il cavallo apparteneva a Giovanni Gennari[3]; Borrelli denuncia Catelani al Csm.

Il 20 maggio Berlusconi e altri dirigenti Fininvest sono rinviati a giudizio. Sono accusati di aver corrotto la Guardia di Finanza.

Le accuse di Salomone [modifica]

È a giugno del 1995 che le accuse contro Di Pietro toccano il culmine. Il PM bresciano Fabio Salomone interroga Gorrini e Paolo Pillitteri, quindi iscrive Di Pietro nel registro degli indagati per concussione: avrebbe premuto sugli imprenditori Gorrini e D’Adamo affinché si accollassero i debiti di Rea. L’11 giugno Di Pietro è inquisito per un’altra concussione ai danni di Gorrini (un prestito di 100 milioni, una Mercedes e un pacchetto sinistri dell’assicurazione di Gorrini a favore dello studio della moglie dell’ex pm, Susanna Mazzoleni). Il 19 sempre Salomone indaga Di Pietro per abuso d’ufficio e per pressioni sui politici milanesi per far diventare Rea il comandante dei vigili urbani milanesi.

Il quotidiano Il Giornale pubblica un nuovo scoop contro Davigo: il giudice sarebbe membro di una cooperativa diretta dal generale Cerciello, accusato di corruzione. In realtà Davigo aveva lasciato la cooperativa subito dopo l’ingresso di Cerciello.

Berlusconi presenta un esposto alla Cassazione per presunte fughe di notizie ai suoi danni e per l’accanimento persecutorio del pool nei confronti delle sue aziende.

Il 20 giugno si diffonde la falsa notizia che Di Pietro sarebbe stato arrestato[3]. Poco dopo, il 30 giugno, Bettino Craxi dalla Tunisia invia un lungo fax a tutte le redazioni dei giornali in cui riporta i tabulati telefonici che gli aveva consegnato Parisi e si dichiara disponibile a farsi interrogare da Salomone. In una lettera al Giornale, Craxi spiega che “le recenti inchieste stanno dimostrando che Mani Pulite era tutta un bluff. Avevo ragione io quando sostenevo che Di Pietro era manovrato“. In una successiva missiva, Craxi denuncia un viaggio di Di Pietro in Costarica, durante il quale egli avrebbe concordato con “alti esponenti della finanza internazionale” le indagini di Mani Pulite. Si scoprirà poi che Di Pietro non è mai stato in quel paese.[3]

Il dossier Achille e il caso Dinacci [modifica]

Nel settembre 1995 Di Pietro denuncia due agenti della sua scorta: anziché proteggerlo, riferivano ad altri i suoi spostamenti. Denuncia anche l’agente del Sismi Roberto Napoli, che confessa di averlo spiato su ordine dei servizi segreti (il cosiddetto dossier Achille ordinato da un mandante sconosciuto per infangare il pool) dalla fine del 1992[3].

Nel frattempo però riceve nuove accuse: avrebbe pagato un affitto a prezzi stracciati un appartamento nel centro di Milano e per abuso d’ufficio nel piano d’informatizzazione della procura di Milano, da lui diretto alla fine degli anni ottanta. Accuse di ogni tipo (tra cui il falso ideologico e l’abuso d’ufficio) arrivano anche contro Davigo, Borrelli, Colombo e altri magistrati milanesi. A novembre la Procura della Repubblica di Roma indaga contro Borrelli, Davigo, Colombo e il GIP Italo Ghitti perché avrebbero ricattato il capo degli ispettori ministeriali, Ugo Dinacci, tramite un’inchiesta su suo figlio Filippo.

1996: il pool viene scagionato [modifica]

Fra la fine e l’inizio del nuovo anno, Di Pietro e il pool vengono via via scagionati da tutte le accuse[3]. Già a dicembre ’95, il GIP di Brescia archivia tutte le inchieste di Salamone. Quest’ultimo viene anzi censurato e denunciato al Csm: era il fratello di un uomo fatto condannare da Di Pietro a 18 mesi di carcere. Il 16 gennaio 1998 Salamone venne condannato definitivamente dal Csm.[14]

Il 29 marzo, il Gip di Brescia assolve Di Pietro per tutti i reati a lui ascritti (in particolare per le accuse di Gorrini) dato che i fatti non sussistono.[15]. La Corte d’Appello confermerà la sentenza il 9 luglio 1997 La sentenza, inoltre, accuserà Gorrini di aver concordato le varie accuse contro Di Pietro insieme a Paolo Berlusconi e a Sergio Cusani.[16]

I sottufficiali dei carabinieri Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia vennero condannati per calunnia nei confronti di Di Pietro. Salamone ha successivamente denunciato Di Pietro per diffamazione ma la sua citazione è stata rigettata dal tribunale civile di Roma il 13 ottobre 2003.[17]

In quello stesso anno si tengono le nuove elezioni politiche anticipate: vince la coalizione di centrosinistra de L’Ulivo. Romano Prodi è il nuovo presidente del Consiglio e Di Pietro entra nel suo governo come Ministro dei Lavori Pubblici. Si dimetterà pochi mesi dopo perché raggiunto da nuove accuse. Definitivamente prosciolto, nel 1997 si candidò al Senato per il centro-sinistra, nel collegio del Mugello rimasto vacante. Verrà eletto con oltre il 66% dei consensi battendo l’avversario del Polo, Giuliano Ferrara.

19952001: Il dopo-Tangentopoli [modifica]

La strategia della prescrizione [modifica]

Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Durante questo periodo alcuni scrittori e commentatori politici ritengono di individuare una comune volontà di opporsi alla magistratura da parte di entrambe le coalizioni politiche. Secondo questi opinionisti – che all’epoca denunciarono un’asserita alleanza politica di fatto contro la magistratura – sia il Polo sia l’Ulivo (specialmente sotto la leadership di Massimo D’Alema) avrebbero ignorato le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti [senza fonte]. Secondo gli stessi autori, inoltre, le riforme giudiziarie promosse dal centrosinistra avrebbero reso i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti e avrebbero reso più facile e frequente la caduta in prescrizione di numerosi reati.

Al contrario, la totalità della dottrina ha salutato positivamente l’intento del legislatore di introdurre nell’ordinamento italiano i principi del primato del contraddittorio e della parità delle armi tra accusa e difesa – entrambi tipici dei sistemi giuridici delle democrazie liberali europee – pur manifestando talvolta qualche riserva in merito alla sua implementazione in concreto[18].

Previti e Craxi [modifica]

Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all’intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all’opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la latitanza – secondo i suoi sostenitori, l’esilio volontario – ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.

Gli anni Duemila [modifica]

Le elezioni del 2001: la vittoria di Berlusconi [modifica]

Le elezioni politiche del 2001 segnarano la vittoria di Silvio Berlusconi e della Casa delle Libertà, la coalizione che lo sosteneva, i quali ebbero la meglio sull’Ulivo e sul suo candidato Francesco Rutelli. Antonio Di Pietro (dopo che nel 2000 aveva rotto con la coalizione di centrosinistra per non dare il suo voto di fiducia al governo di Giuliano Amato, che per Di Pietro ostacolò da premier le sue indagini), corse da solo con il movimento L’Italia dei Valori, ma nonostante avesse conseguito il 3.9% dei suffragi, a causa della legge elettorale, non riuscì ad entrare in Parlamento.

L’esito elettorale fu considerato un segnale importante della nuova considerazione che Mani pulite aveva, a distanza di dieci anni, nell’opinione pubblica: un atteggiamento indifferente se non ostile per quella che venne considerata una stagione chiusa. Persino i politici che all’inizio degli anni novanta avevano sostenuto apertamente il pool cambiarono idea: la Lega Nord denunciò un uso abusivo e prevaricatore della giustizia da parte di certa magistratura, Gianfranco Fini riconobbe i meriti dei giudici nel saper eliminare un sistema corrotto ma sostenne che essi non avevano saputo fermarsi entro i propri confini. Il pool fu accusato anche di aver voluto colpire solo i partiti di governo salvando il PCI; qualcuno giunse a parlare di “colpo di stato”.[senza fonte]

La rivalutazione di Mani pulite [modifica]

Mani pulite è tuttora al centro di un ampio dibattito storiografico e politico. Le inchieste sono state difese e rivalutate da molti sostenitori della politica pulita come Beppe Grillo, Marco Travaglio e Peter Gomez che hanno scritto libri e articoli in difesa dei magistrati. Molti hanno visto in Mani pulite una “rivoluzione pacifica della società civile”, riprendendo una definizione di Indro Montanelli.

Antonio Di Pietro è oggi presidente dell’Italia dei Valori e ha posto al centro della sua battaglia politica i valori della legalità e della moralizzazione delle istituzioni.

Statistiche su Mani pulite [modifica]

L’inchiesta Mani pulite, durata due anni e condotta da cinque magistrati, ha portato a 1300 fra condanne e patteggiamenti definitivi.[1]

Gli autori del libro Mani pulite, la vera storia (2002) affermano che dei 430 assolti nel merito (il 19%), non tutti sono stati riconosciuti estranei ai fatti. Alcuni imputati (gli autori citano come esempio 250 imputati per le tangenti riguardanti la Cariplo) pur avendo commesso il fatto, non sono stati ritenuti punibili: i giudici hanno ritenuto il fatto commesso, ma li hanno assolti con la formula «il fatto non costituisce reato» in quanto non vennero considerati pubblici ufficiali. In quest’ottica gli assolti perché riconosciuti estranei ai fatti contestati scenderebbero a circa 150 (il 6%). Gli autori aggiungono inoltre che di quei 150 molti sono stati assolti grazie alle riforme giudiziarie dell’Ulivo, che tramite l’art. 513 c.p.p. (giudicato poi incostituzionale) e la riforma denominata «giusto processo», hanno invalidato le prove di vari procedimenti.[2]

Vi è tuttavia da dire che nel momento in cui vi è una promessa corresponsione in denaro o altra utilità ad una persona perché questa ponga in essere un determinato atto, non vi è alcun reato, a meno che quest’ultima non sia appunto un pubblico ufficiale, nel qual caso possono profilarsi i reati di corruzione o concussione. Viceversa, come sembra essere avvenuto nella maggioranza dei processi di Mani Pulite conclusisi con l’assoluzione, la questione attiene ai rapporti tra privati cittadini che non integrano in alcun modo il fatto-reato.

È stato infine sottolineato da autorevole dottrina come l’orientamento della magistratura nel suo complesso sia stato, in quel periodo, particolarmente rigorista in ambito di reati contro la pubblica amministrazione: ciò che sarebbe stato permesso, tra l’altro, dalla peculiare indeterminatezza di fondo della fattispecie di concussione (art. 317 c.p.), ritenuta suscettibile di rilievi di incostituzionalità.[19] È stata infatti ricondotta a concussione anche la condotta del pubblico ufficiale che aveva ricevuto danaro da privati senza aver esercitato su di loro alcun tipo di pressione, limitandosi a beneficiare degli effetti dell’operato di chi l’aveva preceduto nella carica (c.d. concussione ambientale).[20]

Un tale rigorismo è stato difeso dall’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio, ancora tre lustri dopo:

  « Se avessimo ragionato così [21] negli anni 90 non ci sarebbe stata Mani Pulite. Tutti coloro che indagavamo dicevano che facevano le cose per migliorare la situazione, ma noi abbiamo scoperto che invece la peggioravano con appalti inutili e vuoti. Il principio di legalità va difeso sempre e comunque.[22] »
   

Il costo delle tangenti [modifica]

Nel 1992 l’economista Mario Deaglio calcolò la ricaduta economica del giro di tangenti sui conti dello Stato, e quindi, in definitiva, sulle tasche dei cittadini. Infatti, la lievitazione dei costi degli appalti, finalizzata all’ottenimento dei margini fraudolenti, nonché i lavori inventati ex-novo per generare il giro di tangenti, ha una ripercussione rilevante sui costi che lo Stato si accolla nei lavori pubblici, tale che, in alcuni casi, il costo delle opere pubbliche viene ad essere due, tre, quattro e più volte il costo per analoghe opere pubbliche realizzate in altri paesi europei.

Deaglio ha stimato[23] che il giro delle tangenti generasse orientativamente:

  • 10000 miliardi di lire annui di costi per i cittadini;
  • un indebitamento pubblico fra 150000 e 250000 miliari di lire;
  • tra 15000 e 25000 miliardi di interessi annui sul debito.

La proposta di Commissione parlamentare di inchiesta [modifica]

Fin dal 1992 venne proposta l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta su Tangentopoli, per accertare gli illeciti arricchimenti conseguiti da titolari di cariche elettive e direttive, nonché per formulare idonee proposte per la devoluzione allo Stato dei patrimoni di non giustificata provenienza e per la repressione delle associazioni a delinquere di tipo politico. Nella XI legislatura la Camera dei deputati giunse ad approvare all’unanimità, il 7 luglio 1993, un testo unificato che recepiva l’esigenza della Commissione d’inchiesta, ma il relativo disegno di legge [24] si arenò in Commissione al Senato.

Nella successiva legislatura la proposta ottenne un parere favorevole da parte della Commissione Giustizia del Senato. Ma perse di spinta propulsiva dopo che fu approvato un emendamento della maggioranza che puntava ad orientarne i lavori di ricerca “storiografica”: esso intendeva accertare se la conduzione delle inchieste avesse riscontrato omissioni o “zone bianche”; si trattava di un indirizzo che – non escludendo una conduzione selettiva o “mirata” di quelle inchieste – andava oggettivamente in consonanza con la richiesta, avanzata dalla Tunisia, da Bettino Craxi. La proposta – con il discusso emendamento, che ne stravolgeva il senso originario – fu votata dalla Camera, nella nuova legislatura, il 3 novembre 1998, durante la quale venne rigettata, insieme alle varie discordanti proposte avanzate da gli altri gruppi parlamentari.

L’idea di una Commissione d’inchiesta riprese velocità dopo che il gruppo di Forza Italia [25] depositò il 28 settembre 1999 una proposta di Commissione bicamerale di inchiesta sui comportamenti dei responsabili pubblici, politici e amministrativi, delle imprese pubbliche e private e sui loro reciproci rapporti (A.C. 6386); e una proposta identica di Commissione monocamerale, da istituire presso la Camera dei deputati, sempre ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione [26]. Lo stesso giorno proposte simili furono avanzate dallo Sdi e dai Ds.

Il 21 gennaio 2000, l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema rilanciò l’idea in un intervento alla Camera. Ma anche stavolta le divisioni e le divergenze fra i vari partiti fecero naufragare il progetto.

Lo “scivolamento” dello strumento dell’inchiesta nell’intento di riscrittura della storia del decennio passato divenne esplicito nella XIV legislatura. Paradossalmente, dagli eredi (anche familiari) del latitante di Hammamet non giunse che una riedizione del testo licenziato dalla Camera il 26 gennaio 2000 (vedasi l’Atto Camera 1427, mentre l’Atto Camera 1867 riproduce il testo del Senato): la pacatezza della proposta deriva probabilmente dal diverso strumento prescelto per ottenere la “riabilitazione” del defunto, e cioè i due ricorsi dichiarati ammissibili dinanzi alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Fu invece proprio del progetto di legge n. 2019 (d’iniziativa Cicchitto e Saponara) l’aver proposto l’istituzione di una “Commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia”, che oltre a “disfunzioni” accertasse “l’eventuale presenza all’interno dell’ordine giudiziario di orientamenti politico-ideologici e rapporti di interdipendenza con forze politiche parlamentari o extra parlamentari; l’eventuale influenza di motivazioni politiche sui comportamenti delle autorità giudiziarie; le conseguenti deviazioni della giustizia determinate dalla gestione politicamente mirata dell’esercizio dell’azione penale; l’effettività del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, e l’eventuale esistenza di un esercizio discrezionale e selettivo della funzione giudiziaria; gli eventuali tentativi di interferenza di magistrati, singoli o associati, con l’attività parlamentare e di Governo, in contrasto con il principio costituzionale della separazione dei poteri”.

La concezione “storiografica” dell’inchiesta parlamentare acquistò così addirittura una valenza punitiva: la pubblica berlina per coloro che, probabilmente non perseguibili neppure disciplinarmente, incisero così pesantemente sul corso della storia patria, in una sorta di “contrappasso” per le traversie giudiziarie in cui ancora versano esponenti politici di primissimo piano. Si comprende bene perché – alla fine – tale proposta non abbia avuto alcun seguito, e come la materia della ricostruzione storiografica di Tangentopoli sia stata alfine lasciata alla indagine storiografica tout court, senza bisogno di intermediazioni politiche o lottizzazioni di sorta.

Critiche [modifica]

Il pool di Mani pulite e le loro indagini sono stati oggetto di forti critiche. Ad esempio Silvio Berlusconi ha dichiarato:

  « I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati »
 
(Silvio Berlusconi, 30 settembre 2002,[27])

Mentre taluno sostiene che nessun esempio sarebbe mai stato trovato per dimostrare tale accusa[27], altri citano i casi di alcuni suicidi giudicati eloquenti. Il manager pubblico Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, si soffocò con una busta di plastica nel carcere di San Vittore il 20 luglio 1993: nella versione poi diffusasi nell’ambiente politico [28] sarebbe stato vittima della Procura di Milano perché, prima di compiere l’estremo gesto, avrebbe più volte chiesto ai magistrati di essere interrogato per chiarire la sua posizione. Risulta però che al momento del suicidio, per il pool di Di Pietro fosse già uomo libero, visto che ne aveva già richiesto la sua scarcerazione: Cagliari era tenuto ancora in carcere per un altro processo milanese, quello sul caso Eni-Sai (uno dei processi che portò alle condanne definitive di Craxi[29]). Stando a quanto ricostruito successivamente a Cagliari, sentito dal pubblico ministero Fabio De Pasquale, erano stati promessi gli arresti domiciliari, probabilmente anche in virtù delle sue dichiarazioni sulla tangente che Salvatore Ligresti avrebbe pagato a DC e PSI[30], ma l’arresto di Ligresti il 19 luglio, che diede una ricostruzione differente dei fatti, portò la procura a ritenere che un’eventuale scarcerazione di Cagliari gli avrebbe consenstito di inquinare eventuali prove.[31][32]. Pochi giorni dopo, il 23 luglio, anche l’imprenditore Raul Gardini si tolse la vita in casa a Milano, poco prima di ricevere l’avviso di garanzia per le indagini nei suoi confronti.

I detrattori di “Mani pulite” sottolineano come la misura cautelare della custodia in carcere, la massima prevista dall’ordinamento, fosse stata utilizzata nei confronti di persone per lo più incensurate, socialmente, lavorativamente e familiarmente inserite, così che qualsiasi pericolo di fuga, inquinamento probatorio o reiterazione del reato non fosse ragionevolmente ipotizzabile, o tutt’al più scongiurabile mediante semplici arresti domiciliari.[senza fonte]

Un’altra critica riguarda il presunto uso politico della giustizia per denigrare e portare allo scioglimento partiti o movimenti politici. Si ritiene che dalle inchieste di Mani Pulite siano stati colpiti esclusivamente esponenti politici della DC o del PSI, e nessun esponente politico di rilievo del PCI.[senza fonte]

Giulio Maceratini [33] osserva che questa miratezza delle indagini non poteva essere una casualità ed è stata consapevolmente voluta per affondare il PSI e la DC e favorire l’elezione del PCI, che fino ad allora non era mai riuscito a governare l’Italia tramite le libere elezioni. Maceratini afferma inoltre che sembra strano che, in un ambiente così corrotto come era l’Italia di quei tempi descritta dai magistrati di Mani Pulite, il PCI non avesse tratto nessun beneficio dal sistema politico economico vigente.[34]. A queste dichiarazioni Gianfranco Fini, leader dello stesso partito di Maceratini, risponde che “Qui e fuori di qui la stragrande maggioranza degli italiani ha un sentimento di gratitudine per quei magistrati che hanno smascherato il volto perverso del sistema tangentocrate.Detto questo è evidente che da parte nostra non ci deve essere alcun timore per ogni indagine che viene fatta.[33]

Tuttavia in merito a queste critiche è stato fatto notare dal giornalista Marco Travaglioche i primi due politici arrestati in Mani Pulite erano dell’ex Pci: Soave e Li Calzi. Il pool di Milano inquisì quasi l’intero vertice del Pci-Pds milanese. E poi le prime elezioni dopo Tangentopoli non le vinsero le sinistre: le vinse Berlusconi“.[35] Inoltre furono indagati anche Marcello Stefanini, segretario amministrativo nazionale del Pds, successivamente prosciolto, e Primo Greganti, uomo legato al partito comunista che soffrì “uno dei più lunghi periodi di custodia cautelare”[36].

Altro addebito – di tipo eminentemente processuale – fu quello fondato sullo squilibrio conoscitivo tra magistratura requirente e giudicante, che rendeva necessitate molte delle decisioni di competenza di quest’ultima (specie quelle cautelari, assunte necessariamente in assenza di contraddittorio con la difesa): già nel processo Cusani la difesa lamentava che alcune decisioni del GIP riproducevano note a margine e post-it apposti sul fascicolo con la grafia di Antonio Di Pietro[37]. Ma solo dopo molti anni – terminato il suo lavoro a Milano e quello di membro elettivo del CSM – il GIP milanese Italo Ghitti ammise[38] che le decisioni da lui assunte nel 1992-1993 erano spesso pedissequi accoglimenti delle richieste della Procura della Repubblica, non essendogli possibile o pratico revisionare tutti gli elementi di prova (che venivano ritenuti fondati spesso senza neppure aver avuto il tempo di esaminarli): a sua volta, sostenne Ghitti, lo stesso PM spesso prende per buone le attività di indagine effettuate dalla polizia giudiziaria, senza un reale riscontro.

Nel 1994, il Governo Berlusconi I inviò degli ispettori per indagare su eventuali scorrettezze commesse dai magistrati della Procura di Milano, tra cui quelli del pool di Mani pulite. Nella loro relazione finale, presentata il 15 maggio 1995, gli ispettori del governo Berlusconi affermarono che:

  « Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri »
 
(relazione finale degli ispettori inviati dal Governo Berlusconi I, 15 maggio 1995)

Un altro acerrimo critico dei magistrati di Mani pulite è il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi: i suoi attacchi televisivi ai giudici ed al giustizialismo raggiunsero livelli di scompostezza tali che la Corte costituzionale, con le sentenze nn. 10 e 11 del 2000, li sottrasse all’area dell’insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare (di cui all’articolo 68, primo comma della Costituzione).

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