fabrizio cicchito tessera p2 n° 2232

Pubblicato: ottobre 12, 2009 in berlusconi e la p2
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http://iltafano.typepad.com/il_tafano/2009/10/fabrizio-cicchitto-tessera-p2-n-2232-ha-parlato-da-statista-una-bella-manifestazione-di-piazza-e-cancelliamo-le-condan.html

 

Fabrizio Cicchitto, Tessera P2 n° 2232, ha parlato, da statista

 una bella manifestazione di piazza, e cancelliamo le condanne a Berlusconi. A quando una manifestazione per la riabilitazione dello “stalliere” Mangano? Secondo il capogruppo Pdl alla Camera la sentenza sul lodo Mondadori fa parte di una manovra concentrica per ribaltare la vittoria elettorale del 2008 – Pdl: “In piazza per Berlusconi” (vedi articolo Repubblica) Da quando mi occupo di questo blog – e più in generale da quando so leggere – di minchiate ne ho lette e sentite di tutti i colori, di tutti gli odori, e di tutte le dimensioni. Questa del post-piduista Cicchitto, però, le supera tutte, in dimensioni e in fetore. La condanna di Berlusconi a risarcire i danni a De Benedetti per la sentenza che ha accertato la “corruzione in atti giudiziari” del giudice Metta, grazie alla quale il lodo Mondadori è stato annientato, consegnando la Mondadori a Berlusconi anzichè a De Benedetti, non poteva che avere uno sbocco, in sede civile, di risarcimento danni proporzionato alle dimensioni della posta in gioco. E tanto per capirci: la Fininvest è condannata al pagamento di un risarcimento danni di circa 750 milioni, mentre la capitalizzazione di borsa della Mondadori, a fine 2008, era di 847 milioni. Insomma, gli hanno fatto anche lo sconto. Qualcuno dimentica che il “lodo Mondadori”, capovolto dal giudice Metta per sentenza scritta nello studio Previti e pagata dalla Fininvest, stabiliva che la famiglia Formenton avrebbe consegnato a De Benedetti azioni e controllo della Mondadori entro il 1991. Invece nel 1989 il lodo viene stracciato, e la Mondadori finisce, chissà perchè, in mano a Berlusconi. Quindi oggi a Berlusconi viene imposto (ed è una sentenza molto mite) SOLO il pagamento di ciò che è addirittura meno della capitalizzazione di borsa della Mondadori, senza alcun riguardo al fatto che per quasi 20 anni (dal 1991 ad oggi) Berlusconi si è ficcato nelle capaci tasche sei suoi Caraceni gli utili prodotti dalla Mondadori. Utili che avrebbero dovuto invece finire in tasche d’altri. Grazie al piduista, la cultura dell’illegalità compie un ulteriore balzo in avanti: piazza contro sentenze. Non se ne sentiva il bisogno. Viceversa, per il piduista basta una bella manifestazione, magari nella piazzetta di Porto Rotondo, per rovesciare una sentenza della magistratura ed assolovere “per acclamazione” qualsiasi pregiudicato. Perchè la legge è uguale per tutti. O no? L’idea di Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL, di “una grande manifestazione popolare” per rispondere a quella che considera un’offensiva contro il premier, puzza di Cile lontano un miglio.. “E’ evidente – afferma in una nota in riferimento alla sentenza sul lodo Mondadori – che l’attacco al presidente Berlusconi di precisi settori politici e finanziari è concentrico e lungo più direttrici che vanno dal gossip, all’evocazione degli attentati di mafia del ’92, ad altro ancora che si prepara e, adesso a questa sentenza civile dalle proporzioni inusitate ben studiata anche nei tempi”. […] Cicchitto punta il dito contro l’Ingegnere. “Ovviamente il beneficiario è De Benedetti, il vero leader della sinistra editoriale e finanziaria. Infatti la debolezza della sinistra politica è surrogata dalle iniziative giudiziarie, finanziarie e editoriali. Il tutto avviene mentre lo scandalo reale della Regione Puglia è tenuto coperto usando le D’Addario di turno. L’obiettivo è sempre quello: manipolare con manovre di Palazzo la vittoria elettorale del 2008, che evidentemente non è accettata da una serie di ambienti. Rispetto a tutto ciò il governo e la maggioranza devono svolgere il loro ruolo sostenuto dal consenso della maggioranza dei cittadini. La libertà di dibattito interno non deve comunque portarci a rinchiuderci in noi stessi; anzi bisogna cominciare a esaminare l’opportunità di una grande manifestazione popolare”. Ancora qualche giorno, e Cicchitto, seguito dai cicchittoidi, chiederà il giudizio divino. La Prova del Fuoco? Per intanto, accontentiamoci dell’estratto delle [motivazioni della sentenza] _____________________________________________________________________________________ Lodo Mondadori, le tappe della vicenda giudiziaria Ecco le tappe principali della vicenda giudiziaria per il Lodo Mondadori che ha visto il Tribunale civile di Milano emettere una provvedimento di condanna contro la Fininvest, che dovrà versare a Cir circa 750 milioni a titolo di risarcimento per danno patrimoniale. 4 ottobre 2001. Davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Milano comincia il processo per il Lodo Mondadori. Imputati sono Cesare Previti, Attilio Pacifico, Vittorio Metta e Giovanni Acampora. A giugno, i giudici della quinta sezione della Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto che nei confronti di Silvio Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice e, grazie alla concessione delle attenuanti generiche, questo reato è stato dichiarato prescritto. (…prescritto, non assolto… NdR) 28 gennaio 2002. Il processo Imi-Sir, cominciato nel 2000, è riunito con quello sul Lodo Mondadori. 29 aprile 2003. La Corte di Appello di Milano condanna a 13 anni Vittorio Metta, 11 anni Cesare Previti e Attilio Pacifico, 8 anni e 6 mesi Renato Squillante, 6 anni Felice Rovelli, 5 anni e 6 mesi Giovanni Acampora, 4 anni e 6 mesi Primarosa Battistella. Assolto Filippo Verde. 7 gennaio 2005. Comincia a Milano, davanti alla seconda Corte d’appello, presieduta da Roberto Pallini, il processo di secondo grado per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori. 23 maggio 2005. I giudici confermano la condanna di Cesare Previti per la sola vicenda Imi-Sir, assolvendolo per quella Lodo Mondadori. Previti e Attilio Pacifico hanno avuto una riduzione della condanna da undici a sette anni. Riduzioni delle pene per gli altri imputati: Vittorio Metta da 13 a 6 anni, Renato Squillante da 8 anni e 6 mesi a 5 anni, Felice Rovelli da 6 a 3 anni, Primarosa Battistella da 4 anni e 6 mesi a 2 anni. Per la vicenda Lodo Mondadori l’avvocato Giovanni Acampora, Metta, Pacifico e Previti sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. 4 maggio 2006. Per la vicenda Imi/Sir, la Corte di Cassazione riduce a 6 anni la condanna per Previti e Pacifico, conferma la condanna a 6 anni per Metta, riduce la pena per Acampora a 3 anni e 8 mesi, annulla senza rinvio la condanna per Squillante e Battistella e considera prescritta l’accusa per Felice Rovelli. Per il lodo Mondadori, la Cassazione accoglie il ricorso della Procura Generale di Milano e della parte civile Cir, contro le assoluzioni del maggio 2005. 18 dicembre 2006. Davanti alla terza sezione della Corte d’appello di Milano, comincia il nuovo processo d’appello per il lodo Mondadori. 23 febbraio 2007. I giudici condannano Previti, Acampora e Pacifico ad un anno e 6 mesi, Metta a due anni e otto mesi. Le condanne vanno aggiunte in continuazione con quelle del processo Imi-Sir, ormai diventate definitive. 3 ottobre 2009. La I sezione del Tribunale di Milano ha dichiarato che la Cir ha diritto al risarcimento di 750 milioni da parte di Fininvest per il danno patrimoniale da ‘perdita di chance’ subito nella vicenda per la ‘battaglia di Segrate’. Il provvedimento civile è arrivato alla luce dalla definitiva condanna penale del 2007 per corruzione. [Dalla scheda di Repubblica] _____________________________________________________________________________________ L’ANALISI, di Giuseppe D’Avanzo:.Berlusconi chiama la politica a difesa del suo patrimonio. Metà del Paese chiamata a sostenrlo per un episodio di corruzione. E il premier trasforma in complotto un’ordinaria storia di malaffare La politica, per Silvio Berlusconi, è nient’altro che il modo più efficace per accrescere e proteggere il suo business. È sempre stato così fin da quando, neolaureato fuori corso in giurisprudenza, si dà agli affari. Forte di legami politici con le amministrazioni locali e regionali – e qualche “assegno in bocca” – diventa promotore immobiliare. La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica – la corruzione d’un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari – gli permette di ottenere, dal presidente del consiglio corrotto, due decreti d’urgenza e, dal parlamento, una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest. Non proprio un prometeo dell’economia, nel 1994 è in rotta e fallito (gli oneri del debito della Fininvest – 4000 miliardi di lire – superano l’utile operativo del gruppo). Ha perso però i protettori travolti dal malaffare tangentocratico e s’inventa “imprenditore della politica” convertendo l’azienda in partito. E’ ancora la politica che gli consente di manomettere, con diciassette leggi ad personam, codici e procedure per evitare condanne penali per un variopinto numero di reati (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, corruzione) fino all’impunità totale della “legge Alfano” che gli assicura un parlamento diventato bottega sua (domani la Consulta ne vaglierà la costituzionalità). Non c’è da sorprendersi allora se, condannato oggi al pagamento di un risarcimento di 750 milioni di euro per aver trafugato la Mondadori corrompendo un giudice, Silvio Berlusconi si nasconda ancora una volta dietro il paravento della politica. E’ sempre la sua carta jolly per confondere le acque, cancellare i fatti, rendere incomprensibile quel che è accaduto, difendere – dietro le insegne dell’interesse pubblico – il suo interesse personale. Secondo un copione collaudato nel tempo, il premier anche oggi è lì a cantare la favola dell'”aggressione politica al suo patrimonio”, dell'”assedio ad orologeria”. Evoca, con le parole della figlia Marina (presidente di Mondadori), il “momento politico molto particolare”. Piagnucola: “Se è così, chiudo”. Minaccia (gli capita sempre quando è a mal partito) che chiamerà alle urne gli elettori, se sarà contrariato. Bisogna dunque dire se c’entra la politica, in questa storia della Mondadori. La risposta è sì, c’entra ma (non è un paradosso) soltanto perché salva Berlusconi dai guai (e non è una novità). Ricapitoliamo. E’ il giugno 2000. Berlusconi è accusato di aver comprato la sentenza che gli ha permesso di mettere le mani sul più grande impero editoriale del Paese scippandolo a Carlo De Benedetti (editore di questo giornale). Per suo conto e nel suo interesse, gliela compra l’avvocato e socius Cesare Previti (poi suo ministro). L’udienza preliminare del “caso Mondadori” ha un esito sorprendente: non luogo a procedere. E’ salvo. Il pubblico ministero Ilda Boccassini si appella. La Corte le dà ragione, ma Previti e Berlusconi hanno destini opposti. Per una svista, i legislatori nel 1990 si sono dimenticati del “privato corruttore” aumentando la pena della corruzione nei processi soltanto per il “magistrato corrotto”. Correggono l’errore nel 1992, ma i fatti della Mondadori sono anteriori a quell’anno e dunque Berlusconi è passibile della pena meno grave, da due a cinque anni (corruzione semplice), anziché da tre a otto (corruzione in atti giudiziari). Se ottiene le attenuanti cosiddette generiche, può farla franca perché il reato sarebbe estinto. La sentenza del 25 giugno 2001 le concede a Berlusconi, non a Previti che va a processo. Stravagante la motivazione che libera il premier: è vero, Berlusconi ha corrotto il giudice, ma si è adeguato a una prassi d’un ambiente giudiziario infetto e poi l’attuale suo stato “individuale e sociale” (si è appena insediato di nuovo a Palazzo Chigi) merita riguardi. Diciamolo in altro modo. Per i giudici non si possono negare le attenuanti, e quindi la prescrizione, a quell’uomo che – è vero – è un “privato corruttore” perché è “ragionevole” e “logico” che il mandante della tangente al giudice sia lui, ma santiddio oggi governa l’Italia, è ricco, potente, conduce la sua vita in modo corretto, come si fa a mandarlo a processo? (…insomma, una sentenza di un fetore tale, che farebbe indossare le maschere antigas persino ai peggiori paesi dell’America Latina… NdR) Berlusconi potrebbe rinunciare alla prescrizione, affrontare il giudizio, dimostrare la sua estraneità, pretendere un’assoluzione piena o almeno testimoniare e dire perché ha offerto a Previti i milioni da cui attinge per pagare il mercimonio del giudice. Non lo fa, tace, si avvale della facoltà di non rispondere e il titolo indecoroso di “privato corruttore” gli resta appiccicato alla pelle. Dunque, prima conclusione. La politica di ieri e di oggi non c’entra nulla se si esclude il salvataggio del premier, “privato corruttore”. Bisogna riprendere il racconto da qui perché la favola dell'”aggressione politica al patrimonio” di Berlusconi si nutre di un sorprendente argomento: “Il processo non ha mai riguardato la Fininvest che si limitò a pagare compensi professionali a Previti”. Occorre allora mettere mano alle sentenze. C’è un giudice, Vittorio Metta, che già è stato corrotto da Previti per un altro affare (Imi-Sir). Viene designato come relatore dell’affare Mondadori. La designazione è pilotata con sapienza. Scrive le 167 pagine della sentenza in un solo giorno, ventiquattro ore, “record assoluto nella storia della magistratura italiana”. In realtà, la sentenza è scritta altrove e da chi lo sa chi: “Da un terzo estraneo all’ambiente istituzionale”, si legge nella sentenza di primo e secondo grado. Venti giorni dopo il deposito del verdetto (14 febbraio 1991), la Fininvest (attraverso All Iberian, il “gruppo B very discreet”) bonifica a Cesare Previti quasi 2 milioni e 800 mila dollari (3 miliardi di lire). Su mandato di chi? Nell’interesse di chi? “La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore” scrivono i giudici dell’Appello che condannano Cesare Previti non perché concorre al reato di Vittorio Metta (il giudice), ma perché complice del “privato corruttore” (Berlusconi). “E’ la Fininvest – conclude infine la Corte di Cassazione – la fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris”, del baratto che consente a Berlusconi da diciotto anni di avere nella sua disponibilità la Mondadori. Rimettiamo allora in ordine quel che si sa e ha avuto conferma nel lungo percorso processuale, in primo grado, in appello, in Cassazione. Berlusconi è un “privato corruttore”. Incarica il socius Previti di corrompere il giudice che decide la sorte e la proprietà della casa editrice. Previti ha “stabilmente a libro paga” Vittorio Metta. Il giudice si fa addirittura scrivere la sentenza. Ottiene “almeno quattrocento milioni” da una “provvista” messa a disposizione dalla Fininvest che “incassa” in cambio la Mondadori.(…OK… il prezzo è giusto… per 200.000 euri, questo bandito di Metta si vende una cosina che oggi capitalizza 847 milioni di euri. Se Metta non fosse stato condannato per corruzione, andrebbe interdetto per coglioneria. Nell’affare, si è accontentato di una mancetta dello 0,024%. Insomma, siamo all’accattonaggio… NdR) Questi i nudi fatti che parlano soltanto di malaffare, corruzione, baratterie, di convenienze privatissime e non di politica e mai di interesse pubblico. Di politica parla oggi Berlusconi per salvare se stesso. Come sempre, vuole che sia la politica a tutelare business e patrimonio privati. Per farlo, non rinuncia – da capo del governo e “privato corruttore” – a lanciare una “campagna” che spaccherà in due – ancora una volta – un’opinione pubblica frastornata e disinformata. Berlusconi chiede un’altra offensiva di plagio mediatico con il canone orientale delle tv e dei giornali che controlla e influenza: non convincere, non confutare, screditare. Il premier giunge a minacciare le elezioni anticipate, come se il suo destino fosse il destino di tutti e l’opacità della sua fortuna una responsabilità collettiva. Ripete la solita filastrocca che si vuole “manipolare con manovre di palazzo la vittoria elettorale del 2008 ed è ora che si cominci a esaminare l’opportunità di una grande manifestazione popolare”. In piazza, metà del Paese. In difesa di che cosa? Si deve rispondere: in difesa della corruzione che ha consentito a Berlusconi la posizione dominante nell’informazione e nella pubblicità. E perché poi dovremmo tornare a votare? In difesa del suo portafoglio. L’Italia esiste, nelle intenzioni del capo del governo, soltanto se si mobilita a protezione delle fortune dell’uomo che la governa. Stefano D’Avanzo

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