Le Leggi Vergogna che hanno votato

Pubblicato: ottobre 12, 2009 in le leggi ad personam di berlusconi
Tag:

articolo originale:

http://www.geocities.com/basta2006/leggi-berlusconi.html

 

Le Leggi Vergogna che hanno votato

Centinaia di processi sospesi, quasi tutte le eccezioni per l´articolo 13 sull´arresto dei clandestini “Testo unico sull´immigrazione legge 30 luglio 2002, n°189” (Legge Bossi – Fini) Da La Repubblica – luglio 2003 Immigrazione, giudici in rivolta “È confusa e inapplicabile…” L´articolo 33 non sembra dare l´obbligo al datore di lavoro di sanare il rapporto. Il 15 ottobre si terrà la prima Camera di consiglio sul nuovo Testo unico. ROMA – Duecentosessantuno eccezioni di incostituzionalità. Duecentosessantuno casi che oggi pendono davanti alla Consulta. Non c´è dubbio. La legge Bossi-Fini non convince i giudici italiani, che continuano a sospendere i processi a carico degli immigrati e a rivolgersi alla Corte costituzionale. Contro il nuovo Testo unico sull´immigrazione (legge 30 luglio 2002, n°189) «c´è un vero e proprio record di ricorsi (261, al 4 luglio 2003, ndr) – confida una responsabile della cancelleria della Consulta – che continua a crescere mese dopo mese e minaccia di non arrestarsi finché la Corte non prenderà una decisione». La prima Camera di consiglio è fissata per il 15 ottobre 2003. La legge Bossi-Fini? «Noi la stiamo applicando – aveva affermato l´allora procuratore di Milano, Gerardo D´Ambrosio, nel novembre dello scorso anno – anzi stiamo facendo l´impossibile per rimediare a certe norme macchinose e di dubbia interpretazione». E in effetti da subito la nuova legge aveva gettato nella confusione le aule di giustizia italiane. La gran parte delle eccezioni di incostituzionalità investono l´articolo 13 della legge, in base al quale lo straniero irregolare che «senza giustificato motivo si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione dell´ordine di espulsione del questore, è punito con l´arresto da sei mesi a un anno». Molti giudici (a Roma, Ravenna, Terni, Padova, Firenze, Bologna, Viterbo, Torino) ritengono che tale disposizione contrasti con la Costituzione. E in particolare con l´articolo 2 che sancisce il principio di solidarietà. Con l´articolo 3, per la disparità di trattamento tra cittadini italiani e stranieri: questi ultimi infatti sarebbero arrestati anche solo per un reato contravvenzionale. Con l´articolo 24 che garantisce il diritto alla difesa. E con l´articolo 27, sulla presunzione di non colpevolezza. ——————————————————————————– Modifiche al codice di procedura penale per rafforzare la legge “salva Previti” La Camera vota l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento “La proposta di legge n. 2055/A approvata dalla Camera dei deputati il 16 dicembre 2004 ” Da “Liberazione 22 settembre 2005” Lo sciopero degli avvocati penalisti, la tensione esistente nel corpo complessivo degli operatori del diritto, la criticità aspra della quasi totalità dei magistrati italiani (con un’articolazione di posizioni che giudico corretta) sono metafora della bancarotta del centrodestra sul terreno non solo dell’ordinamento giudiziario ma della Giustizia e dello Stato di diritto. Da un lato, infatti, il sistema delle garanzie e dei diritti viene smantellato quotidianamente da leggi proibizioniste o gravemente emergenzialiste (si pensi, da ultimo, al cosiddetto “pacchetto Pisanu” che è contro i migranti, non contro il terrorismo), dall’altro, singoli provvedimenti, a volte non indecenti, naufragano nell’assoluta assenza di un progetto organico, che ridia senso alle riforme e ricostruisca la fiducia delle cittadine e dei cittadini. E’ dentro questo contesto disorganico e, insieme, giustizialista che si inquadrano le leggi del centrodestra a salvare gli «amici del presidente» introducendo, spesso, gravi elementi di irrazionalità e di iniquità. Basti pensare che è in discussione in Parlamento la cosiddetta “legge Cirielli”, che è meglio conosciuta come “legge salva Previti” sulle prescrizioni, ma che è soprattutto (come merce di scambio tra Forza Italia e Alleanza Nazionale) una “legge ammazza Gozzini” per la gravità della normativa sui recidivi. Non a caso, ancora una volta ieri, alla Camera dei deputati, il centrodestra ha imposto questa grave e mediocre logica normativa approvando una legge che abbiamo considerato (penso anche all’intervento di Giuliano Pisapia) un’occasione di riforma naufragata nel favore da fare al solito Previti per “liberarlo” dai processi in corso. Sarebbe stato essenziale (e possibile), aderendo ad orientamenti internazionali, porre un limite al giudizio di appello in caso di assoluzione. Ma il procedimento si è caricato, appunto, di altre norme “ad personam” che hanno indebolito il suo impianto garantista. Sono state, ad esempio, inglobate nell’unico concetto di «assoluzione» situazioni tra loro completamente differenti, tese, appunto, ad incidere su processi in corso contro imputati “eccellenti”. E’ stata comunque approvata, con il nostro voto favorevole (ma le altre forze dell’Unione hanno votato contro), una norma finalizzata a maggiori garanzie onde evitare errori giudiziari. L’articolo prevede che la Cassazione possa annullare una sentenza quando non sia stata assunta una prova decisiva; prevede inoltre che la stessa cassazione possa annullare la sentenza quando manca o è contraddittoria la motivazione. La mancanza o la contraddittorietà della motivazione, dunque, non devono più emergere dalla sentenza; la Cassazione potrà così annullare ingiuste condanne. Come sempre, il nostro unico metro di giudizio è nell’ampliamento delle tutele, delle garanzie, della libertà. ——————————————————————————– Legge Cirami, ecco che cosa prevede la legge sul legittimo sospetto “Legge 7.11.2002 n.248” (pubblicata sulla G.U. del 7 novembre 2002, n.261) Da La Repubblica (5 novembre 2002) CON L’APPROVAZIONE definitiva da parte della Camera, il ddl Cirami sul legittimo sospetto è diventato legge. Il voto dell’aula di Montecitorio ha completato la modifica apportata al testo dal Senato lo scorso 24 ottobre. Ecco, punto per punto, quello che prevede il provvedimento. LEGITTIMO SOSPETTO E RIMESSIONE DEL PROCESSO. “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo, e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo, ovvero pregiudicano la sicurezza o l’incolumità personale o determinano motivi di legittimo sospetto”, la Corte di Cassazione rimette il processo ad altro giudice su richiesta del Procuratore generale, o del Pm o dell’imputato. La domanda di rimessione, anche se respinta, può essere ripresentata purché fondata su nuovi elementi. E’ però prevista un’ammenda dai 1.000 ai 5.000 euro quando la richiesta è rigettata o dichiarata inammissibile, e questo per disincentivare gli abusi strumentali. SOSPENSIONE DEL PROCESSO. In seguito alla presentazione della richiesta il giudice “può sospendere il processo”, fino alla decisione della Cassazione. Invece il giudice “deve comunque sospendere il processo prima delle conclusioni” (cioè prima che inizi la requisitoria del Pm) “quando ha avuto notizia dalla Corte di Cassazione che la richiesta di rimessione è stata assegnata” all’apposita sezione. Non c’è sospensione quando la richiesta “non è fondata su elementi nuovi rispetto a quelli di altra già rigettata o dichiarata inammissibile”. FILTRO IN CASSAZIONE. E’ una delle modifiche fatte per rispondere ai dubbi del Quirinale sull’automatismo della sospensione. Il Presidente della Corte di Cassazione “se rileva una causa di inammissibilità della richiesta”, la assegna alla settima sezione che giudica rapidamente se è manifestamente infondata. PRESCRIZIONE E CUSTODIA CAUTELARE. Era questo il punto che conteneva l’errore corretto al Senato il 24 ottobre. Con la correzione è stato chiarito che in caso di sospensione del processo anche i termini di prescrizione del reato e della custodia cautelare sono sospesi. Questi ultimi “riprendono il loro corso dal giorno in cui la Corte di cassazione rigetta o dichiara inammissibile la richiesta di rimessione ovvero, in caso di suo accoglimento, dal giorno in cui il processo dinanzi al giudice designato perviene al medesimo stato in cui si trovava al momento della sospensione”. La sospensione dei termini di custodia cautelare è uno degli elementi più problematici, perchè incide sulla libertà personale. RIPETIZIONE DEGLI ATTI. Su richiesta delle parti, il nuovo giudice, fa ripetere tutti gli atti compiuti prima del provvedimento di rimessione, tranne quelli “di cui è divenuta impossibile la ripetizione”. Questa è una norma particolarmente criticata dalle opposizioni perché favorirebbe la prescrizione dei reati. MAXI PROCESSI. E’ inammissibile per manifesta infondatezza la domanda di rimessione che si basa su elementi non nuovi rispetto a quelli utilizzati per una richiesta presentata da un altro imputato nello stesso processo, e che sia stata rigettata o giudicata inammissibile. NORMA TRANSITORIA. La cosiddetta norma transitoria è la più contestata dalle opposizioni. La legge Cirami “si applica ai processi in corso”. Inoltre viene precisato che “le richieste di rimessione che risultano già presentate alla data di entrata in vigore della legge, conservano efficacia”. E’ il caso, appunto, della richiesta di rimessione presentata dai legali di Previti al processo Imi-Sir. Per esse il Presidente della Corte di Cassazione dispone “l’immediata comunicazione” al giudice per la sospensione del processo. ——————————————————————————– Decreto Legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 “Riforma organica della disciplina delle societa’ di capitali e societa’ cooperative, in attuazione della legge 3 ottobre 2001, n. 366” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 17 del 22 gennaio 2003 – Supplemento Ordinario n. 8 Falso in bilancio, legge fuori dall’Europa di Sergio Sergi L’avvocato generale della Ue Julianne Kokott dà ragione ai giudici di Milano la legge sul falso in bilancio contrasta con il diritto comunitario. «Va disapplicata»: La legge del centrodestra, dice l’avvocato, rende più complessa l’azione penale e ha per conseguenza l’impunità degli imputati. Il giudizio finale spetta ora alla Corte. La procura di Milano aveva fatto ricorso a Bruxelles nel 2002 per lo stralcio Sme. Niccolò Ghedini, deputato di FI e difensore di Berlusconi, che ieri pomeriggio si è recato a Palazzo Chigi, parla ora di «violazione dei nostri principi costituzionali». Sarà pure avvocato generale ma il giudizio che ha redatto sulla legge del centrodestra italiano (e di Berlusconi) sul falso in bilancio è perentorio. Quella legge va «disapplicata», ha scritto Julianne Kokott nella motivazione inviata alla Corte nelle «cause riunite» che riguardano «Silvio Berlusconi e altri». Secondo l’avvocato generale, una legge penale più favorevole, adottata successivamente a quando è stato commesso un reato, deve essere «disapplicata se e in quanto contrasta con il diritto comunitario». Di più: la pubblicazione di un bilancio falso andrebbe equiparata all’omessa pubblicazione del medesimo bilancio e, di conseguenza, le legislazioni degli Stati membri dovrebbero prevedere «sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive anche per l’ipotesi di falso in bilancio». La relazione dell’avvocato generale non è ovviamente vincolante anche se, per prassi e nella stragrande maggioranza delle sentenze emesse a Lussemburgo, il Tribunale e la Corte di Giustizia non si dissociano dal parere di quell’ufficio. In ogni caso, la valutazione dell’avvocato Kokott è importante perchè afferma l’incompatibilità con il principio della legalità della pena di una legge penale successiva più favorevole. Insomma, la legge italiana sul falso in bilancio non sarebbe compatibile. Per l’avvocato Kokott, «spetta ai giudici del rinvio valutare, nel caso concreto, se le nuove disposizioni penali corrispondano ai requisiti del diritto comunitario». Ciò vuol dire che i magistrati delle corti italiane dovrebbero confermare il principio della prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale. L’avvocato ha scritto: «In presenza di una legge penale più favorevole adottata alla commissione del reato, in tutto o in parte incompatibile con il diritto comunitario, sono tenuti ad applicare il diritto Ue e a disattendere la legge penale più favorevole». La conclusione è chiarissima: nel giudicare Berlusconi o quanti altri siano incorsi nel reato di falso il bilancio, la giustizia italiana dovrebbe non ricorrere alla nuova legge del centro destra essendo successiva agli anni in cui sono stati commessi i reati contestati. Il ricorso dei giudici penali italiani, presentato nella causa davanti alla Corte del Lussemburgo, ha fatto notare che l’applicazione della nuova legge italiana sul falso in bilancio, imposta dalla maggioranza di centro destra, «avrebbe come conseguenza l’impunità degli imputati». Il legislatore italiano, infatti, «avrebbe reso più complessa l’azione penale rispetto alla normativa precedente, in particolare eliminando soglie di tolleranza percentuali, termini di prescrizione più brevi e il presupposto della querela». La Commissione europea, che ha preso parte alle audizioni nella causa in Lussemburgo, ha commentato positivamente il parere dell’avvocato generale: «L’avvocato generale adotta le nostre posizioni. Per noi la direttiva europea sulla contabilità obbliga gli Stati membri ad avere sanzioni proporzionate e dissuasive quando i conti pubblici sono falsi». Un’aberrazione giuridica senza precedenti, è il commento dell’avvocato Ghedini: si farebbe rivivere «la precedente legge sul falso in bilancio, che risaliva ancora all’epoca fascista periodo nel quale in tema di democrazia non abbiamo nulla da imparare ma che evidentemente piace a molti del centrosinistra per il suo spiccato statalismo». È solo la richiesta della pubblica accusa, si consola il sottosegretario alla giustizia Vietti. Ora la corte di giustizia dovrà valutare – dice Anna Finocchiaro, responsabile giustizia dei Ds – se nel caso Sme bisognerà applicare la legge vigente, approvata dal governo italiano, o la disciplina precedente, compatibile con i diritto comunitario. È una questione delicata, che coinvolge la sovranità dello stato nazionale. In ogni caso, le legislazioni nazionali non possono essere così distanti dal diritto comunitario». E Violante, sarcastico: «Chiedete a Tremaglia un giudizio su questa decisione… Questo ci dice quanto sia importante che non ci sia un uomo solo al comando, come la riforma che si sta votando. Un uomo solo che ha obbligato questo maggioranza ad approvare una legge che ci ha ridicolizzato davanti al mondo, inaccettabile in un contesto europeo». ——————————————————————————– «Rogatorie all’italiana, una catastrofe per la giustizia» ( L. 5. 10 2001, n. 367 ) Il procuratore generale di Ginevra, contro la legge voluta da Berlusconi che danneggia la collaborazione giudiziaria internazionale. Intervista di Paolo Biondani Dal Corriere della sera, giovedì 27 Settembre 2001 «Questa legge è una catastrofe per la giustizia internazionale. In dodici anni di collaborazione giudiziaria con Paesi di tutto il mondo, non ho mai visto norme del genere. Prima d’ora, mai. Queste vostre nuove regole sulle rogatorie sono in contrasto con tutti gli accordi tra Stati sulla validità delle prove raccolte all’estero: si tratta chiaramente di disposizioni politiche dirette a far cadere le indagini e i processi più delicati. Ma anche per il futuro, per noi magistrati svizzeri diventerà molto più difficile, anzi praticamente impossibile, continuare a collaborare con l’Italia nelle indagini sulla corruzione, sul riciclaggio dei patrimoni mafiosi e sulle organizzazioni che finanziano il terrorismo. Non resta che sperare in un intervento di Bush sul vostro premier Berlusconi: Osama Bin Laden ha soldi in Italia?» Il procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, boccia con parole severe la nuova legge italiana sulle rogatorie svizzere e sulla collaborazione giudiziaria internazionale. Una riforma, o controriforma, che il centrodestra intende far approvare oggi dal Parlamento. L’alto magistrato elvetico (eletto dal popolo), quella «legge italiana» la studia da tempo «e con sincero stupore». Scorrendone gli emendamenti più discussi, ben in vista al centro della sua scrivania, il francofono Bertossa ne discute in un buon italiano, senza pose o toni da denuncia, ma con l’aria di chi si limita a constatare un’evidenza. Dal suo ufficio vista lago, al terzo piano del «Palace de justice», sono passate le più scottanti indagini internazionali: fondi neri del regime nigeriano, corruzione di finanzieri in Spagna, scandalo Elf e affaire Mitterrand in Francia. In cima alla sua libreria, una ventina di faldoni gialli intestati a Pacolli, Borodin e alla corte di Eltsin ricordano che è ancora apertissimo, tra l’altro, il famoso «Russiagate». Procuratore Bertossa, alla luce della sua esperienza come giudica la legge sulle rogatorie che il parlamento italiano si appresta a varare? «Mi sembra manifestamente in contrasto con la tendenza che si va affermando in tutti i Paesi più avanzati. In un momento storico in cui gli Stati Uniti e l’Ue premono per una maggior trasparenza finanziaria, proponendo di abbattere le barriere che frenano la collaborazione tra giudici e polizie di Stati diversi, l’Italia, invece di andare avanti, fa un grosso passo indietro». Cosa la preoccupa in questa legge? «L’articolo 17 è una cosa mai vista. Non conosco nessun’altra norma, nel mondo, in grado di cancellare prove già formate, come se certi versamenti bancari non fossero mai esistiti. Conosco per ragioni di lavoro le inchieste dei magistrati milanesi e so bene che stiamo parlando di documenti bancari di cui nessuno ha mai discusso l’autenticità: renderli addirittura inutilizzabili per qualsiasi irregolarità procedurale, per questioni cavillose sulla semplice trasmissione degli atti, è chiaramente una scelta politica, che contrasta con tutte le convenzioni internazionali sulla validità delle prove raccolte all’estero. L’articolo 12, con tutto il suo antistorico formalismo, poi, rischia di rendere praticamente impossibile collaborare con l’Italia anche per il futuro: non si può pretendere che un magistrato svizzero si adegui alla legge italiana, anzi debba diventarne addirittura un esperto. In questo caso mi sembra che l’obiettivo, in inglese “the goal”, sia soltanto la prescrizione dei reati». Come spiega le scelte dei politici che governano l’Italia? «Tra Italia e Svizzera c’è un accordo bilaterale già firmato, che puntava a rendere più rapide e meno formalistiche le rogatorie bancarie. Un patto internazionale, però, non può essere cambiato da una sola delle parti. Per annullarne gli effetti favorevoli, dunque, non resta che stravolgere la legge di ratifica». Questo incidente sulle rogatorie modifica il suo giudizio sul governo italiano? «In un dibattito con il ministro francese Fabius, ho già detto che il signor Berlusconi non mi sembra un campione di trasparenza finanziaria. Purtroppo devo aggiungere che l’Italia di oggi mi ricorda la Russia di Breznev: solo nell’ex Urss c’era un così ampio potere economico, mediatico e politico concentrato nelle mani di una sola persona. È paradossale che filosofie e impostazioni ideologiche così diverse arrivino a risultati così simili». Pensa che le stragi terroristiche negli Usa possano favorire l’apertura delle frontiere investigative? Le indagini internazionali su corruzione, mafia e terrorismo continueranno a fermarsi nei soliti paradisi fiscali? «Sono un po’ ottimista, ma non troppo. Gli interessi delle persone che nel mondo beneficiano della corruzione sono troppo forti per permettere che le operazioni finanziarie off-shore diventino davvero trasparenti. Una certa tendenza positiva c’è e riguarda anche Paesi come Liechtenstein e Lussemburgo. In Svizzera, da anni, è vietato aprire conti bancari senza indicarne il reale beneficiario economico. Ma in Francia, e perfino negli Usa, è ancora possibile aprire conti completamente anonimi. Sinceramente, penso che nemmeno il dramma dell’11 settembre sarà sufficiente a garantire una completa inversione di tendenza». In Italia molti magistrati temono che la nuova legge sulle rogatorie possa favorire anche mafiosi e terroristi. «Sono perfettamente d’accordo. Ma c’è anche un altro problema: non vorrei che a gestire le nostre rogatorie al Ministero fosse un avvocato dei mafiosi». ——————————————————————————– RIFORMA FISCALE La legge delega 7 aprile 2003 n. 80 (G.U. n. 91 del 18 aprile 2003) La riforma fiscale del governo Berlusconi ha rivoluzionato le seguenti aliquote IRPEF attualmente in vigore per i corrispondenti scaglioni di reddito: 18% per redditi fino a 20 milioni annui 24% per i redditi fino a 30 milioni annui 32% fino a 60 milioni annui 39% fino a 135 annui 45% per redditi oltre i 135 milioni annui Esse saranno sostituite da due sole aliquote, rispettivamente 23% per i redditi fino a 100.000 euro (circa 200 milioni di lire) 33% oltre il suddetto importo. Ecco i risultati della riforma (basta una semplice calcolatrice): REDDITO IN LIRE IMPOSTA IRPEF ATTUALE IMPOSTA IRPEF FUTURA DIFFERENZA DA PAGARE 20.000.000 3.600.000 4.600.000 + 1.000.000 25.000.000 4.800.000 5.750.000 + 950.000 30.000.000 6.000.000 6.900.000 + 900.000 35.000.000 7.600.000 8.050.000 + 450.000 40.000.000 9.200.000 9.200.000 0 50.000.000 12.400.000 11.500.000 – 900.000 100.000.000 31.200.000 23.000.000 – 8.200.000 135.000.000 44.850.000 31.050.000 – 13.800.000 200.000.000 74.100.000 46.000.000 – 28.100.000 500.000.000 209.100.000 112.000.000 – 97.100.000 ——————————————————————————– Per i giudici costituzionali il provvedimento blocca-processi va contro l’articolo 3 della Carta (principio di uguaglianza) “Legge 140 del 20 giugno 2003” La Consulta boccia il lodo-Schifani “Violata la Carta Costituzionale” La Repubblica (13 gennaio 2004) ROMA – E’ la seconda doccia gelata per il centrodestra nel giro di un mese. A metà dicembre, il rinvio dal Quirinale alle Camere del ddl Gasparri. E ora, il no della Consulta alla legge blocca-processi. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato oggi illegittimo il cosidetto lodo Schifani, il provvedimento con il quale si garantisce l’immunità e si sospendono i processi in corso per le cinque più alte cariche dello Stato: presidente della Repubblica, premier, presidenti di Camera e Senato e presidente della Consulta. Una bocciatura senza appello, dopo che invece nelle ultime ore si erano succedute voci di un “no” parziale alla legge. La Corte ha infatti dichiarato l’illegittimità dell’art. 1 della legge, perchè “viola gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione. La decisione è arrivata al termine di una camera di consiglio durata circa due ore e dopo una serie di riunioni, nei giorni scorsi, che si erano concluse con un nulla di fatto. Il testo della sentenza che ha bocciato il lodo Schifani (relatore Francesco Amirante) verrà reso noto nei prossimi giorni. E il suo effetto (annullando la sospensione dei processi penali nei confronti delle cinque più alte cariche dello Stato) sarà quello di una ripresa del processo stralcio Sme a carico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Anche se il procedimento – ricomincerà da capo davanti a un altro collegio del Tribunale di Milano rispetto a quello che ha giudicato Cesare Previti. Sempre oggi la Consulta ha dichiarato “ammissibile” la richiesta di referendum abrogativo del lodo, precisando che spetta ora alla Cassazione la valutazione delle conseguenze della dichiarazione di illegittimità costituzionale decisa oggi stesso dalla Corte Costituzionale. Ma – a questo punto – è scontato che il referendum non si terrà: la Cassazione non potrà fare altro che constatare che l’art. 1 della legge 140 è caduto per effetto della sentenza della Consulta e che dunque non esistono più i motivi per un referendum abrogativo. ——————————————————————————– Decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35 “Disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 62 del 16 marzo 2005. Leggi vergogna: cari italiani, peggio per voi… di Elio Veltri Da L’Unità del 03.05.2005 La decisione della Corte Europea del Lussemburgo sul falso in bilancio e la proposta del governo Berlusconi di depenalizzare il reato di bancarotta fraudolenta riportano l’attenzione sulla criminalità economica. Il governo, nella legge sulla competitività dell’economia e delle imprese, ha infilato la depenalizzazione del reato di bancarotta fraudolenta, sperando che non se ne accorgesse nessuno. La proposta, sulla quale Berlusconi è intenzionato a porre la fiducia, è più indecente e produce conseguenze ancora più gravi della legge sul falso in bilancio, perché consente di scappare con la cassa, truffando soci, dipendenti e risparmiatori, oltre che lo Stato, subendo le stesse conseguenze di chi ruba il cioccolato nel supermercato. La proposta era stata presentata nel 2004 da alcuni deputati di AN, primo firmatario Sergio Cola, e solo le proteste di una schiera di giuristi, oltre che dell’opposizione e l’allarme di una parte del mondo imprenditoriale, avevano consigliato gli stati maggiori del centro destra di prendere tempo. Ora la decisione è stata presa di soppiatto (chi va a vedere nelle pieghe di un maxiemendamento?), ma la protesta è subito dilagata. Tra i 91 giuristi che chiedono di bocciare la legge e hanno comprato uno spazio a pagamento sul Corriere della Sera, si notano i nomi di avvocati famosi, magistrati che si occupano di reati finanziari ed economici, docenti universitari, e, persino il nome di Nordio che ha avuto l’incarico da questo governo di presiedere la commissione per la riforma del codice penale. È già stato sottolineato da Marco Travaglio che si tratta di un’altra “legge vergogna” che il governo vara per salvare alcuni famigli esposti al rischio della normativa vigente. Ma credo che da sola questa motivazione non spiega l’iniziativa che scatenerà un’altra tempesta della quale il governo non ha proprio bisogno. C’è al fondo dei comportamenti del governo Berlusconi, per quanto riguarda la concezione stessa del capitalismo, di cui l’economia di mercato e la concorrenza, sono pilastri, una cultura tipica di un capitalismo di rapina, straccione e senza etica. Un capitalismo del prendi e porta a casa, nel quale l’etica della responsabilità e cioè delle conseguenze del proprio operare è del tutto sconosciuta. Per rendersene conto è sufficiente mettere a confronto quanto avviene negli Stati Uniti e nel nostro paese, riguardo alla criminalità economica e finanziaria. I reati più comuni sono l’evasione fiscale e contributiva; il falso in bilancio; la bancarotta. Tutti e tre sono reati che danneggiano allo stesso tempo i soggetti privati coinvolti (lavoratori, azionisti, risparmiatori) e lo Stato. Negli Stati Uniti sono considerati reati gravissimi, perseguiti senza debolezze e puniti senza sconti. Nel nostro paese non solo le leggi sono miti e, oggi, del tutto inefficaci, perché portano alla prescrizione dei reati, ma anche la pubblica opinione non si scandalizza più di tanto. Non esiste la riprovazione sociale che negli altri paesi mette in mora i responsabili e spinge i mezzi di informazione a non mollare l’osso quando un politico o un imprenditore sono perseguiti dalla giustizia. Inoltre, negli Stati Uniti, per difendere l’immagine del capitalismo e il suo sistema di valori, che nessuno mette in discussione, prima delle manette e delle leggi, si invoca l’etica del sistema e dell’impresa. Dopo i grandi scandali delle multinazionali ai quali è seguita l’approvazione della nuova legge (Sarbanes-Oxeley) sulle società quotate in borsa, che prevede la riorganizzazione della SEC (Consob americana) e l’istituzione della Pcaob (controllo delle società che si occupano della revisione dei bilanci), i più noti ed autorevoli esperti che avevano ricoperto incarichi di primo piano nell’amministrazione, hanno sottolineato che la legge da sola non può fare miracoli e che è necessario riscoprire l’etica del capitalismo. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve, Felix Rohatin ex ambasciatore di Francia e capo della banca Lazard, Anthony Salomon ex ministro del Tesoro, hanno manifestato indignazione e hanno detto con chiarezza che è pregiudiziale ristabilire il “primato della libertà, il perseguimento della correttezza e della legalità”. Il capitalismo alla Berlusconi è un capitalismo straccione, le cui fortune sono affidate alle rendite, siano esse immobiliari, assicurative o pubblicitarie , sempre legate alla commistione politica-affari. Tutto questo, con una sana economia di mercato della quale legalità, trasparenza e concorrenza, sono pilastri essenziali, non ha nulla a che spartire. Ecco perché si arriva alla pantomima, sottolineata dal titolo del documento dei giuristi che protestano: “Si può competere con bancarottieri impuniti?”, di prevedere la depenalizzazione della bancarotta fraudolenta nientemeno che in un provvedimento che dovrebbe dare ossigeno alla nostra economia. I telegiornali non hanno parlato della bancarotta fraudolenta, ma in compenso hanno strombazzato la decisione della Corte del Lussemburgo riguardante la richiesta dei pubblici ministeri di Milano di bocciare la nuova legge sul falso in bilancio e di processare Berlusconi. La richiesta, a parere dei magistrati appellanti, si basava sul contrasto tra la legge approvata dal centro destra e la prima direttiva europea sul diritto societario. I giudici hanno respinto la richiesta perché “la prima direttiva europea sul diritto societario non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro nei confronti degli imputati perché una direttiva non può avere come effetto di per sé e indipendentemente da una legge interna di uno stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare e aggravare la responsabilità degli imputati”. La decisione, quindi non entra nel merito, ma si limita a richiamare la procedura. La morale dell’Europa è questa: cari italiani se approvate leggi che fanno schifo e non recepite le direttive europee, peggio per voi. ——————————————————————————– Il Decreto Legislativo n. 276 del 10 settembre 2003 attua la Legge Delega n. 30/2003, conosciuta come “Riforma Biagi”. Una legge che porta ad un aumento della precarietà e che stravolge, nei fatti, i punti fondamentali che caratterizzano il diritto del lavoro, primo fra tutti il principio per cui tra lavoratore e datore, il primo va tutelato perché fisiologicamente più debole. Invece la riforma, che indubbiamente spinge verso una marcata individualizzazione dei rapporti di lavoro ed un ampliamento della già vasta tipologia dei lavori atipici, rischia di penalizzare una larga fetta di lavoratori, aumentando il potere delle aziende, e riducendo il tasso di sindacalizzazione. La legge Biagi colpisce quattro milioni di italiani In una inchiesta de “La Repubblica” su dati della CGIL emergono tutte le magagne della “flessibilità” Il governo li usa per dimostrare che l’occupazione è cresciuta, invece si potrebbero definire “poveri che lavorano”. Lo sconvolgimento creato nel mercato del lavoro dalla legge Biagi (figlia del “pacchetto Treu”), ha prodotto circa quattro milioni di lavoratori precari, sottopagati dalle imprese, che cercano di competere con le altre tagliando il costo del lavoro. Questo è solo uno degli aspetti che emergono dall’inchiesta del quotidiano “La Repubblica” (sostenitore aperto della flessibilità del lavoro).Gli altri dati interessanti riguardano le percentuali di giovani occupati grazie a questo nuovo modo di intendere il mercato: il 53% dei “collaboratori coordinati e continuativi” (CO.CO.CO., figura-simbolo del nuovo mercato) hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni. L’obbiettivo della riforma era però quello di occupare i giovani, per consentire loro di fare esperienza, in vista di un lavoro stabile. Questo fa sorgere due problemi: gli stipendi bassi scoraggiano investimenti e creazione di nuovi nuclei familiari, ma soprattutto la scarsità dei contributi versati non promette niente di buono per la vecchiaia. A questi neo-precari si aggiungono i lavoratori interinali e un numero indefinito di impiegati con contratti part-time o di apprendistato. La flessibilità non risparmia poi neanche il settore pubblico: ad oggi sono quasi 300 mila i lavoratori precari, ma se a questi sommassimo gli insegnanti il numero crescerebbe notevolmente. Il tentativo di guadagnare flessibilità per la struttura produttiva è fallito perchè il costo non è andato a gravare sulle spalle dei giovani, bensì su quelle di gente matura, spesso con famiglie e figli da mantenere. Questo ha indotto nei lavoratori un grande senso di insicurezza, ha trasformato l’uomo in una bestia famelica pronta a saltare su qualsiasi pseudo-impiego e attenta a non farsi trovare impreparata dai suoi simili. Intanto il ministro del Welfare Maroni critica le resistenze del “sindacato oltranzista”. All’assemblea di Assolombarda, il ministro leghista si dichiara preoccupato per la non applicazione della legge Biagi in molti settori, a cominciare dall’Alitalia. Insomma, scippati della previdenza, i lavoratori non possono neanche sperare nella provvidenza. ——————————————————————————– Legge Gasparri sull’Informazione “LEGGE 3 maggio 2004, n.112 ” 23 luglio 2003 il Senato approva la legge Gasparri sulla rai-tv, non firmata dal presidente Ciampi a norma dell’articolo 74 della Costituzione, ritoccata dal Parlamento in modo non sostanziale, rimandata al Quirinale e obbligatoriamente promulgata. La proroga per le trasmissioni in analogico di Rete4 è già un primo risultato clamoroso della “riforma dell’emittenza”, ma c’è anche l’abolizione delle norme che vietano incroci e limiti della proprietà tra tv e carta stampata e un paniere che amplia le potenzialità pubblicitarie. Legge Gasparri, tribale e incostituzionale Intervista a Vittorio Dotti ex avvocato di Berlusconi ed ex capogruppo di Forza Italia di B. PE – “Il Manifesto” 3 dicembre 2003 Ex avvocato di Silvio Berlusconi ed ex capogruppo di Forza Italia, l’avvocato Vittorio Dotti guarda al suo passato e al presente berlusconiano con occhi critici, con lo sguardo di chi conosce bene il Cavaliere di Arcore, sa di che pasta è fatto e sa anche ciò di cui è capace in nome dei suoi affari. Dotti oggi è impegnato politicamente nella direzione nazionale del movimento dei repubblicani europei, uno dei quattro componenti della lista unica proposta da Romano Prodi. A proposito del suo ex amico Silvio, preferirebbe non cadere in personalismi, ma sul conflitto di interessi che ammorba tutta la politica italiana e prima di tutto il governo è severissimo. Così come è durissimo il suo verdetto sulla legge Gasparri: «E’ viziata di incostituzionalità e credo che difficilmente il presidente della Repubblica possa sottoscriverla». D: Partiamo proprio dalla legge Gasparri. Perché lei è così contrario? R: La legge si segnala per un suo nucleo centrale che è quello di assicurare il mantenimento dell’assetto radiotelevisivo attuale, anziché provvedere a introdurre una normativa idonea a consentire l’ingresso di nuovi soggetti. D: E’ una critica che ha spinto anche settori dell’imprenditoria italiana a battersi per modificarla. Gli editori, ad esempio, per bocca della Fieg e del presidente della federazione editori, Luca Cordero di Montezemolo, hanno sparato a zero sulla Gasparri. R: Non poteva essere diversamente. L’espediente a cui ricorre la legge è terribile, è quello di identificare un mercato rilevante, di proporzioni talmente enormi che le quote da cui ciascun operatore può attingere sono altissime e quindi prosciugano tutte le risorse che ci possono essere sul mercato, impedendo che soggetti terzi possano entrarci. La gravità sta proprio in questo meccanismo perverso: se i tetti vengono fissati su un mercato così largo sarà difficile che, ad esempio, gli editori della carta stampata non siano penalizzati. Con questo scherzetto viene in sostanza preclusa ogni forma di pluralismo a favore di interessi di parte. D: Secondo molti osservatori sulla legge Gasparri incombe come un fantasma il conflitto d’interesse del capo del governo. Lei è d’accordo? R: E come si può non essere d’accordo. In questo caso il conflitto d’interesse è plateale e anche un po’ vergognoso. Un caso che si dovrebbe studiare a scuola ma difficilmente immaginabile in una democrazia che si dice tale. Quello che sta avvenendo è preoccupante ma piuttosto semplice: c’è un governo presieduto da un imprenditore oligopolista nel campo radiotelevisivo che concorre con tutte le sue forze ad aggravare una situazione in cui vi è carenza di pluralismo. Un governo serio, non ammalato di conflitti d’interesse, che cosa avrebbe dovuto fare? Avrebbe dovuto fare delle leggi in grado di smembrare gli aggregati oligopolisti così da garantire l’interesse generale. E invece che cosa fa il governo Berlusconi? Fa una legge che fotografa e legittima l’esistente, aggravando ancora di più il conflitto d’interessi. Anzi, direi che la Gasparri ha il demerito storico di fornire al conflitto d’interesse un crisma legislativo. Peggio di così non poteva andare. D: L’opposizione e molti giuristi non di parte hanno parlato di vizio di incostituzionalità. R: Sono pienamente d’accordo. E’ una legge contro l’interesse pubblico e dunque viziata di incostituzionalità. Qualcuno si dimentica o forse non ha mai saputo che il pluralismo è la linfa della democrazia. D: In questi giorni molti osservatori hanno sostenuto che la legge Gasparri potrebbe trovare l’opposizione del Quirinale. Lei cosa ne pensa? R: Senza voler invadere campi che non sono miei, io penso che difficilmente il presidente della repubblica possa sottoscrivere una legge come questa. Per due ordini di motivi. Intanto la legge contrasta con diversi principi costituzionali, primo fra tutti l’articolo 21, relativamente alla libertà di informazione. In secondo luogo la legge Gasparri entra in rotta di collisione con il discorso che lo stesso capo dello Stato tenne nel luglio del 2002 in un messaggio alle Camere sul pluralismo. Inoltre, se volessimo addentrarci nel dettato costituzionale, potremmo dire che la legge Gasparri contrasta anche con l’articolo 117 della costituzione in materia di separazione tra i poteri dello Stato e poteri delle Regioni. Tra l’altro, nella politica del presidente del consiglio ci sono non poche incoerenze… D: A quale delle tante incoerenze si riferisce? R: Come lei saprà nella convenzione europea e nella carta di Nizza il tema del pluralismo è molto presente. La cosa singolare a cui assistiamo è che il nostro capo del governo quando è in Europa si batte per la Convenzione e quando è in Italia vara principi contro la carta di Nizza. D: E l’altra incoerenza quale sarebbe? R: Per risponderle dovrei tornare al passato. Glielo spiegherò con una battuta: una volta era la Fininvest che invocava il pluralismo per farsi spazio nel mercato televisivo. Oggi che di spazi ne ha fin troppi preferisce la strada dell’involuzione. ——————————————————————————– La legge sull’ordinamento giudiziario “Ddl 4636/C ” (non firmata da Ciampi per motivi di palese incostituzionalità e rimandata il 16 dicembre 2004 al Parlamento) approvata dal senato il 29 giugno 2005. Prevede tra l’altro: 1) Divisione delle funzioni dei magistrati. Diventerebbe più difficile passare dalla funzione inquirente a quella giudicante e viceversa. 2) Alla Corte di cassazione verrebbe concesso un ruolo di vertice dell’organizzazione giudiziaria, con attribuzioni erose anche al Csm. Una scelta che tradisce lo spirito della nostra Carta costituzionale, la quale alla Cassazione riserva un ruolo di controllo delle sentenze, non anche dei giudici che le hanno emesse. 3) Potenziato il ruolo dei Consigli giudiziari, organi decentrati in cui sarebbero rappresentati anche gli avvocati e gli enti locali interessati alla gestione dei servizi dell’amministrazione giudiziaria. Ma così i membri «laici» (cioè non magistrati) parteciperebbero a delibere relative anche allo status dei magistrati, in contrasto con la Costituzione che garantisce l’autonomia delle toghe, soggette soltanto alla legge. Una riforma incostituzionale. Perché Ciampi non può e non deve firmare. Di Marco Ottanelli a cura dello staff tecnico democrazialegalita.it Democrazialegalita.it, ai tempi dell’approvazione del Lodo Maccanico-Schifani, inviò una lettera cartacea e una e-mail a decine e decine di parlamentari di ogni partito chiedendo che gli stessi non votassero quella legge in quanto palesemente incostituzionale, e ne elencava i difetti rispetto alle norme superiori. Per spiegare quanto sbagliato esso fosse, Elio Veltri scrisse un libro (ne possediamo alcune copie: chi le desideri, le può ordinare al nostro sito). Alla lettera, risposero solo in cinque, la legge passò, Ciampi la firmò il giorno stesso, la norma fece i danni che doveva fare, poi fu abrogata per i motivi da noi messi in rilievo. Oggi, le riforma dell’ordinamento giudiziario, appare palesemente, esplicitamente, scandalosamente incostituzionale tanto quanto il Lodo. Inaccettabile. Inapplicabile. Impromulgabile. Il testo è lungo, e molto complesso, ma ci soffermiamo su un solo aspetto, che basta e avanza, per dimostrare, a rigor di costituzione, come la riforma dell’ordinamento giudiziario sia fuori dalle regole di costituzionalità. Al punto 6 della legge delega, si “prevede” l’intervento disciplinare e sanzionatorio del Ministro di Grazia e Giustizia. Il Ministro (e non il CSM!) vigilerà sui Magistrati e solleciterà punizioni con “adeguate norme di chiusura, nonché all’individuazione delle relative sanzioni”; sono sanzionabili, tra le altre cose: a. quando rilascino pubbliche dichiarazioni o interviste che, sotto qualsiasi profilo, riguardino i soggetti a qualsivoglia titolo coinvolti negli affari in corso di trattazione e che non siano stati definiti con sentenza passata in giudicato; b. il tenere rapporti in relazione all’attività del proprio ufficio con gli organi di informazione; il rilasciare dichiarazioni e interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura; c. la pubblica manifestazione di consenso o dissenso in ordine ad un procedimento in corso d. l’iscrizione o la partecipazione a partiti politici ovvero il coinvolgimento nelle attività di centri politici o affaristici traducendo: Per un magistrato, sarà sanzionabile una qualsiasi dichiarazione, intervista, comunicazione con la stampa non precedentemente autorizzata dal Procuratore Generale. Anche al di fuori delle sue funzioni, il magistrato non potrà, sembra capirsi, avvicinare né essere avvicinato dalla libera informazione né esprimere pareri di qualsivoglia natura, perché potrebbero sempre essere interpretati come violazione dei criteri di equilibrio e misura; ai giudici si vieta di iscriversi ai partiti, o di “partecipare” alla vita degli stessi, e gli si vieta di essere coinvolti nelle attività di “centri politici”, termine tanto poco chiaro quanto capace di proibire ad un magistrato di essere presente a convegni, dibattiti, incontri, forum, convenzioni, manifestazioni pubbliche, e qualunque altro luogo od occasione di confronto. Ciò è in contrasto con i seguenti articoli della Costituzione: Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Art. 4 Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Art. 17 I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi Art. 18 I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione Art. 21, comma 1 Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Art. 21, comma 2 La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure Art. 49 Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. (il divieto di iscrizione, invece è legittimo: art. 98 Si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari di carriera in servizio attivo, i funzionari ed agenti di polizia, i rappresentanti diplomatici e consolari all’estero) Art. 104 La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Pensiamo che ce ne sia abbastanza. E, come premesso, abbiamo solo esaminato la parte della legge relativa alla partecipazione democratica del cittadino-magistrato. Per quanto riguarda la divisione delle carriere e delle funzioni, la carriera per concorsi, i rapporti tra Procuratore Generale e Sostituti, e molti altri aspetti tecnici della legge Castelli, ad una prima lettura, i motivi di incostituzionalità aumentano in modo esponenziale. Troppa, e troppo complessa, sarebbe una trattazione complessiva. Ma leggere, anche superficialmente, il Titolo IV della Costituzione, quello che tratta della Magistratura, rende subito evidenti le contraddizioni e le incongruità. La legge sull’ordinamento giudiziario è pericolosamente ed evidentemente anticostituzionale, oltre che punitiva e repressiva. Ci attendiamo logiche mosse conseguenti dal Quirinale e dalla Alta Corte. ——————————————————————————– Legge Pittelli “PROGETTO DI LEGGE – N. 2217” 45 articoli presentati dall’avvocato Giancarlo Pittelli, di Forza Italia, unificano e organizzano le proposte di una ventina di parlamentari di diverse forze politiche (tra cui Anedda, Pecorella, Mormino, Cola, Soda, Fragalà), proponendo una nutrita serie di modifiche al codice di procedura penale e al codice penale, “in attuazione dei principi del giusto processo”. Ecco le modifiche più rilevanti. 1) L’avviso di garanzia dovrà essere inviato immediatamente all’apertura delle indagini. Alla persona iscritta sul registro degli indagati dovrà essere subito comunicata non solo l’iscrizione, ma anche i suoi motivi, con “l’indicazione delle norme di legge che si assumono violate”. Un mafioso o un pedofilo, per esempio, dovrebbero essere subito avvertiti che si sta aprendo un’inchiesta su di loro, così potrebbero interrompere ogni contatto e ogni attività, rendendo vane le indagini. 2) Diventano più ampi e numerosi i casi in cui scattano incompatibilità, astensione e ricusazione di un giudice. Potrà essere ricusato per esempio “se ha manifestato il proprio convincimento sui fatti oggetto del procedimento”. Così potrebbe essere obbligato a lasciare il processo un magistrato che faccia parte del collegio di un processo di mafia e sia intervenuto in un convegno antimafia. 3) Diminuiscono i casi in cui può essere concessa la custodia cautelare in carcere. Sarà più difficile mandare in cella anche i mafiosi. 4) Più difficile per l’accusa anche ottenere le intercettazioni telefoniche e ambientali, che possono essere concesse soltanto in presenza di “gravi indizi di reato” e devono essere “assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini”. 5) La difesa avrà la possibilità di impugnare davanti alla Cassazione tutte le ordinanze del tribunale, quelle che decidono sulle questioni preliminari, sull’utilizzabilità degli atti, sulle nullità concernenti il decreto di rinvio a giudizio, sulle richieste di prova: con il risultato di intasare la Cassazione e di ottenere continue interruzioni (ciascuna di 6 mesi) dei processi, che diventerebbero lunghissimi e incelebrabili. 6) Le condanne diventano praticamente impossibili: il pubblico ministero avrà “l’onere di provare la colpevolezza dell’imputato aldilà di ogni ragionevole dubbio”; il giudice, “nel valutare la prova”, dovrà accertare che “la responsabilità dell’imputato risulti provata aldilà di ogni ragionevole dubbio”, e di questo dovrà dare “conto nella motivazione” della sentenza. 7) Il giudice non potrà più utilizzare, per le sue decisioni, le sentenze definitive. Così nei processi di criminalità organizzata, per esempio, bisognerà dimostrare ogni volta che Cosa nostra esiste, che è un’organizzazione mafiosa, che è strutturata e centralizzata, che ha una Commissione che la governa. Sarebbe la fine dei processi di mafia. 8) Diventa obbligatorio per il giudice concedere la diminuzione di un terzo della pena agli imputati incensurati. Così anche uno stupratore, purché fin quel momento insospettato, potrà ottenere una pena ridotta. Tutti gli incensurati potranno poi sperare nella prescrizione, i cui termini saranno naturalmente ridotti in proporzione alla diminuzione della pena. ——————————————————————————– Fisco Rientro dei capitali: è stato permesso per legge, con una modica tassazione (del 2,5 per cento), il rientro dei capitali (anche quelli opachi) fuggiti all’estero e per anni invisibili al fisco. Una forma creativa di sanatoria, un modo per il Tesoro di fare cassa. Ma anche una inedita forma di riciclaggio di Stato, di ricettazione istituzionalizzata. Condono fiscale: uno schiaffo morale per i cittadini che hanno regolarmente pagato le tasse, uno strumento interessante per le aziende di Berlusconi. Alle dichiarazioni del premier che Mediaset non si sarebbe avvalsa del condono è seguita una adesione e un risparmio di centinaia di milioni di euro. ——————————————————————————– PROPOSTA DI LEGGE n. 2620, D’INIZIATIVA DEI DEPUTATI: SORO, ALBERTINI, BENVENUTO, ENZO BIANCO, BIMBI, BONITO, BOTTINO, BRESSA, CAMO, CARBONELLA, CARDINALE, CARRA, CUSUMANO, DAMIANI, DUILIO, FOLENA, FRIGATO, LETTIERI, SANTINO ADAMO LODDO, TONINO LODDO, LOIERO, LUSETTI, MACCANICO, MARCORA, RAFFAELLA MARIANI, MARINELLO, MARIOTTI, MEDURI, MELANDRI, MOLINARI, MORGANDO, PISTELLI, POTENZA, RAMPONI, ROCCHI, ROTUNDO, SINISCALCHI, TIDEI, TOLOTTI, VERNETTI, VILLARI, VOLPINI Perchè la legge che riforma il sistema elettorale e’ una schifezza. by v Saturday, Oct. 08, 2005 at 1:10 PM (www.italy.indymedia.org) Sono riuscita ad avere in anteprima il testo di un articolo di Raniero la Valle (per il quindicinale Rocca). La Valle e’ un importante giornalista moderato e una grande figura nella cultura della pace, e il suo articolo e’ la miglior cosa che ho letto sul sistema elettorale proposto dalla Cdl. Il problema non e’ scegliere tra maggioritario e proporzionale, il problema e’che QUESTO sistema proporzionale proposto da Berlusconi e’ una vera schifezza. Anche molti del centrosinistra, visti i guasti del sistema maggioritario, vorrebbero un ritorno al proporzionale. Ora, qualunque sistema elettorale può portare ad una rappresentanza democratica e una buona governabilità, se e’ fatto bene e per questi fini. Ma il sistema proporzionale proposto da Berlusconi non garantisce alcuna giusta rappresentanza o buona democrazia ed e’ solo una scappatoia per il potere che arrecherebbe una grave violazione alla nostra democrazia. Vediamo perchè la legge elettorale proposta dalla Cdl e’ iniqua e anticostituzionale. La Valle: La cosiddetta legge elettorale proposta dalla destra al potere non e’ solo un attentato al centro-sinistra per fare della sua eventuale vittoria una vittoria mutilata, sottraendogli decine di seggi; e nemmeno il suo carattere iniquo consiste nel fatto che si sia voluto imporre il cambiamento delle regole del gioco all’ultimo minuto, quando ormai tutte le strategie per la durissima battaglia elettorale imminente erano state studiate e preparate in funzione delle vecchie regole. Queste due cose sono gravi, ma non tanto gravi da configurare un attacco alla Costituzione e alla Repubblica. Se si trattasse solo di questo, cioè di un ritorno, sia pure fuori tempo massimo, dal maggioritario al proporzionale, per salvare il salvabile della destra in rotta, sarebbe un gioco duro, ma non fuori della democrazia, e anche i proporzionalisti della sinistra, pur di uscire dallo sconcio del sistema maggioritario, avrebbero potuto essere tentati di sostenerlo. Invece (i proporzionalisti della sinistra)… hanno respinto il progetto della destra “con sdegno”. Perchè con sdegno? Perchè LA LEGGE, COSI’ COME E’ STATA PROPOSTA, …già approvata dalla prima commissione della Camera, E’ IN REALTA’ LO STRUMENTO PER INSTAURARE UN REGIME (nel senso di fascista). … La proposta elettorale della destra sovverte con legge ordinaria la Costituzione della Repubblica prima della riforma costituzionale in corso d’opera, e in modo ancora più radicale. Essa stabilisce prima di tutto che la maggioranza di governo sia fissata per legge in almeno 340 DEPUTATI ALLA CAMERA E 170 SEGGI AL SENATO (ben più della maggioranza assoluta) e che tale numero di parlamentari sia ASSEGNATO D’UFFICIO al singolo partito o alla coalizione di partiti che, con qualsiasi percentuale, abbia anche solo un voto in più di ogni altro partito o coalizione. Se questa norma fosse stata in vigore nei decenni della cosiddetta Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana avrebbe avuto sempre 340 deputati e 170 senatori, non ci sarebbe stato bisogno della legge truffa, non ci sarebbero stati ne’ il centrismo, ne’ il centro-sinistra, ne’ la solidarietà nazionale… IN NESSUNA DEMOCRAZIA DEL MONDO, per quanto maggioritaria, C’E’ UNA SIMILE NORMA; e in Germania oggi non si discuterebbe di grande coalizione. In secondo luogo la legge stabilisce che ogni partito, sia che si presenti da solo sia che sia collegato ad altri in una coalizione, deve dichiarare il nome e il cognome del candidato alla presidenza del Consiglio. Perciò si stabilisce un obbligo verso di lui sia del Presidente della Repubblica, che perderebbe così il suo potere di nomina secondo l’art. 92 della Costituzione, sia dei 340 deputati e 170 senatori, che avrebbero in tal modo un vincolo di mandato, contro l’art. 67 della stessa Costituzione; e Follini che dice a Berlusconi: “Io no”, sarebbe un fuori-legge. In terzo luogo si stabilisce che ogni partito deve depositare il programma elettorale, e tutti i partiti che si collegano in una coalizione devono presentare lo stesso programma: il che vuol dire che ogni differenza tra i partiti collegati deve scomparire. Fini deve volere le stesse cose di Bossi, e Bertinotti le stesse di Mastella, e per prendere Pannella bisogna farsi tutti radicali ex-lege; e così la proporzionale che dovrebbe servire a salvare le identità si rovescerebbe nella più grande omologazione e mistificazione; e a giustificarla resterebbe solo la lotta di potere. In quarto luogo si stabilisce che, senza preferenze, gli eletti sarebbero designati in liste bloccate secondo l’ordine deciso dai capi-partito, per cui tutti i candidati si trasformerebbero in clienti, e i parlamentari in vassalli, e il Parlamento in una aggregazione di feudi con al vertice un principe, e a scendere un gruppo di baroni ciascuno con i suoi valvassori e valvassini. Nemmeno la legge Acerbo, ne’ quella che permise ad Hitler di prendere il potere, erano così. Ma questa sarebbe la legge costitutiva di quella che fu una Repubblica, se essa superasse, così com’è, la prova parlamentare. Per fortuna non sarà così: perchè Ciampi non è Facta, l’ultimo presidente del Consiglio dell’Italia prefascista, e perciò non potrà non rinviare la legge alle Camere, con messaggio motivato, per la violazione di un numero impressionante di articoli della vigente Costituzione. ——————————————————————————– Disegno di legge costituzionale n. 2544-B “Devolution” Devolution e premierato assoluto Oggi alla Camera la maggioranza tenterà di cambiare 55 articoli della Costituzione in 6 ore. Devolution, premierato assoluto, Senato federale, riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, nuovi meccanismi di approvazione delle leggi. Un’orgia che rischia di eclissare quelle di Tigellino. Assaporiamone gli abissi: Il PARLAMENTO non esisterà più. Il governo farà le leggi poiché deciderà quali provvedimenti ritiene indispensabili e chiederà la fiducia. Se non la ottiene, scioglie la Camera. Quindi, ricatto sulla Camera. La Camera potrà dare la sfiducia, ma solo se ha già individuato un nuovo premier nella stessa maggioranza. Quindi l’opposizione è inutile. Questa sfiducia limitata alla maggioranza non esiste in Europa. Il PREMIER sarà eletto direttamente dal popolo. Il PRESIDENTE della REPUBBLICA diventerà un notaio che certifica le carte che gli passa il premier. Non controllerà più la legalità degli atti. E non potrà più rinviare alle Camere leggi incostituzionali, come l’emendamento Castelli-Gelli, che Ciampi ha rinviato alle Camere perché 7 VOLTE INCOSTITUZIONALE! Il SENATO FEDERALE non si sa cos’è. Esamina solo leggi regionali. Se c’è conflitto con la Camera, deciderà una Commissione, che è quindi una sorta di Terza camera. Se non funziona neppure la Terza camera, si va da Vespa. DEVOLUZIONE. L’hanno scritta i leghisti, quindi è incomprensibile. Erano in quattro in una baita di montagna, c’è il genepy, vattelapesca cosa è successo. L’organizzione della sanità sarà di competenza regionale, ma la tutela della salute sarà di competenza dello Stato. Idem per la scuola. In che modo? Boh. Che fine fanno le province? Non si sa. Forse finiscono nello stesso posto delle Grandi opere. Dulcis in fundo: le REGIONI potranno fondersi fra loro. E potranno anche cambiare confini. Se Piacenza vuole andare con la Lombardia, l’Emilia non potrà opporsi. Piacenza passerà alla Lombardia portando con sé ospedali, imprese, gettito tributario, risorse bancarie, risorse professionali. -Dove abiti?- – A Reggio Calabria.- -Oh, in Liguria!- By Daniele Luttazzi at 20 Ott 2005 – 13:37 | blog di Daniele Luttazzi ——————————————————————————–

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...