vado,riciclo e torno

Pubblicato: ottobre 12, 2009 in berlusconi e la mafia
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16 maggio Vado, riciclo e torno… Il capo della banca svizzera usata da Berlusconi. Il costruttore condannato per mafia. Il grande avvocato d’affari. E un giro milionario di denaro da occultare Da un articolo apparso sull’Espresso del 15 maggio 2008 di Peter Gomez e Vittorio Malagutti La Arner Bank Era cominciato tutto con una telefonata. Una conversazione breve, quasi in codice. Poche frasi secche pronunciate nel settembre 2005 da un uomo dal forte accento palermitano che si era presentato al banchiere svizzero Nicola Bravetti come “il signor Moro”. “Allora ci vediamo da Paolo giovedì”, aveva detto l’uomo prima di chiudere la conversazione. E agli investigatori della Guardia di Finanza di Como, che avevano messo sotto controllo i telefoni di Bravetti per sgominare una banda di spalloni specializzata nell’esportazione di valuta, gioielli e lingotti d’oro, era rimasta la curiosità di capire chi mai fossero Paolo e il signor Moro. Nel giro di tre giorni la risposta: Moro era Francesco Zummo, un importante costruttore siciliano legato a Cosa nostra e all’ex sindaco Vito Ciancimino. Un imprenditore a cui quei rapporti pericolosi erano già costati una condanna per favoreggiamento e un processo che di lì a pochi mesi si sarebbe concluso con un verdetto di colpevolezza per il reato di concorso in associazione mafiosa. Paolo, invece, era Paolo Sciumè, uno dei più noti avvocati d’affari milanesi, all’epoca membro del consiglio di amministrazione della Banca Mediolanum, di quello del Teatro alla Scala su nomina della Regione Lombardia guidata da Roberto Formigoni (Sciumè è considerato di area Comunione e liberazione), e per 13 anni amministratore della Parmalat di Calisto Tanzi. Negli uffici ovattati dello studio Sciumè, Bravetti e Zummo s’incontravano di nascosto per parlare di soldi. Tanti soldi. Un tesoro da 13 milioni di euro, frutto di traffici di mafia, che Zummo stava tentando di sottrarre alla confisca. L’8 maggio Zummo e Bravetti sono stati arrestati, a Sciumè invece gli investigatori della Dia hanno notificato un ordine di esibizione di documenti. Grazie al lavoro degli 007 antimafia, la Procura di Palermo, cui l’inchiesta è stata girata per competenza, in tre anni d’indagini è infatti riuscita per la prima volta a documentare un’operazione di riciclaggio di denaro in tempo reale. I magistrati hanno ascoltato Bravetti pianificare per telefono la creazione di fondi d’investimento alle Bahamas (il Pluto Investment Fund), hanno intercettato la posta inviata al banchiere con fogli bianchi firmati da prestanome di Zummo, hanno sequestrato documenti che descrivono la complessa architettura finanziaria ideata, secondo l’accusa, per celare la provenienza dei soldi. Adesso a Milano e in Svizzera la preoccupazione sale. Nicola Bravetti infatti non è un banchiere qualsiasi. È fondatore, direttore e azionista della Arner Bank (sede a Lugano e filiali in Italia e nel paradiso fiscale delle Bahamas), l’istituto di credito che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, utilizza da quasi vent’anni per gestioni di patrimoni e operazioni finanziarie. La sede Mediaset Per questo la Arner è stata al centro di tutti i processi per falso in bilancio che hanno fin qui riguardato Fininvest e Mediaset: i soldi in nero che secondo i pm uscivano dalle casse del gruppo di Segrate grazie alle compravendite gonfiate di diritti televisivi, transitavano spesso da lì. E presso la sede milanese della Arner sono depositati in gestione 37 milioni di euro provenienti dalle holding personali di Marina e Piersilvio Berlusconi. Non basta. Il nome della Arner spunta anche in altri dossier importanti della finanza milanese. Risulta per esempio intestata a un fondo gestito dalla banca svizzera di Bravetti una quota del 20 per cento circa del capitale di MolMed la società di ricerca biomedicale, appena quotata in Borsa e controllata dal San Raffaele in società, tra gli altri, con la Fininvest. Di recente, poi, la Arner è anche inciampata nella storia nera che ha finito per portare in carcere l’immobiliarista (ex rampante) Danilo Coppola, uno dei protagonisti della nuova razza mattona che nel 2005 diede l’assalto ai piani alti della finanza italiana.Ora esplode il caso Cosa nostra. La Arner, con una lunga lettera inviata l’8 maggio alla Commissione federale svizzera delle banche, sostiene di non aver saputo inizialmente chi fosse Zummo (il cui nome compare spesso negli atti del maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino) e aggiunge anzi che la Arner Bank di Nassau nel 2003 si è limitata a ricevere 13 milioni di euro da un conto del Crédit Suisse: soldi che risultavano appartenere a una cittadina italiana (la moglie del mafio-imprenditore palermitano). Solo nell’autunno del 2006, scrivono i vertici dell’istituto di credito, Bravetti avrebbe invece scoperto che dietro la signora c’era un marito: un uomo “che aveva avuto in passato e ancora aveva problemi con la giustizia italiana per reati di origine mafiosa”. Questo almeno ha raccontato il banchiere ai colleghi, anche se dall’ordinanza di custodia cautelare con cui Bravetti è stato messo agli arresti domiciliari per intestazione fittizia di beni, emerge una storia molto diversa. Non solo Bravetti, secondo l’accusa, era perfettamente al corrente di chi fosse Zummo, che spesso incontrava negli uffici dello studio Sciumè e dal quale riceveva chiamate sempre da cabine telefoniche senza invece mai parlare con sua moglie formale beneficiaria del conto; ma avrebbe anche fatto di tutto per evitare che la magistratura bloccasse quei fondi. I fascicoli del processo Parmalat Lo dimostrano, secondo i pm, un gran numero di conversazioni intercettate anche nel 2007 e nel 2008, quando perfino le autorità delle Bahamas, attivate dall’Italia, avevano messo in moto la procedura per bloccare il conto. Il 13 novembre del 2007, per esempio, Bravetti chiama David Thain, responsabile della Arner a Nassau. Bravetti discute con lui di come liquidare il fondo Pluto spostando i soldi in Svizzera: “Intendo dire… trasferire le azioni libere da pagamenti e non una somma di denaro così enorme”, spiega il banchiere al suo interlocutore alle Bahamas. E poi aggiunge: “La signora ti darà istruzioni per trasferire le azioni di Pluto alla banca Arner”.Il piano prevede anche che, per confondere le acque, il nome del fondo venga cambiato. Negli stessi giorni il banchiere svizzero affronta spesso la delicata questione con uno Zummo preoccupatissimo. Bravetti lo tranquillizza: “Ho appena parlato con l’isola (…) ho dato disposizioni di fare una mossa un po’ aggressiva di cui le dirò domani per sbloccare la situazione…”. Poi la mattina dell’ultimo dell’anno 2007, in una telefonata con lui, Zummo arriva persino a dilungarsi sulla propria storia giudiziaria, ricordando che molti anni prima parte dei suoi beni ‘fermati’ in Svizzera in seguito all’indagini di Falcone erano stati dissequestrati dal procuratore federale Carla Del Ponte. Tanta disinvoltura non deve stupire. Per l’accusa i tabulati telefonici dimostrano che Bravetti e Zummo erano in contatto almeno dall’estate del 2003. Proprio nei mesi in cui qui 13 milioni di euro in seguito confluiti nel fondo Pluto arrivarono alla Arner per essere momentaneamente affidati a un trust fiduciario. Ora i pm vogliono capire perché Zummo si sia rivolto proprio a Bravetti. Sotto i riflettori finisce così il nome di Paolo Sciumé, l’avvocato di gran fama, oggi sotto processo per il crack Parmalat, che tante volte ha prestato una stanza del proprio studio all’imprenditore siciliano. E questa inchiesta di mafia si trasforma sempre più una storia di colletti bianchi che sembra riportare il calendario ai tempi lontani della Pizza Connection. (15 maggio 2008)

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