Cuffaro condannato a 5 anni per favoreggiamento ai mafiosi

Pubblicato: novembre 10, 2009 in attualità
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di Umberto Lucentini

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Ha aiutato singoli mafiosi, non tutta Cosa nostra; ha passato loro notizie riservate
avute da “talpe” che si annidavano nel palazzo di giustizia di Palermo. Ecco perché Salvatore Cuffaro, presidente della Regione Siciliana ed esponente di punta dell’Udc nazionale è stato condannato ieri a 5 anni e interdetto in modo perpetuo dai pubblici uffici. Favoreggiamento semplice e rivelazione di segreti d’ufficio i reati costati la condanna a Cuffaro, per il quale il tribunale di Palermo ha escluso l’aggravante di aver agito al fine di favorire l’organizzazione criminale.
Ma il governatore ha detto che non si dimetterà dalla sua carica. Cuffaro aveva annunciato che l’avrebbe fatto solo se fosse stato condannato per aver favorito la mafia in generale.

Cuffaro era accusato tra l’altro di aver passato notizie riservate al medico condannato per mafia Giuseppe Guttadauro, con il quale avrebbe pure pattuito candidature alle elezioni comunali e regionali. Un dispositivo della sentenza, quello letto dal presidente del tribunale di Palermo, Vittorio Alcamo, che ha provocato un botta e risposta a distanza.
“Non c’è l’aggravante della mafia, ma la sentenza prova il favoreggiamento di Salvatore Cuffaro di singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco, Michele Aiello (il “re della sanità privata siciliana”, accusato di essere socio del boss Bernardo Provenzano, ndr) e Domenico Miceli” ha detto ieri in serata il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, confermando che l’impianto dell’accusa ha retto.
“L’ipotesi di responsabilità configurata a carico del presidente Cuffaro non ha nessuna relazione con l’organizzazione mafiosa né nel suo complesso né con riferimento a singoli associati” replicano due dei tre difensori del governatore siciliano.
“Mi sento confortato, sapevo di non aver aiutato Cosa nostra” ha detto Cuffaro, presente in aula al momento del verdetto. “Lette le motivazioni della sentenza presenterò appello perché anche questi residui capi d’accusa possano cadere. Domattina alle 8 sarò al mio tavolo di lavoro”.
Cuffaro rimane quindi, sebbene condannato, alla presidenza della Regione Siciliana.
“Sentire le dichiarazioni di Cuffaro mi fa accapponare la pelle” ha detto Rita Borsellino, leader dell’opposizione all’Assemblea regionale Siciliana. “Questa sentenza aggrava ancora di più la situazione perché al giudizio politico si unisce anche quello etico. Come si fa a
rappresentare la Sicilia con una maschera di questo tipo?”.
“Da sempre sappiamo che Cuffaro non è colluso con la mafia. Da oggi lo ha certificato anche un tribunale della Repubblica. Sono certo che in appello cadranno
anche le altre imputazioni” ribatte il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini.
Duro il verdetto pure per gli altri imputati: l’imprenditore Aiello è stato condannato a 14 anni e al pagamento di una multa da 20 milioni di euro.
Cuffaro e Aiello avevano sempre smentito di aver favorito i boss e di aver stretto tra di loro un “patto” illecito. Il presidente della Regione ha negato di aver svelato a Guttadauro che nella sua abitazione di Brancaccio, a Palermo, c’erano microspie che una volta trovate hanno mandato a monte un’importante inchiesta che ha già portato ad una condanna: quella del medico Domenico Miceli, ex assessore comunale dell’Udc, definito “anello di congiunzione” sul versante politico tra Cuffaro e Guttadauro (Miceli è stato condannato dal tribunale di Palermo a otto anni per concorso esterno con la mafia proprio per i suoi rapporti con Guttadauro).
La sentenza pronunciata nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli dal presidente Vittorio Alcamo ha chiuso il primo atto del processo alle “talpe” a palazzo di giustizia di Palermo, un’inchiesta nata nel 2001 dopo la scoperta di una “rete clandestina” di informatori di cui facevano parte due carabinieri e un finanziere che informavano boss e imprenditori vicini alle cosche delle indagini più delicate della procura antimafia.
La Procura (rappresentata in aula dai pubblici ministeri Michele Prestipino e Maurizio De Lucia) aveva chiesto per Cuffaro la condanna a 8 anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Per il maresciallo del Ros dei carabinieri Giorgio Riolo, accusato tra l’altro di avere rivelato notizie sulle indagini arriva la condanna a 7 anni senza l’aggravante di aver favorito i boss: il suo legale ha detto ieri che ha lasciato l’Arma.
L’inchiesta su Cuffaro è stata aperta nel 2001 dai sostituti procuratori Gaetano Paci e Nino Di Matteo (il primo la lasciato per contrasti coi colleghi sul capo di imputazione da contestare, il secondo si è ritirato dal dibattimento perché convinto della necessità di aggravare il capo di imputazione per Cuffaro nel concorso esterno in associazione mafiosa dopo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Campanella).
Per concorso esterno procede adesso il procuratore Francesco Messineo in persona.

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