La sentenza: il premier è corresponsabile

Pubblicato: novembre 15, 2009 in attualità
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LUIGI FERRARELLA PER IL CORRIERE DELLA SERA

Non è colpa so­lo «dell’operato di Cesare Pre­viti, posto in essere su incari­co e nell’interesse di Finin­vest, a cui beneficio andò la corruzione del giudice Met­ta ». E’ anche la «corresponsa­bilità di Silvio Berlusconi nel­la vicenda corruttiva» a con­vincere il giudice civile Rai­mondo Mesiano a condanna­re la Fininvest a pagare alla Cir di Carlo De Benedetti 749 milioni di euro: un maxirisar­cimento danni per lo «scip­po » della Mondadori operato nel 1991 attraverso la corru­zione del giudice estensore (Vittorio Metta) del verdetto con il quale la Corte d’Appello di Roma annullò il lodo arbi­trale favorevole all’Ingegnere, e spianò la strada all’armisti­zio poi firmato da Cir e Finin­vest con l’andreottiana media­zione di Giuseppe Ciarrapico. Nel penale Berlusconi fu prosciolto nel 2001 grazie alla concessione di attenuanti che determinarono la prescrizio­ne della medesima corruzio­ne di Metta poi costata nel 2007 la definitiva condanna di Previti, al quale le attenuan­ti furono negate. Dalla prescri­zione, argomenta Mesiano, non si può ricavare l’innocen­za di Berlusconi (se i giudici del 2001 l’avessero ritenuto innocente nel merito, sarebbe­ro stati obbligati ad assolver­lo invece di applicare solo la prescrizione), ma neppure un’affermazione di colpevo­­lezza, giacché la concessione delle attenuanti avvenne nel­la fase in cui si decideva solo sul rinvio a giudizio o meno.

Però la prescrizione nel 2001 di Berlusconi «non pre­clude che» nella causa civile il Tribunale possa «fare piena­mente uso della prova per pre­sunzione » per ritenere, «ai so­li fini civilistici e risarcitori, che Berlusconi ha commesso il fatto in questione».

La parola presunzione non è usata nel gergo comune, ma richiama norme del codice (art. 2727-2729) su un tipo di prova «che nel giudizio civile ha la stessa dignità della pro­va diretta (rappresentazione del fatto storico)»: è «un argo­mento logico mediante il qua­le si risale dal fatto noto, che deve essere provato in termi­ni di certezza, al fatto igno­to » .

Qui il fatto «noto» e «dimo­strato » è che i 400 milioni di lire — che per la condanna pe­nale del 2007 (ampiamente ri­percorsa dal giudice civile) pervennero in contanti nel 1991 al giudice Metta — face­vano parte dei 3 miliardi che, 20 giorni dopo il verdetto di Metta sul lodo, il conto svizze­ro Mercier dell’avvocato Fi­ninvest Previti aveva ricevuto

«dai conti svizzeri All Iberian

e Ferrido di cui era beneficia­ria economica la Fininvest» presieduta da Berlusconi.

«Facendo buon uso dei principi di Cassazione» sui cri­teri di «normalità», Mesiano giudica dunque «che sarebbe assolutamente fuori dall’ordi­ne degli accadimenti umani che un bonifico di 3 miliardi sia disposto ed eseguito, per le dimostrate finalità corrutti­ve, senza la consapevolezza e l’accettazione del dominus della società da cui provie­ne ». E la «corresponsabilità» di Berlusconi nella corruzio­ne comporta «la responsabili­tà diretta della stessa Finin­vest, come logica conseguen­za per il principio della re­sponsabilità civile della socie­tà per il fatto illecito commes­so dal loro legale rappresen­tante nell’attività gestoria».

Il Biscione ha peraltro ri­schiato di dover pagare alla Cir non 749 ma addirittura 937 milioni di euro. Prima il giudice, in base alle proposte intercorse nel 1991 tra Cir e Fi­ninvest (ma ora disconosciu­te da Fininvest), calcola in 458 miliardi di lire il minor prezzo incassato da Cir per la vendita a Fininvest delle azio­ni Amef e per il maggior one­re nell’acquisto da Fininvest di Repubblica, Finegil e Espresso. Poi aggiunge, in via equitativa, il danno per la dif­ferenza tra le condizioni che Cir avrebbe spuntato in una spartizione ‘pulita’ e quelle a cui fu indotta dalla spartizio­ne ‘corrotta’, cioè frutto della sentenza comprata: sale così a 550 miliardi di lire, pari a 284 milioni di euro, ai quali aggiunge (come in qualun­que causa civile) la rivaluta­zione del capitale del 1991 ai termini monetari odierni, e gli interessi legali maturati in questi 18 anni. In più somma 8 milioni di spese legali del­l’epoca, e 20 per «le ripercus­sioni negative sull’immagine imprenditoriale» alle quali Cir «si ritrovò esposta nel mondo degli affari» per la «bruciante sconfitta».

Il conto totale teorico tocca quindi i 937 milioni. Ma il giu­dice non ritiene di risarcire la Cir per l’ingiustizia in sé della sentenza della Corte d’Appel­lo di Roma che annullò il lodo arbitrale favorevole a De Bene­detti. Mesiano (per il quale 15 consiglieri del Csm chiedono una «pratica a tutela» dopo gli attacchi politici patiti e gli insulti telefonici ricevuti) si dice convinto che la sentenza Metta fosse ingiusta e che il lo­do arbitrale fosse invece con­divisibile; ma rimarca che, «se anche la Corte d’Appello di Roma emise una sentenza indubbiamente ingiusta in quanto frutto di corruzione, nessuno può dire in assoluto quale sarebbe stata la decisio­ne di un Collegio che nella sua interezza non fosse corrot­to ». Il danno che invece Me­siano ordina a Fininvest di ri­sarcire a Cir è per la «perdita di chance»: cioè dell’«oppor­tunità realmente esistente, e caratterizzata da una percen­tuale di probabilità molto ele­vata », di ottenere una pronun­cia favorevole che confermas­se il lodo arbitrale, probabili­tà che Mesiano stima nel­l’ 80%. Ed è dunque l’80% di 937 milioni, cioè 749 milioni e 955 mila euro, che condan­na Fininvest a pagare a Cir.

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