leggi ad personam:legge ex-cirielli

Pubblicato: novembre 16, 2009 in attualità
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Questo è quanto statuito dalla Consulta, tornata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della legge ex Cirielli.

La Corte Costituzionale è stato investita della questione di legittimità costituzionale dell’art. 10, comma 3, l. n. 251 del 2005 nella parte in cui esclude l’applicabilità della nuova disciplina della prescrizione ai processi pendenti dinanzi alla corte d’appello con sei ordinanze pronunciate da diversi giudici.

In particolare, la Corte d’appello di L’Aquila ha lamentato la violazione dell’art. 3 della Costituzione, in quanto la disposizione censurata determinerebbe una disparità di trattamento non giustificabile, perchè rimessa a criteri di selezione del tutto estranei alla ratio dell’istituto della prescrizione.

La Corte d’appello di Roma ha sollevato la predetta questione con tre ordinanze, per violazione dell’art. 3 della Costituzione, perché da un lato la pendenza in appello non sarebbe indicata tra gli atti interruttivi della prescrizione, dall’altro tale pendenza dipenderebbe dalla data, dovuta a fattori del tutto casuali, in cui il processo perviene presso il giudice ad quem. Inoltre, il giudice a quo ha evidenziato che la disposizione censurata opererebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra gli autori di un medesimo reato, alcuni dei quali siano stati giudicati in base alla disciplina previgente soltanto perché processati più velocemente. la disposizione in oggetto si porrebbe in contrasto con gli artt. 10, secondo comma, e 11 della Costituzione, poichè il principio della retroattività della norma penale più favorevole rappresenterebbe un principio del diritto internazionale e del diritto comunitario, per come riconosciuto dalla Consulta con sentenza n. 393 del 2006.

Infine, la Corte d’appello di Palermo ha sollevato questione di legittimità costituzionale della norma, sempre per violazione dell’art. 3 della Costituzione, in quanto verrebbe a determinare una disparità di trattamento tra diverse categorie di cittadini.

Con la sentenza in commento, la Consulta ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale in oggetto, sollevata con quattro delle sei ordinanze di rimessione, dichiarando non fondate le questioni di legittimità costituzionale proposte con le rimanenti ordinanze.

Nell’affrontare la vexata quaestio, il Giudice delle Leggi ha richiamato la precedente sentenza n. 393 del 2006, con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale di tale comma 3 nella parte in cui non prevedeva l’applicazione della nuova disciplina ai processi già pendenti in primo grado in cui vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento.

La succitata pronuncia ha riconosciuto che la prescrizione esprime l’interesse generale di non perseguire più i reati con riferimento ai quali sia trascorso un lasso di tempo tale da determinare, secondo la valutazione del legislatore, l’attenuazione dell’allarme sociale, e da rendere più difficile l’acquisizione del materiale probatorio, con conseguente menomazione del diritto di difesa. Al contempo, la sentenza in parola ha affermato che la disposizione volta a ridurre i termini di prescrizione del reato rientra nell’ambito delle “disposizioni più favorevoli al reo” previste dall’art. 2, quarto comma, c.p..

Da quest’ultima disposizione, nonché da dati ricavati dalle fonti di diritto internazionale e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, si desume, secondo quanto autorevolmente riconosciuto dalla Corte Costituzionale, la regola dell’applicazione retroattiva delle disposizioni più favorevoli al reo, con la necessaria conseguenza che deroghe a tale regola sono possibili solo se rispettino il canone della ragionevolezza, in quanto siano volte a tutelare interessi di rango analogo rispetto a quelli soddisfatti dall’istituto della prescrizione, quali l’efficienza del processo, o riguardino esigenze dell’intera collettività legate ai valori sanciti dalla nostra Carta fondamentale.

Sulla base di tali rilievi, nella sentenza del 2006 si è ritenuto irragionevole la scelta del legislatore di escludere l’applicazione retroattiva della norma sulla riduzione dei termini di prescrizione del reato ai processi pendenti in primo grado alla data della sua entrata in vigore, nel caso in cui sia intervenuta l’apertura del dibattimento, poiché la norma utilizza quale criterio di applicazione della nuova disciplina un momento (l’apertura del dibattimento) che, da un lato non è indefettibile, dall’altro non è incluso fra gli atti indicati come rilevanti dall’art. 160 c.p. ai fini della prescrizione.

Nel richiamare la precedente pronuncia, la Consulta ha affermato che ad una eguale conclusione non si può giungere con riferimento alla diversa questione avente ad oggetto l’applicazione retroattiva della disciplina dettata dalla ex Cirielli ai processi che, alla data della sua entrata in vigore, pendano in grado di appello.

Ed invero, il Giudice delle Leggi ha affermato che, in tale ipotesi, l’esclusione dell’applicazione retroattiva del più breve termine di prescrizione deriva da un dato oggettivo, consistente nella circostanza che processi di quel tipo siano pendenti ad una certa data.

Al riguardo, nella sentenza in commento si evidenzia come l’art. 160 c.p. consideri rilevante, ai fini della prescrizione, la sentenza di condanna.

Sul punto, la Corte ha, inoltre, precisato che il riferimento generico al decreto di citazione a giudizio, operato dall’art. 160 c.p., consente di includere nel novero degli atti interruttivi della prescrizione anche il decreto di citazione per il giudizio di appello previsto dall’art. 601 c.p.p..

Infine, si è osservato che l’esigenza di evitare che l’acquisizione del materiale probatorio sia resa più difficile in ragione del trascorrere del tempo è già assicurata dalla disciplina prevista per lo svolgimento sia del giudizio di appello sia da quello di Cassazione.

Ciò in quanto il materiale probatorio è acquisito nel corso del dibattimento di primo grado, essendo ammessa in appello la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale soltanto nei casi previsti dall’art. 603 c.p.p..

Alla stregua delle sopra esposte argomentazioni, nel concludere il proprio iter logico-argomentativo, la Corte ha ritenuto ragionevole, e dunque rispettosa dell’art. 3 della Costituzione, la scelta operata dal legislatore della riforma, in quanto, peraltro, volta ad evitare la dispersione delle attività processuali svolte antecedentemente all’entrata in vigore della legge, tutelando in tal modo interessi aventi rango costituzionale come l’efficienza del processo e la salvaguardia dei diritti dei destinatari della funzione giurisdizionale.

(Altalex, 11 giugno 2008. Nota di Ermelinda Biesuz)

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commenti
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