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cicchitto e la p2

Pubblicato: febbraio 10, 2010 in berlusconi e la p2
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cicchitto e la p2

Pubblicato: ottobre 12, 2009 in berlusconi e la p2
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http://www.democrazialegalita.it/melandri/melandri18marzo06.htm

 

Cicchitto e la P2 di Vittorio Melandri L’on. Fabrizio Cicchitto è tornato a parlare della P2! Lo ha fatto con una lettera spedita all’Unità che voleva essere una replica ad un precedente articolo di Roberto Cotroneo. Mi sono perso eventuali altre circostanze in cui codesto uomo politico che un tempo ho ammirato, e che oggi mi sconcerta al solo vederlo apparire sugli schermi TV, si è misurato pubblicamente con tale materia, ma ho memoria della prima volta che lo ha fatto. Correva l’anno 1981, da poco tempo gli elenchi della P2 erano stati resi noti e sul numero 10 della rivista Pagina (Luglio 1981) comparve una “Lettera a Cicchito – Fratello Smarrito-” a firma di Giampiero Mughini, che si rivolgeva all’amico che sapeva “tormentato dal degrado morale e intellettuale dell’attività politica”, per manifestargli il suo allarme per la sua iscrizione alla loggia massonica Propaganda 2, e per offrirgli ospitalità sulle colonne della rivista, al fine di mostrare così il “coraggio di spingere fino in fondo l’analisi, e denunciare le aberrazioni della politica pur di salvare la qualità della politica.” Cicchitto accettò l’invito, e così come oggi ha colto la “provocazione” di Cotroneo respingendo ad un tempo quella di Chierici e parla come sopra detto di P2, sulle pagine dell’Unità del 14 marzo, allora parlò di P2 dalle pagine di Pagina n. 11-12, dell’agosto/settembre 1981. In un quarto di secolo, Cicchitto dimostra di non aver cambiato idea sulla sua iscrizione alla P2, che definiva “errore molto grave” e che oggi ribadisce essere stato “un grave errore”. Sembra invece che Cicchitto abbia proprio cambiato idea sulla P2 stessa. Nel 1981 definiva la loggia massonica «una realtà che era espressione del potere dominante e delle distorsioni conseguenti», una realtà a cui lui, che si sentiva «“oggetto” delle attenzioni di qualcosa di “invisibile”.» si era rivolto per «ricercare una tutela per così dire “privata”, “riservata”.» Oggi invece, sostiene innanzi tutto che la P2 non c’è più, che è stata sciolta da 25 anni, per subito aggiungere che è stata smantellata a colpi di sentenze, la relazione Anselmi, che la P2 l’aveva analizzata con rigore, e soprattutto, che è stato «negato il carattere eversivo di quella associazione». Insomma se 25 anni fa, sempre per dirla con Cicchitto, qualche preoccupazione poteva venire «dall’enorme sviluppo delle tecnologie di controllo, dai satelliti agli strumenti di ascolto a distanza.»…. e ancora maggiori preoccupazioni venivano…«In Italia,… dai servizi segreti (che) hanno, da sempre, rappresentato un elemento di inquinamento e di alterazione della vita politica.»…. oggi sarebbe tutto passato, la teoria del “doppio Stato” è solo una teoria tardo complottistica, e lui si sente ancora sotto controllo, sì, ma solo da parte dei tardo comunisti dell’Unità, e tutti possiamo vivere finalmente felici e contenti, grazie ad un Primo Ministro che, a differenza di Cicchitto, continua a negare di avere mai aderito a quella benefica associazione. Verrebbe proprio voglia di credere al secondo Cicchitto e dimenticare il primo. Per quanto mi riguarda sono però condizionato da un ricordo. Quando il 5 aprile 1987 in chiusura del XLIV Congresso del PSI a Rimini, Bettino Craxi ri-accolse fra le fila del gruppo dirigente del partito un “compagno che aveva sbagliato”, si pensò che il riferimento fosse allo sbaglio che quel compagno aveva fatto con l’essersi iscritto alla P2, ma nessuno a tutt’oggi mi ha tolto dalla mente che Craxi, si riferisse invece ad un altro errore di Cicchitto, quello di averla ammessa, la sua iscrizione alla P2. Oggi, l’on. Cicchitto non può certo negare quel lungo intervento su Pagina, e gli resta solo la possibilità di negare il carattere eversivo di una associazione, che da tempo, è tornata ad essere quello che avrebbe sempre voluto restare, una associazione sconosciuta ai sudditi e nota solo a chi sa farne “buon uso”.

articolo originale:

http://iltafano.typepad.com/il_tafano/2009/10/fabrizio-cicchitto-tessera-p2-n-2232-ha-parlato-da-statista-una-bella-manifestazione-di-piazza-e-cancelliamo-le-condan.html

 

Fabrizio Cicchitto, Tessera P2 n° 2232, ha parlato, da statista

 una bella manifestazione di piazza, e cancelliamo le condanne a Berlusconi. A quando una manifestazione per la riabilitazione dello “stalliere” Mangano? Secondo il capogruppo Pdl alla Camera la sentenza sul lodo Mondadori fa parte di una manovra concentrica per ribaltare la vittoria elettorale del 2008 – Pdl: “In piazza per Berlusconi” (vedi articolo Repubblica) Da quando mi occupo di questo blog – e più in generale da quando so leggere – di minchiate ne ho lette e sentite di tutti i colori, di tutti gli odori, e di tutte le dimensioni. Questa del post-piduista Cicchitto, però, le supera tutte, in dimensioni e in fetore. La condanna di Berlusconi a risarcire i danni a De Benedetti per la sentenza che ha accertato la “corruzione in atti giudiziari” del giudice Metta, grazie alla quale il lodo Mondadori è stato annientato, consegnando la Mondadori a Berlusconi anzichè a De Benedetti, non poteva che avere uno sbocco, in sede civile, di risarcimento danni proporzionato alle dimensioni della posta in gioco. E tanto per capirci: la Fininvest è condannata al pagamento di un risarcimento danni di circa 750 milioni, mentre la capitalizzazione di borsa della Mondadori, a fine 2008, era di 847 milioni. Insomma, gli hanno fatto anche lo sconto. Qualcuno dimentica che il “lodo Mondadori”, capovolto dal giudice Metta per sentenza scritta nello studio Previti e pagata dalla Fininvest, stabiliva che la famiglia Formenton avrebbe consegnato a De Benedetti azioni e controllo della Mondadori entro il 1991. Invece nel 1989 il lodo viene stracciato, e la Mondadori finisce, chissà perchè, in mano a Berlusconi. Quindi oggi a Berlusconi viene imposto (ed è una sentenza molto mite) SOLO il pagamento di ciò che è addirittura meno della capitalizzazione di borsa della Mondadori, senza alcun riguardo al fatto che per quasi 20 anni (dal 1991 ad oggi) Berlusconi si è ficcato nelle capaci tasche sei suoi Caraceni gli utili prodotti dalla Mondadori. Utili che avrebbero dovuto invece finire in tasche d’altri. Grazie al piduista, la cultura dell’illegalità compie un ulteriore balzo in avanti: piazza contro sentenze. Non se ne sentiva il bisogno. Viceversa, per il piduista basta una bella manifestazione, magari nella piazzetta di Porto Rotondo, per rovesciare una sentenza della magistratura ed assolovere “per acclamazione” qualsiasi pregiudicato. Perchè la legge è uguale per tutti. O no? L’idea di Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL, di “una grande manifestazione popolare” per rispondere a quella che considera un’offensiva contro il premier, puzza di Cile lontano un miglio.. “E’ evidente – afferma in una nota in riferimento alla sentenza sul lodo Mondadori – che l’attacco al presidente Berlusconi di precisi settori politici e finanziari è concentrico e lungo più direttrici che vanno dal gossip, all’evocazione degli attentati di mafia del ’92, ad altro ancora che si prepara e, adesso a questa sentenza civile dalle proporzioni inusitate ben studiata anche nei tempi”. […] Cicchitto punta il dito contro l’Ingegnere. “Ovviamente il beneficiario è De Benedetti, il vero leader della sinistra editoriale e finanziaria. Infatti la debolezza della sinistra politica è surrogata dalle iniziative giudiziarie, finanziarie e editoriali. Il tutto avviene mentre lo scandalo reale della Regione Puglia è tenuto coperto usando le D’Addario di turno. L’obiettivo è sempre quello: manipolare con manovre di Palazzo la vittoria elettorale del 2008, che evidentemente non è accettata da una serie di ambienti. Rispetto a tutto ciò il governo e la maggioranza devono svolgere il loro ruolo sostenuto dal consenso della maggioranza dei cittadini. La libertà di dibattito interno non deve comunque portarci a rinchiuderci in noi stessi; anzi bisogna cominciare a esaminare l’opportunità di una grande manifestazione popolare”. Ancora qualche giorno, e Cicchitto, seguito dai cicchittoidi, chiederà il giudizio divino. La Prova del Fuoco? Per intanto, accontentiamoci dell’estratto delle [motivazioni della sentenza] _____________________________________________________________________________________ Lodo Mondadori, le tappe della vicenda giudiziaria Ecco le tappe principali della vicenda giudiziaria per il Lodo Mondadori che ha visto il Tribunale civile di Milano emettere una provvedimento di condanna contro la Fininvest, che dovrà versare a Cir circa 750 milioni a titolo di risarcimento per danno patrimoniale. 4 ottobre 2001. Davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Milano comincia il processo per il Lodo Mondadori. Imputati sono Cesare Previti, Attilio Pacifico, Vittorio Metta e Giovanni Acampora. A giugno, i giudici della quinta sezione della Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto che nei confronti di Silvio Berlusconi è ipotizzabile il reato di corruzione semplice e, grazie alla concessione delle attenuanti generiche, questo reato è stato dichiarato prescritto. (…prescritto, non assolto… NdR) 28 gennaio 2002. Il processo Imi-Sir, cominciato nel 2000, è riunito con quello sul Lodo Mondadori. 29 aprile 2003. La Corte di Appello di Milano condanna a 13 anni Vittorio Metta, 11 anni Cesare Previti e Attilio Pacifico, 8 anni e 6 mesi Renato Squillante, 6 anni Felice Rovelli, 5 anni e 6 mesi Giovanni Acampora, 4 anni e 6 mesi Primarosa Battistella. Assolto Filippo Verde. 7 gennaio 2005. Comincia a Milano, davanti alla seconda Corte d’appello, presieduta da Roberto Pallini, il processo di secondo grado per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori. 23 maggio 2005. I giudici confermano la condanna di Cesare Previti per la sola vicenda Imi-Sir, assolvendolo per quella Lodo Mondadori. Previti e Attilio Pacifico hanno avuto una riduzione della condanna da undici a sette anni. Riduzioni delle pene per gli altri imputati: Vittorio Metta da 13 a 6 anni, Renato Squillante da 8 anni e 6 mesi a 5 anni, Felice Rovelli da 6 a 3 anni, Primarosa Battistella da 4 anni e 6 mesi a 2 anni. Per la vicenda Lodo Mondadori l’avvocato Giovanni Acampora, Metta, Pacifico e Previti sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. 4 maggio 2006. Per la vicenda Imi/Sir, la Corte di Cassazione riduce a 6 anni la condanna per Previti e Pacifico, conferma la condanna a 6 anni per Metta, riduce la pena per Acampora a 3 anni e 8 mesi, annulla senza rinvio la condanna per Squillante e Battistella e considera prescritta l’accusa per Felice Rovelli. Per il lodo Mondadori, la Cassazione accoglie il ricorso della Procura Generale di Milano e della parte civile Cir, contro le assoluzioni del maggio 2005. 18 dicembre 2006. Davanti alla terza sezione della Corte d’appello di Milano, comincia il nuovo processo d’appello per il lodo Mondadori. 23 febbraio 2007. I giudici condannano Previti, Acampora e Pacifico ad un anno e 6 mesi, Metta a due anni e otto mesi. Le condanne vanno aggiunte in continuazione con quelle del processo Imi-Sir, ormai diventate definitive. 3 ottobre 2009. La I sezione del Tribunale di Milano ha dichiarato che la Cir ha diritto al risarcimento di 750 milioni da parte di Fininvest per il danno patrimoniale da ‘perdita di chance’ subito nella vicenda per la ‘battaglia di Segrate’. Il provvedimento civile è arrivato alla luce dalla definitiva condanna penale del 2007 per corruzione. [Dalla scheda di Repubblica] _____________________________________________________________________________________ L’ANALISI, di Giuseppe D’Avanzo:.Berlusconi chiama la politica a difesa del suo patrimonio. Metà del Paese chiamata a sostenrlo per un episodio di corruzione. E il premier trasforma in complotto un’ordinaria storia di malaffare La politica, per Silvio Berlusconi, è nient’altro che il modo più efficace per accrescere e proteggere il suo business. È sempre stato così fin da quando, neolaureato fuori corso in giurisprudenza, si dà agli affari. Forte di legami politici con le amministrazioni locali e regionali – e qualche “assegno in bocca” – diventa promotore immobiliare. La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica – la corruzione d’un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari – gli permette di ottenere, dal presidente del consiglio corrotto, due decreti d’urgenza e, dal parlamento, una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest. Non proprio un prometeo dell’economia, nel 1994 è in rotta e fallito (gli oneri del debito della Fininvest – 4000 miliardi di lire – superano l’utile operativo del gruppo). Ha perso però i protettori travolti dal malaffare tangentocratico e s’inventa “imprenditore della politica” convertendo l’azienda in partito. E’ ancora la politica che gli consente di manomettere, con diciassette leggi ad personam, codici e procedure per evitare condanne penali per un variopinto numero di reati (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, corruzione) fino all’impunità totale della “legge Alfano” che gli assicura un parlamento diventato bottega sua (domani la Consulta ne vaglierà la costituzionalità). Non c’è da sorprendersi allora se, condannato oggi al pagamento di un risarcimento di 750 milioni di euro per aver trafugato la Mondadori corrompendo un giudice, Silvio Berlusconi si nasconda ancora una volta dietro il paravento della politica. E’ sempre la sua carta jolly per confondere le acque, cancellare i fatti, rendere incomprensibile quel che è accaduto, difendere – dietro le insegne dell’interesse pubblico – il suo interesse personale. Secondo un copione collaudato nel tempo, il premier anche oggi è lì a cantare la favola dell'”aggressione politica al suo patrimonio”, dell'”assedio ad orologeria”. Evoca, con le parole della figlia Marina (presidente di Mondadori), il “momento politico molto particolare”. Piagnucola: “Se è così, chiudo”. Minaccia (gli capita sempre quando è a mal partito) che chiamerà alle urne gli elettori, se sarà contrariato. Bisogna dunque dire se c’entra la politica, in questa storia della Mondadori. La risposta è sì, c’entra ma (non è un paradosso) soltanto perché salva Berlusconi dai guai (e non è una novità). Ricapitoliamo. E’ il giugno 2000. Berlusconi è accusato di aver comprato la sentenza che gli ha permesso di mettere le mani sul più grande impero editoriale del Paese scippandolo a Carlo De Benedetti (editore di questo giornale). Per suo conto e nel suo interesse, gliela compra l’avvocato e socius Cesare Previti (poi suo ministro). L’udienza preliminare del “caso Mondadori” ha un esito sorprendente: non luogo a procedere. E’ salvo. Il pubblico ministero Ilda Boccassini si appella. La Corte le dà ragione, ma Previti e Berlusconi hanno destini opposti. Per una svista, i legislatori nel 1990 si sono dimenticati del “privato corruttore” aumentando la pena della corruzione nei processi soltanto per il “magistrato corrotto”. Correggono l’errore nel 1992, ma i fatti della Mondadori sono anteriori a quell’anno e dunque Berlusconi è passibile della pena meno grave, da due a cinque anni (corruzione semplice), anziché da tre a otto (corruzione in atti giudiziari). Se ottiene le attenuanti cosiddette generiche, può farla franca perché il reato sarebbe estinto. La sentenza del 25 giugno 2001 le concede a Berlusconi, non a Previti che va a processo. Stravagante la motivazione che libera il premier: è vero, Berlusconi ha corrotto il giudice, ma si è adeguato a una prassi d’un ambiente giudiziario infetto e poi l’attuale suo stato “individuale e sociale” (si è appena insediato di nuovo a Palazzo Chigi) merita riguardi. Diciamolo in altro modo. Per i giudici non si possono negare le attenuanti, e quindi la prescrizione, a quell’uomo che – è vero – è un “privato corruttore” perché è “ragionevole” e “logico” che il mandante della tangente al giudice sia lui, ma santiddio oggi governa l’Italia, è ricco, potente, conduce la sua vita in modo corretto, come si fa a mandarlo a processo? (…insomma, una sentenza di un fetore tale, che farebbe indossare le maschere antigas persino ai peggiori paesi dell’America Latina… NdR) Berlusconi potrebbe rinunciare alla prescrizione, affrontare il giudizio, dimostrare la sua estraneità, pretendere un’assoluzione piena o almeno testimoniare e dire perché ha offerto a Previti i milioni da cui attinge per pagare il mercimonio del giudice. Non lo fa, tace, si avvale della facoltà di non rispondere e il titolo indecoroso di “privato corruttore” gli resta appiccicato alla pelle. Dunque, prima conclusione. La politica di ieri e di oggi non c’entra nulla se si esclude il salvataggio del premier, “privato corruttore”. Bisogna riprendere il racconto da qui perché la favola dell'”aggressione politica al patrimonio” di Berlusconi si nutre di un sorprendente argomento: “Il processo non ha mai riguardato la Fininvest che si limitò a pagare compensi professionali a Previti”. Occorre allora mettere mano alle sentenze. C’è un giudice, Vittorio Metta, che già è stato corrotto da Previti per un altro affare (Imi-Sir). Viene designato come relatore dell’affare Mondadori. La designazione è pilotata con sapienza. Scrive le 167 pagine della sentenza in un solo giorno, ventiquattro ore, “record assoluto nella storia della magistratura italiana”. In realtà, la sentenza è scritta altrove e da chi lo sa chi: “Da un terzo estraneo all’ambiente istituzionale”, si legge nella sentenza di primo e secondo grado. Venti giorni dopo il deposito del verdetto (14 febbraio 1991), la Fininvest (attraverso All Iberian, il “gruppo B very discreet”) bonifica a Cesare Previti quasi 2 milioni e 800 mila dollari (3 miliardi di lire). Su mandato di chi? Nell’interesse di chi? “La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore” scrivono i giudici dell’Appello che condannano Cesare Previti non perché concorre al reato di Vittorio Metta (il giudice), ma perché complice del “privato corruttore” (Berlusconi). “E’ la Fininvest – conclude infine la Corte di Cassazione – la fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris”, del baratto che consente a Berlusconi da diciotto anni di avere nella sua disponibilità la Mondadori. Rimettiamo allora in ordine quel che si sa e ha avuto conferma nel lungo percorso processuale, in primo grado, in appello, in Cassazione. Berlusconi è un “privato corruttore”. Incarica il socius Previti di corrompere il giudice che decide la sorte e la proprietà della casa editrice. Previti ha “stabilmente a libro paga” Vittorio Metta. Il giudice si fa addirittura scrivere la sentenza. Ottiene “almeno quattrocento milioni” da una “provvista” messa a disposizione dalla Fininvest che “incassa” in cambio la Mondadori.(…OK… il prezzo è giusto… per 200.000 euri, questo bandito di Metta si vende una cosina che oggi capitalizza 847 milioni di euri. Se Metta non fosse stato condannato per corruzione, andrebbe interdetto per coglioneria. Nell’affare, si è accontentato di una mancetta dello 0,024%. Insomma, siamo all’accattonaggio… NdR) Questi i nudi fatti che parlano soltanto di malaffare, corruzione, baratterie, di convenienze privatissime e non di politica e mai di interesse pubblico. Di politica parla oggi Berlusconi per salvare se stesso. Come sempre, vuole che sia la politica a tutelare business e patrimonio privati. Per farlo, non rinuncia – da capo del governo e “privato corruttore” – a lanciare una “campagna” che spaccherà in due – ancora una volta – un’opinione pubblica frastornata e disinformata. Berlusconi chiede un’altra offensiva di plagio mediatico con il canone orientale delle tv e dei giornali che controlla e influenza: non convincere, non confutare, screditare. Il premier giunge a minacciare le elezioni anticipate, come se il suo destino fosse il destino di tutti e l’opacità della sua fortuna una responsabilità collettiva. Ripete la solita filastrocca che si vuole “manipolare con manovre di palazzo la vittoria elettorale del 2008 ed è ora che si cominci a esaminare l’opportunità di una grande manifestazione popolare”. In piazza, metà del Paese. In difesa di che cosa? Si deve rispondere: in difesa della corruzione che ha consentito a Berlusconi la posizione dominante nell’informazione e nella pubblicità. E perché poi dovremmo tornare a votare? In difesa del suo portafoglio. L’Italia esiste, nelle intenzioni del capo del governo, soltanto se si mobilita a protezione delle fortune dell’uomo che la governa. Stefano D’Avanzo

articolo originale:

http://www.berlusconisilvio.com/processi2.htm

 

Nel 1990 la corte d’appello di Verona denuncia Silvio Berlusconi con la seguente motivazione: “…Ritiene il collegio che le dichiarazioni dell’imputato non corrispondano a verita’. In sostanza infatti secondo il Berlusconi la sua definita adesione alla P2 avvenne poco prima del 1981 e non si tratto’ di vera e propria iscrizione, perche’ non accompagnata da pagamenti di quote appunto di iscrizione, peraltro mai richiestegli. Tali asserzioni sono smentite:

    A) Dalle risultanze della commissione Anselmi.
    B) Dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al G.I. di Milano, e mai contestate, secondo cui la sua iscrizione alla P2 avvenne nei primi mesi del 1978.

    C) Dagli atti della commissione parlamentare ed in particolare dagli elenchi degli affiliati, sequestrati in Castiglion Fobocchi figura il nominativo del Berlusconi (numero di riferimento 625) e l’annotazione del versamento di lire 100.000 come eseguito in contanti in data 5 maggio 1978, versamento la cui esistenza risulterebbe comprovata anche da un dattiloscritto proveniente dalla macchina da scrivere di proprieta’ di Gelli…”.

berlusconi nella p2

Pubblicato: ottobre 10, 2009 in berlusconi e la p2
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http://www.pummarulella.org/tessera_P2.htm

articolo originale:

http://capoverde.altervista.org/allegati/interventi/P2_massoneria_berlusconi.htm

 

( BERLUSCONI, SILVIO Tessera numero 1816. L’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi è uno degli affiliati alla P2 più noti. A cosa può essergli servita l’iscrizione alla P2? La commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi fece a suo tempo un esempio molto dettagliato. Per le sue prime attività in campo edile, Berlusconi ottiene credito dalla Banca nazionale del lavoro (nei cui vertici ci sono 8 affiliati alla P2) e dal Monte dei Paschi di Siena (il direttore generale Giovanni Cresti è anch’egli piduista). Ferruccio De Lorenzo (affiliato alla P2) acquista per conto dell’Enpam (l’Ente n( BERLUSCONI, SILVIO Tessera numero 1816. L’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi è uno degli affiliati alla P2 più noti. A cosa può essergli servita l’iscrizione alla P2? La commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi fece a suo tempo un esempio molto dettagliato. Per le sue prime attività in campo edile, Berlusconi ottiene credito dalla Banca nazionale del lavoro (nei cui vertici ci sono 8 affiliati alla P2) e dal Monte dei Paschi di Siena (il direttore generale Giovanni Cresti è anch’egli piduista). Ferruccio De Lorenzo (affiliato alla P2) acquista per conto dell’Enpam (l’Ente nazionale previdenza e assistenza dei medici italiani, di cui è presidente) due hotel a Segrate e decine di appartamenti di Milano 2. L’Enpam affida poi a Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano. Gli affiliati alle loggia sono tenuti al sostegno reciproco, a privilegiare l’interesse dei confratelli a qualunque altro principio. Questo avviene in tutte le logge massoniche) azionale previdenza e assistenza dei medici italiani, di cui è presidente) due hotel a Segrate e decine di appartamenti di Milano 2. L’Enpam affida poi a Berlusconi anche la gestione del teatro Manzoni di Milano. Gli affiliati alle loggia sono tenuti al sostegno reciproco, a privilegiare l’interesse dei confratelli a qualunque altro principio. Questo avviene in tutte le logge massoniche)

banco ambrosiano

Pubblicato: ottobre 4, 2009 in berlusconi e la p2
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http://www.disinformazione.it/ambrosiano.htm

banco ambrosiano

Nella mattina del 18 giugno 1982 viene scoperto il corpo dei banchiere milanese Roberto Calvi, a capo dei Banco Ambrosiano, impiccato a una impalcatura sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. Le tasche del suo elegante vestito sono riempite di pietre e di denaro d’ogni sorta di valuta. Durante gli anni, la tesi dei suicidio sarà difesa con ostinazione, malgrado il parere contrario della maggioranza degli investigatori della prima ora.
Nato nel 1920, Roberto Calvi era entrato in servizio all’Ambrosiano nel 1946. Alla fine degli anni ’60 aveva conosciuto il “banchiere della mafia” Michele Sindona, e le relazioni d’affari tra i due erano divenute fiorenti. Nel 1975 Calvi viene eletto presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ambrosiano. Lo stesso anno diventa membro della loggia P2, che era stata creata da Licio Gelli e di cui faceva parte pure Michele Sindona.
Nel Lussemburgo ritroviamo Calvi non solamente nelle holding dei gruppo Ambrosiano, ma anche come membro dei consiglio d’amministrazione della Kreclietbank Luxembourg (che occupa, in Cedel, un posto di primo piano). D’altra parte, la principale loggia massonica lussemburghese lo accetta tra le sue fila, mentre rifiuta l’ammissione a Michele Sindona sapendo che questi era stato condannato in Italia nel 1976 e che era stato arrestato negli Stati Uniti.

Il Banco Ambrosiano, la cui creazione risale al 27 agosto 1896, era tra le numerose banche private italiane legate al Vaticano. Raccomandata alla protezione di Sant’Ambrogio, la banca non si era mai particolarmente distinta per i suoi affari. Quando la Santa Sede aveva cercato di eludere la legislazione bancaria italiana – e in particolare le restrizioni che riguardavano le operazioni di cambio sul mercato delle valute – i molto venerabili finanzieri del Vaticano avevano utilizzato le filiere mafiose di Sindona per istradare grosse somme fuori dal Paese, sotto il naso di tutti gli organismi di controllo.
All’interno dei Vaticano, è l’Istituto per le Opere di Religione (IOR) spesso chiamato la “Banca del Vaticano”, che organizza questo traffico. Alla testa dello IOR, l’arcivescovo Marcinkus aveva, in un primo tempo, utilizzato le filiere offerte da Sindona. Poi, quando quest’ultimo era diventato meno frequentabile, a seguito dei suoi debiti con la giustizia, si era servito di Roberto Calvi e della sua banca. All’inizio degli anni ’70, Marcinkus prese una decisione le cui ripercussioni e successive conseguenze avrebbero potuto, da sole, suffragare la tesi che voleva che Papa Giovanni Paolo I, il “Papa del sorriso”, fosse stato assassinato. Marcinkus aveva in effetti ordinato l’arresto delle attività della Banca Cattolica del Veneto e la sua integrazione all’interno dell’Ambrosiano, senza né consultare né informare il consiglio d’amministrazione della banca così assorbita. Ora, la Banca Cattolica del Veneto era la banca privata al servizio del patriarca di Venezia e il suo presidente non era nientemeno che Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I.

Il Vaticano si è evoluto: da gestore di anime ed elemosine, essendo stato espropriato e avendo visto il proprio patrimonio ridotto alla più semplice espressione dopo le confische di cui fu vittima nel corso del Risorgimento, a partire dal 1870 la Santa Sede è diventata una potenza finanziaria che gestisce fortune tanto colossali quanto discrete nell’economia mondiale. “Immaginare il Papa come una specie di presidente del consiglio di sorveglianza può scioccare qualcuno, ma non dobbiamo dimenticare che il Vaticano è un’istituzione vecchia di tanti secoli che, per quanto riguarda il denaro, ha sempre saputo essere all’altezza dei tempi”.
Non si tratta che di giustizia se, durante la grande crisi economica e finanziaria degli anni ’20, il Vaticano rischiò il fallimento. Dopotutto, quelli erano i tempi! Già nel 1880, l’aristocrazia e l’alta borghesia romane, che avevano tradizionalmente degli stretti legami con la Chiesa, avevano creato il Banco di Roma a unico vantaggio dei Vaticano. Il suo scopo: riacquistare, con un plusvalore sostanziale, i terreni e gli immobili da cui il Vaticano doveva separarsi per mantenere liquidità. Inoltre questa banca doveva acquisire delle partecipazioni maggioritarie, in vista della successiva cessione al Vaticano, nelle società di servizi urbani (acqua, gas, elettricità, trasporti pubblici … ). Inutile dire che, dopo diciotto anni di favoritismo nei confronti dei Vaticano, la banca si trovò rovinata nel 1898.

Il deus ex machina delle finanze vaticane, Bernardino Nogara, salvò la Banca di Roma dal fallimento. La manna celeste che permise ai finanzieri del Vaticano di risorgere a miglior fortuna arriverà tra le righe dei Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 con Mussolini. Nel quadro di questi accordi, la Chiesa ricevette un’indennità di 90 milioni di dollari a riparazione per i beni immobiliari confiscati dallo Stato dal 1870 e per la perdita dei suo potere secolare.
Questo denaro venne affidato a un genio della finanza, Bernardino Nogara, ex vicepresidente della Banca Commerciale Italiana. Nel 1968, dieci anni dopo la morte di Nogara e quaranta anni dopo i Patti Lateranensi, le varie partecipazioni del Vaticano nell’industria, nella finanza e nei servizi venivano stimate in otto miliardi di dollari. La massima di Nogara era semplice ed efficace: “Il programma d’investimenti del Vaticano non dovrà essere ostacolato da considerazioni religiose”. I suoi “eredi” l’hanno, dalla sua morte, applicata alla lettera – ma con più o meno scrupoli.
Dopo Nogara, il Vaticano ricorse ai servizi di Sindona e poi, quando questo divenne non più frequentabile, a quelli di Roberto Calvi. Bisognerà attendere il fallimento dell’Ambrosiano, che seguirà la morte di Calvi, per scoprire l’implicazione colossale del Vaticano negli affari illeciti operati da Sindona e Calvi. Sindona morirà assassinato nella sua cella nella prigione di Voghera il 22 marzo 1986, dopo aver bevuto una tazza di caffè avvelenato con il cianuro. Sindona e Calvi non sono che due dei cadaveri eccellenti di questa vicenda.

articolo originale:
 
BANCO AMBROSIANO

Il Banco Ambrosiano è stata una delle principali banche private cattoliche italiane. Fondata da Giuseppe Tovini, la banca era uno strumento al servizio della Curia milanese. Figura di grande rilievo nella “vicenda Ambrosiano”, Roberto Calvi ne entra come impiegato semplice alla fine degli anni ’50 e si butta subito nello sviluppo degli affari esteri della banca. A seguito delle dimissioni dell’allora presidente in carica Canesi nel 1971, Calvi viene nominato amministratore delegato (figura creata ad hoc). Di qui in poi assumerà tecnicamente (prima) e formalmente (poi) il controllo della banca, diventando presidente della suddetta fino alla sua morte, avvenuta nel 1982. Il Banco fallirà lo stesso anno per un buco finanziario di 1200 miliardi di lire.

L’Istituto per le Opere di Religione (IOR), banca del Vaticano, era il maggiore azionista dell’Ambrosiano. Si presume (i processi sono ancora in corso) che esso ne fosse il diretto controllore tanto da portare Roberto Calvi in un processo a dichiarare che “il Banco Ambrosiano non è più mio da tempo” (tre anni prima della sua morte avvenuta in circostanze misteriose). Il capo del Istituto per le Opere di Religione (IOR) dal 1971 al 1989, Paul Marcinkus, fu incriminato nel 1982 in Italia come responsabile del fallimento. In accordo con i Patti lateranensi, a Marcinkus fu però permesso di ritirarsi nella diocesi di Chicago, avendo un valido passaporto vaticano.

Grazie alla partecipazione di diverse banche rinacque con il nome di Nuovo Banco Ambrosiano e dopo una fusione con la Banca Cattolica del Veneto si chiamò Banco Ambrosiano Veneto. L’istituto aveva la direzione generale a Milano (così come dopo la creazione di Banca Intesa) e sede legale a Vicenza. Nel 1998 Il Banco Ambrosiano Veneto si unì prima con Cariplo (creando il “Gruppo Intesa”) e poi con la Banca Commerciale Italiana (rinominandosi in “Gruppo IntesaBCI”). Nel 2003 si arriva all’unificazione del marchio sotto il nome di Banca Intesa.


ROBERTO CALVI

Roberto Calvi, (13 aprile 1920 – Londra, 17 giugno 1982), è stato un banchiere e finanziere italiano.
La sua carriera iniziò nel 1947, quando entrò nel Banco Ambrosiano, banca privata strettamente legata allo IOR, in qualità di semplice impiegato, salvo riuscire, nell’arco di una trentina d’anni, a giungere prima la carica di direttore generale nel 1971 e poi quella di presidente nel 1975, carica quest’ultima tramite la quale riuscì ad avviare una serie di speculazioni finanziarie per lanciare il Banco Ambrosiano nella finanza internazionale. Fondamentali, a questo scopo, le amicizie con membri della loggia massonica segreta P2 (di cui in seguito fece parte) e i rapporti con esponenti del mondo degli affari e della mafia.
In poco tempo divenne uno dei finanzieri più aggressivi, intrecciando una fitta rete di società create in paradisi fiscali con lo IOR, la banca vaticana: acquistò la Banca del Gottardo, una banca svizzera; fondò una finanziaria in Lussemburgo, la Banco Ambrosiano Holding; con l’arcivescovo Paul Marcinkus fondò la Cisalpine Overseas, nelle Bahamas; insieme al tecnico informatico Gerard Suisson (che morì a 40 anni in un Club Mediterranée in Corsica), Calvi ideò un meccanismo di compensazione dei conti fra istituzioni bancarie. Gli obblighi internazionali di riserva frazionaria vennero in questo modo applicati solo al saldo dei crediti tra due banche, a quella delle due che ha il saldo positivo (saldo creditore).
In seguito Calvi si fece ancora più spregiudicato: costruì società fantasma nei paradisi fiscali per aumentare gli entroiti del Banco Ambrosiano, poi arrivò addirittura a finanziare alcune dittature del Sudamerica. Nel 1968 conobbe Michele Sindona divenendone socio in affari; nel 1975 Sindona gli presentò Licio Gelli e Calvi entrò nella loggia P2.
Le crisi del Banco Ambrosiano
La prima crisi del Banco risale al 1977. All’alba del 13 novembre Milano si svegliò tappezzata di cartelloni in cui si denunciavano presunte irregolarità del Banco Ambrosiano. Artefice del gesto era stato Michele Sindona, che voleva vendicarsi di Calvi, cui aveva chiesto senza successo i soldi per “tappare i buchi” delle sue banche.
Per alcuni mesi, a partire dal 17 aprile 1978, alcuni ispettori della Banca d’Italia analizzarono la situazione del Banco Ambrosiano e denunciarono molte irregolarità, segnalate al giudice Emilio Alessandrini, il quale venne però ucciso subito dopo da un commando di terroristi di estrema sinistra appartenenti a Prima Linea. Era il 29 gennaio 1979. Il 24 marzo il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il capo dell’Ufficio Vigilanza Mario Sarcinelli, artefici dell’ispezione, vennero accusati dai magistrati Luciano Infelisi e Antonio Alibrandi di alcune irregolarità e posti agli arresti (domiciliari per Baffi), salvo essere completamente prosciolti nel 1983, in seguito all’accertamento dell’assoluta infondatezza delle accuse mosse a loro carico.
In seguito il Banco si trovò ad affrontare una prima crisi di liquidità, che risolse ricevendo finanziamenti dalla BNL e dall’ENI per circa 150 milioni di Dollari, mentre una seconda crisi di liquidità nel 1980 fu risolta grazie a un nuovo finanziamento dell’ENI di 50 milioni di Dollari, per ottenere i quali Calvi pagò tangenti a Claudio Martelli e Bettino Craxi.[citazione necessaria] Il “castello di carte” dell’Ambrosiano crollò nel 1981 con la scoperta della loggia P2 che lo proteggeva: Calvi, rimasto senza protezioni ad affrontare lo scandalo, cercò l’intervento del Vaticano e dello IOR, ma poco meno di due mesi dopo, il 21 maggio, venne arrestato per reati valutari, processato e condannato.

Tentativo di salvataggio
In attesa del processo di appello, Calvi fu messo in libertà provvisoria, tornando a presiedere il Banco. Nel tentativo di trovare fondi per il salvataggio dei conti, strinse rapporti con Flavio Carboni, un finanziere sardo legato ad ambienti politici e malavitosi romani come la Banda della Magliana, legami che forse portarono al tentato omicidio di Roberto Rosone.[citazione necessaria] Rosone, direttore generale del Banco, fu vittima di un attentato da parte di Danilo Abbruciati, un boss della banda della Magliana, a causa delle perplessità espresse circa alcuni finanziamenti concessi dal Banco a Carboni senza la presenza delle dovute garanzie.
La situazione comunque precipitò e Calvi e Carboni cercarono ancora l’intervento dello IOR, che rifiutò di fornire aiuto di fronte ai numerosi fatti criminosi che via via emergevano.

Il giallo della morte
Il ponte dei Frati Neri a Londra, sotto al quale Roberto Calvi fu ritrovato impiccatoCon l’aiuto di personaggi legati a Carboni, Calvi fuggì a Londra, dove qualche giorno dopo venne trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi (51°30’34?N 0°06’16?W? / 51.50944, -0.10444) in circostanze molto sospette. La magistratura inglese liquidò la morte di Calvi come suicidio, come affermato da una perizia medico-legale, nonostante tutte le evidenze dimostrassero il contrario. Sei mesi dopo, l’Alta Corte annullò la sentenza per vizi formali e sostanziali ed il giudice che l’aveva emessa venne incriminato per irregolarità; il secondo processo britannico lasciò aperta sia la porta del suicidio, sia quella dell’omicidio.
Nel 1988 iniziò in Italia una causa civile che stabilì che Roberto Calvi era stato ucciso e impose a un’assicurazione il risarcimento di 3 milioni di dollari alla famiglia.

Il processo
Il processo penale in Italia è iniziato il 5 ottobre 2005 in una speciale aula approntata all’interno del carcere di Rebibbia, a Roma. Imputati sono il boss di Cosa Nostra Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di omicidio, Ernesto Diotallevi, esponente della Banda della Magliana, Silvano Vittor (contrabbandiere di jeans e caffè) e la compagna di Carboni, Manuela Kleinszig.
L’accusa ha fatto leva sulle circostanze della morte di Calvi per dimostrare la colpevolezza degli imputati. In particolare una telefonata effettuata dalla camera dove alloggiava il banchiere, i tempi morti nella ricostruzione, etc, sulle difficoltà di accesso per un uomo di 60 anni al luogo in cui era stata legata la corda, e su una serie di perizie sul livello del Tamigi.
Dall’altro lato, la difesa ha puntato sulla sostanziale assenza di prove contro gli imputati e sull’assenza di un movente forte per scagionare Carboni e Calò.
La frase: «Il Banco Ambrosiano non è mio, io sono soltanto il servitore di qualcuno.»
pronunciata da Roberto Calvi durante il processo per reati valutari ha lasciato molti dubbi sugli eventi. Delle recenti affermazioni della famiglia di Calvi vorrebbero legare quella frase ad alcuni esponenti del Vaticano e la scomparsa di Emanuela Orlandi (la ragazza scomparsa in Vaticano nel 1983 e tuttora al centro di un giallo internazionale) a queste vicende.
Nel marzo 2007 il pm Luca Tescaroli, al termine della sua arringa conclusiva, ha chiesto l’ergastolo per Pippo Calò, già considerato il “cassiere” della mafia, per il “faccendiere” Flavio Carboni, per Ernesto Diotallevi, ritenuto uno dei boss della Banda della Magliana, e per Silvano Vittor, accusato di aver accompagnato Calvi a Londra, di avergli fornito il passaporto falso e di essere stato uno degli esecutori materiali del delitto.
Ad avviso del pm, tre motivi principali stanno alla base del delitto: gli organizzatori dell’omicidio ritenevano che il banchiere avesse male amministrato il denaro di Cosa Nostra, sospettavano potesse rivelare i segreti del sistema di riciclaggio messo in piedi attraverso il Banco Ambrosiano e ritenevano, compiuto il delitto, di poter avere maggiore peso negoziale nei confronti di coloro che erano coinvolti con Calvi.

La ricostruzione di Pinotti
Il giornalista Ferruccio Pinotti nel libro Poteri forti (BUR, 2005) ha indagato sulla morte di Calvi, dopo avere ripetutamente ascoltato il figlio di Calvi, che per anni ha ricostruito le vicende legate alla carriera e alla misteriosa morte del padre.
Pinotti descrive le operazioni finanziarie con le quali Calvi riuscì a rendere il Banco Ambrosiano padrone di sé stesso, così da poterlo gestire in piena autonomia. Operazioni tuttavia che rendono Calvi ricattabile e lo costringono a erogare cospicui finanziamenti a società dipendenti dallo IOR guidato dal vescovo Marcinkus.
Quando si manifestano difficoltà finanziarie, l’Ambrosiano cerca, senza riuscirvi, di recuperare il denaro prestato all’Istituto vaticano, che presumibilmente usa il denaro ricevuto per aiutare in tutto il mondo e in particolare in Polonia gruppi religiosi e politici vicini alla Santa Sede.
Calvi allora proverebbe a rivolgersi ad ambienti religiosi vicini all’Opus Dei, che sarebbero stati disponibili a coprire i debiti dello IOR per ottenere maggior peso in Vaticano. Tentativo senza successo, perché ostacolato da quanti, in Vaticano, temono che il potere dell’Opus Dei possa crescere e per impedirlo sono disposti a lasciare fallire il Banco Ambrosiano.
In una lettera del 5 giugno 1982 rilasciata dal figlio diversi anni dopo e pubblicata nel libro di Pinotti, Calvi scrive anche al Papa cercando aiuto:
«Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest…; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato…»
  I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all’origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.

Critiche alla ricostruzione
Questa ricostruzione è stata spesso criticata, in particolare da parte dell’Opus Dei che ha sempre dichiarato di non aver intrattenuto rapporti con Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano.
Il 19 novembre 1982 l’allora responsabile dell’Opus Dei per l’Italia scrisse a Clara e Carlo Calvi:
«Illustri Signori, Nel partecipare con cristiana condoglianza al lutto per le Loro dolorose vicende famigliari e nel riferirmi a quanto, nelle interviste rilasciate al Wall Street Journal, a La Stampa e più recentemente a L’Espresso, Loro hanno dichiarato in merito ai rapporti che il defunto Roberto Calvi avrebbe intrattenuto con l’Opus Dei, ritengo doveroso significare quanto appresso, in ordine all’accertamento della verità dei fatti. Nella mia qualità di Consigliere dell’Opus Dei per l’Italia, desidero, innanzitutto, confermare quanto già più volte comunicato e diffuso da tutta la stampa, che cioè nessuna persona per conto dell’Opus Dei ha mai intrattenuto alcun rapporto o trattativa, né direttamente né indirettamente, né con Roberto Calvi né con lo IOR, in merito a compravendite di azioni dell’Ambrosiano o a qualsiasi altra operazione ( o progetto di operazione) economico-finanziaria di qualsiasi entità o rilevanza. Data questa assoluta estraneità dell’Opus Dei, affinché possa essere fatta piena luce su questo aspetto, appare evidente la necessità di conoscere a quali elementi Loro fanno riferimento nel parlare dell’Opus Dei. Ciò, tra l’altro, al fine di evidenziare chi abbia indebitamente usato il nome dell’Opus Dei o cercato di accreditare false giustificazioni. Chiedo, perciò, alle SS.VV. di volermi, in particolare, fornire indicazioni su persone, fatti, circostanze e precisare ogni altro dato utile al chiarimento dei fatti ai quali Loro accennano nelle citate interviste. Con i migliori saluti, don Mario Lantini»
L’Opus Dei dichiara di non aver mai ricevuto risposta a questa richiesta.