Archivio per la categoria ‘le leggi ad personam di berlusconi’

fonte:

http://www.dgmag.it/internet/legge-intercettazioni-blog-e-siti-web-chiusi-per-rettifica-22254

 

La legge sulle intercettazioni approvata due giorni fa riguarda anche il web. E’ censura?

Quasi.

Se n’è accorto l’avvocato Guido Scorza, che ha lanciato l’allarme nei giorni scorsi. Il nuovo disegno di legge in materia di intercattazioni vuole applicare l’obbligo di rettifica anche ai blog e ai siti web.

In parole povere, tutti “i gestori di siti informatici” (e già qui c’è  tanto da dire) sono obbligati a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Chiunque osi pubblicare o commentare contenuti diffamatori, siano questi post, video e quant’altro, può ricevere una richiesta di rettifica che dovrà essere applicata nel giro di 48 ore.

E per chiunque si intende proprio chiunque, compresi coloro che si occupano di informazione a livello amatoriale come blogger e gestori di newsgroup.

Nel maxiemendamento è anche specificato che chi non rispetterà l’obbligo dovrà pagare una sanzione che potrebbe oscillare tra i 7.000 e i 12.000 euro.

Naturalmente, prima di pubblicare qualcosa che potrebbe danneggiare terze persone e, di conseguenza, noi stessi, i chiunque di cui sopra ci penseranno due volte. Forse tre.

Questo significa che parte della libertà di informazione in Rete a cui siamo ormai abituati, verrà soppressa con un’ autocensura che altrimenti potrebbe costare cara.

In passato erano già state proposte leggi per regolamentare la rete: si ricordi il DDL Levi, o ammazzablog, seguito dal DDL Cassinelli, o legge salvablog che tentarono di stabilire un ordine riproposto adesso da questo maxiemendamento. Un ordine che sta creando il caos.

Inoltre, e qui viene il bello, Scorza mette in rilievo un dato su cui fermarsi a riflettere un bel po’: perché a chi si occupa di informazione a livello amatoriale devono essere riconosciuti gli oneri e non gli onori? Perché chi scrive senza essere pagato deve promettere di rispettare dei doveri senza che gli venga riconosciuto nessun diritto?

Previsioni per il futuro, purtroppo, non se ne possono fare, ma non si può non sperare questo delirante maxiemendamento venga abbattuto da una nuova legge salvainternet.

articolo originale:

http://www.disinformazione.it/leggegasparri.htm

 

Legge Gasparri, tribale e incostituzionale
Intervista a Vittorio Dotti ex avvocato di Berlusconi ed ex capogruppo di Forza Italia
di B. PE – “Il Manifesto” 3 dicembre 2003

berlusconi-corna

Ex avvocato di Silvio Berlusconi ed ex capogruppo di Forza Italia, l’avvocato Vittorio Dotti guarda al suo passato e al presente berlusconiano con occhi critici, con lo sguardo di chi conosce bene il Cavaliere di Arcore, sa di che pasta è fatto e sa anche ciò di cui è capace in nome dei suoi affari. Dotti oggi è impegnato politicamente nella direzione nazionale del movimento dei repubblicani europei, uno dei quattro componenti della lista unica proposta da Romano Prodi. A proposito del suo ex amico Silvio, preferirebbe non cadere in personalismi, ma sul conflitto di interessi che ammorba tutta la politica italiana e prima di tutto il governo è severissimo. Così come è durissimo il suo verdetto sulla legge Gasparri: «E’ viziata di incostituzionalità e credo che difficilmente il presidente della Repubblica possa sottoscriverla».

D: Partiamo proprio dalla legge Gasparri. Perché lei è così contrario?
R: La legge si segnala per un suo nucleo centrale che è quello di assicurare il mantenimento dell’assetto radiotelevisivo attuale, anziché provvedere a introdurre una normativa idonea a consentire l’ingresso di nuovi soggetti.

D: E’ una critica che ha spinto anche settori dell’imprenditoria italiana a battersi per modificarla. Gli editori, ad esempio, per bocca della Fieg e del presidente della federazione editori, Luca Cordero di Montezemolo, hanno sparato a zero sulla Gasparri.
R: Non poteva essere diversamente. L’espediente a cui ricorre la legge è terribile, è quello di identificare un mercato rilevante, di proporzioni talmente enormi che le quote da cui ciascun operatore può attingere sono altissime e quindi prosciugano tutte le risorse che ci possono essere sul mercato, impedendo che soggetti terzi possano entrarci. La gravità sta proprio in questo meccanismo perverso: se i tetti vengono fissati su un mercato così largo sarà difficile che, ad esempio, gli editori della carta stampata non siano penalizzati. Con questo scherzetto viene in sostanza preclusa ogni forma di pluralismo a favore di interessi di parte.

D: Secondo molti osservatori sulla legge Gasparri incombe come un fantasma il conflitto d’interesse del capo del governo. Lei è d’accordo?
R: E come si può non essere d’accordo. In questo caso il conflitto d’interesse è plateale e anche un po’ vergognoso. Un caso che si dovrebbe studiare a scuola ma difficilmente immaginabile in una democrazia che si dice tale. Quello che sta avvenendo è preoccupante ma piuttosto semplice: c’è un governo presieduto da un imprenditore oligopolista nel campo radiotelevisivo che concorre con tutte le sue forze ad aggravare una situazione in cui vi è carenza di pluralismo. Un governo serio, non ammalato di conflitti d’interesse, che cosa avrebbe dovuto fare? Avrebbe dovuto fare delle leggi in grado di smembrare gli aggregati oligopolisti così da garantire l’interesse generale. E invece che cosa fa il governo Berlusconi? Fa una legge che fotografa e legittima l’esistente, aggravando ancora di più il conflitto d’interessi. Anzi, direi che la Gasparri ha il demerito storico di fornire al conflitto d’interesse un crisma legislativo. Peggio di così non poteva andare.

D: L’opposizione e molti giuristi non di parte hanno parlato di vizio di incostituzionalità.
R: Sono pienamente d’accordo. E’ una legge contro l’interesse pubblico e dunque viziata di incostituzionalità. Qualcuno si dimentica o forse non ha mai saputo che il pluralismo è la linfa della democrazia.

D: In questi giorni molti osservatori hanno sostenuto che la legge Gasparri potrebbe trovare l’opposizione del Quirinale. Lei cosa ne pensa?
R: Senza voler invadere campi che non sono miei, io penso che difficilmente il presidente della repubblica possa sottoscrivere una legge come questa. Per due ordini di motivi. Intanto la legge contrasta con diversi principi costituzionali, primo fra tutti l’articolo 21, relativamente alla libertà di informazione. In secondo luogo la legge Gasparri entra in rotta di collisione con il discorso che lo stesso capo dello Stato tenne nel luglio del 2002 in un messaggio alle Camere sul pluralismo. Inoltre, se volessimo addentrarci nel dettato costituzionale, potremmo dire che la legge Gasparri contrasta anche con l’articolo 117 della costituzione in materia di separazione tra i poteri dello Stato e poteri delle Regioni. Tra l’altro, nella politica del presidente del consiglio ci sono non poche incoerenze…

D: A quale delle tante incoerenze si riferisce?
R: Come lei saprà nella convenzione europea e nella carta di Nizza il tema del pluralismo è molto presente. La cosa singolare a cui assistiamo è che il nostro capo del governo quando è in Europa si batte per la Convenzione e quando è in Italia vara principi contro la carta di Nizza.

D: E l’altra incoerenza quale sarebbe?
R: Per risponderle dovrei tornare al passato. Glielo spiegherò con una battuta: una volta era la Fininvest che invocava il pluralismo per farsi spazio nel mercato televisivo. Oggi che di spazi ne ha fin troppi preferisce la strada dell’involuzione.


www.disinformazione.it

articolo originale:

http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=4277&idCat=121

melchiorre ciramiLa Cirami rischio per la ragionevole durata dei processi

(Ordinanza Corte d’Assise di Cosenza 21.11.2002)

La magistratura cosentina solleva una questione di legittimità costituzionale
La Cirami rischio per la ragionevole durata dei processi
(Ordinanza Corte d’Assise di Cosenza 21.11.2002)
La legge Cirami sul “legittimo sospetto” mette a rischio la ragionevole durata dei processi, in quanto prevede la sospensione del giudizio in corso, e per questo è dubbia la sua legittimità costituzionale. La Corte d’Assise di Cosenza, investita della richiesta di sospensione del processo da parte delle difese degli imputati, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardo all’art.47 del codice di procedura penale che, a seguito delle modifiche introdotte con la legge Cirami, ha introdotto il “legittimo sospetto” tra le cause di trasferimento del processo ad altro giudice, prevedendo l’obbligo di sospensione del giudizio in corso fino alla pronuncia della Corte di Cassazione. Un simile meccanismo processuale, ad avviso dei Giudici calabresi, contrasta con le norme costituzionali che esigono che la legge assicuri la ragionevole durata del processo, nel rispetto dei principi di oralità concentrazione e speditezza, che devono caratterizzare il processo penale. Per tale motivo appare rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma in questione, nella parte in cui prevede l’obbligatoria sospensione del processo penale, dello svolgimento delle conclusioni e della discussione, nonché della pronuncia della sentenza, per cui la Corte ha disposto la immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. (04 dicembre 2002)

Corte d’Assise di Cosenza, ordinanza 21 novem

altra legge vergogna di berlusconi:

articolo completo a questo indirizzo:

http://video.libero.it/app/play?id=785b23047f85a4d5b2b1afdc50ceb601

articolo originale:

http://labos.valtellina.net/gazetin/Mottarelli1.htm

LEGGE TREMONTI-MEDIASET

introduzione a cura di ENEA SANSI, direttore de ‘l Gazetin

Anche se già è stato segnalato da un settimanale locale (Centro valle, 01/04/2001), forse ancora in molti non sanno che nel libro L’odore dei soldi, che tanto scalpore ha suscitato a seguito dell’intervista di Daniele Luttazzi con uno degli autori, Marco Travaglio, nell’ambito della trasmissione “Satyricon” su Rai2, vi è un “capitolo valtellinese”, di ancor maggiore interesse ed esplosiva attualità politica rispetto all’insieme dell’iniziativa editoriale. Del resto lo stesso clamore suscitato dall’evento televisivo, “il re è nudo!” del Berlusconi-Presidente-del-Consiglio che “interpreta” la legge in favore del Berlusconi-padrone-di-Mediaset urlato via etere dal giullare Luttazzi, scaturisce direttamente proprio da questa “piccola appendice” del volume più che dal sentore di mafia proveniente da alcune inchieste giudiziarie – archiviate, prescritte o ancora aperte – sulla Fininvest e sul suo pater familias Silvio Berlusconi, che nel libro vengono documentalmente evocate.

Perché è “valtellinese” questo “capitolo”? Ma perché due valtellinesi ne sono i protagonisti. Giulio Tremonti, il Ministro delle finanze nel Governo Berlusconi del 1994 – benché giunto in Parlamento quale espressione del “Patto per l’Italia” (tentativo di costituire un polo di centro, vanamente perseguito in quella circostanza dal Partito popolare con il movimento di Segni) e in quota proporzionale (poiché nel collegio uninominale n. 13 venne surclassato, 58 contro 23%, da Provera, oggi suo coinquilino nella “Casa delle libertà”) – e “super-ministro” dell’economia, designato, per quello del… 2001, da un lato. Vanna Mottarelli, autrice di quel documento nel quale viene smontato e svelato il trucchetto che ha consentito la capitalizzazione di Mediaset facendo dello Stato (e cioè i contribuenti italiani) uno dei suoi maggiori azionisti, che questo giornale è onorato di vantare, e non solamente per questo recente merito, nello proprio staff editoriale per una collaborazione in corso da un anno a questa parte, dall’altro.
E ancora, valtellinese perché entrambi, con questa storia che li pone in aperta contrapposizione, si presentano direttamente ai Valtellinesi nella ormai prossima competizione elettorale. Tremonti è infatti il numero uno nella lista circoscrizionale (quota proporzionale) di Forza Italia, mentre Mottarelli è candidata nel collegio n. 13 della Camera, oltre che anch’essa in quota proporzionale, per la lista Di Pietro – Italia dei valori. Non è quindi da escludere che, proprio da noi, possa esservi un “seguito” di questo capitolo.

Il meccanismo della vicenda lo spiega la diretta interessata, su questo stesso numero, mentre a me preme svolgere ancora una brevissima considerazione. Che il “tasso di legalità” nel nostro Paese sia sotto lo zero è cosa nota. Del resto risulta evidente per chiunque non si rifiuti di vedere le cose come stanno, a qualsiasi livello, in qualunque campo. Sono 367 le condanne comminate all’Italia, nell’anno 2000, dalla Corte europea di Giustizia. E non a caso sul nostro Paese circola la certamente poco onorevole battuta: “Le leggi? Prima si fanno, poi si… interpretano!”
La ragione di questa vergogna, giunta ben oltre il livello della semplice preoccupazione, mi pare (altro che fine dell’ingessatura per la nostra democrazia, caro Alessandro!), non starà proprio nel fatto che, anche quando chi ruba viene colto con le man nel sacco, o l’illegalità smascherata oltre ogni ragionevole dubbio, nulla debba mai succedere? Sistematicamente nulla. Salvo l’immancabile, noiosissima polemica… Dovremo, tutti, rassegnarci all’illusorio mito di un pool “mani pulite” che un bel giorno ritorna e, “senza guardare in faccia a nessuno”(!?), rimette le cose a posto? Io non penso.


La legge Tremonti
“applicata” a Mediaset

Così un Ministro risolve i “limiti” di una norma approvata dal Parlamento:
dopotutto, non porta forse il suo nome?
E, dove non arriva nemmeno lui, c’è sempre una Commissione tributaria…

di VANNA MOTTARELLI

Tutto cominciò in una tranquilla domenica di agosto dell’anno scorso. Mi trovavo in montagna con amici e, in attesa della classica polenta, stavo sfogliando svogliatamente La Repubblica. Mi cadde l’occhio (quando si dice il caso!!!) su un trafiletto che riportava, in sintesi, il contenuto di una sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, concernente il contenzioso instauratosi tra Mediaset Spa e l’ufficio delle Imposte Dirette di Milano, in ordine alla concreta applicazione dei benefici della Legge Tremonti. Volli saperne di più. Attraverso la sentenza, effettuai un’articolata analisi del problema. L’elaborato da me predisposto, inserito nel sito www.antoniodipietro.org (comunicato n. 24), per una serie di fortuite circostanze, venne pubblicato sul libro L’odore dei soldi di Marco Travaglio ed Elio Veltri, balzato agli onori delle cronache dopo la tanto discussa trasmissione di “Satyricon”. L’argomento, molto complesso, potrebbe risultare di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. In queste poche righe cercherò di spiegare, in parole povere, gli aspetti più salienti della vicenda.

A norma dell’articolo 3 della Legge Tremonti, le aziende che, negli anni 1994 e 1995, reinvestivano utili per l’acquisto di beni strumentali, potevano beneficiare di una detassazione, in misura pari al 50% del costo che eccedeva la media degli investimenti del quinquennio 1989/1993. Più bassa era tale media, più alto era, pertanto, lo sgravio fiscale.
Ciò può essere meglio spiegato con un esempio. Ipotizziamo di avere, da un lato, un utilizzatore di beni strumentali e, dall’altro, un produttore di tali beni, che per comodità chiameremo, con nomi di fantasia, rispettivamente Giovanni Rossi e Luigi Bianchi.
Il sig. Giovanni Rossi, titolare di un’impresa di costruzioni, a causa difficoltà finanziarie, aveva un parco attrezzature (gru, ruspe, ecc.) vecchio di dieci anni. Negli anni 1994 e 1995, colse al volo l’opportunità offerta dalla legge Tremonti per anticipare la sostituzione delle attrezzature che perdevano i pezzi, investendo allo scopo in azienda un utile di lire cento milioni. Il predetto utile entrava integralmente nel meccanismo previsto dall’agevolazione di cui all’articolo 3 della Tremonti, essendo stata pari a zero la media degli investimenti del quinquennio 1989/1993. Il nostro imprenditore defiscalizzò, quindi, una quota di utile di lire cinquanta milioni, con un risparmio secco, in termini di imposte, di oltre 25 milioni. In altri termini le attrezzature, dal valore di cento milioni, sono costate meno di settantacinque milioni (Un vero affare!!!).
Il sig. Luigi Bianchi, produttore di gru, ruspe e altre attrezzature per costruttori edili, che da anni, a causa della crisi del mercato dell’edilizia riusciva a piazzare pochissimi beni strumentali, beneficiò implicitamente della legge Tremonti, in termini di rilancio della propria attività. L’opportunità offerta da tale legge stimolò, infatti, al pari del sig. Giovanni Rossi, altri costruttori edili ad anticipare di qualche anno il rinnovo del proprio parco attrezzature obsoleto.
Fin qui lettera e spirito della norma. Nulla da ridire al riguardo.

Veniamo ora al caso concreto di Mediaset. La società di Berlusconi aveva dichiarato pari a zero la propria media di investimenti per il quinquennio 1989/1993 (Non male per essere una grande industria, proprietaria di tre reti televisive!!!). Tutti gli investimenti 1994/1995 beneficiarono del meccanismo della Legge Tremonti. Mediaset, infatti, nel biennio 1994/1995 aveva acquistato opere dell’ingegno (diritti di sfruttamento di film, di spettacoli, di spot pubblicitari, ecc.) per lire 921.248.238.000, di cui lire 460.624.119.000 in esenzione fiscale, con un risparmio di imposte di lire 243.694.921.458 (meditate contribuenti, meditate !!!).
Il colosso televisivo aveva, tuttavia, dovuto affrontare diversi ostacoli, in quanto la legge mal si conciliava con le ambiziose esigenze di espansione dell’azienda:

  1. L’articolo 3 della Legge Tremonti prevedeva l’agevolazione per i soli beni strumentali
    Gli investimenti di Mediaset erano tutti riconducibili alla categoria di beni immateriali (beni che non si possono toccare con mano, ma che hanno un elevato valore commerciale) e, più in particolare, erano inerenti lo sfruttamento delle opere dell’ingegno (diritti di autore e simili).

  2. L’articolo 3 della Legge Tremonti limita il campo delle agevolazioni agli utili reinvestiti
    Dal contesto della sentenza della Commissione Tributaria di Milano emerge che gli utili civilistici realizzati da Mediaset nel biennio 1994/1995, ammontavano a complessive lire 325.014.113.000. Gli utili medesimi, (essendo stata dichiarata pari a zero la media degli investimenti del quinquennio 1989/1993), una volta reinvestiti integralmente in azienda, avrebbero ridotto l’imponibile fiscale del cinquanta per cento (lire 162.507.056.500), con un risparmio di imposte di circa lire 86 miliardi (troppo poco per un investimento programmato di circa mille miliardi!!!).

  3. L’articolo 3 della Legge Tremonti limitava l’agevolazione ai beni nuovi
    Non tutte le opere acquistate dalla società avevano il requisito della novità. Mediaset acquistò, nel biennio 1994/1995, diritti per lo sfruttamento in televisione di film già proiettati nei cinema (anche in Italia) per complessive lire 434.156.044.936, di cui lire 217.078.022.468 in esenzione di imposta.

Come risolvere i suddetti problemi? Tornare in Parlamento per apportare correttivi alla legge? E se tali modifiche non fossero state approvate?
A risolvere gli enigmi di cui ai punti 1 (beni immateriali) e 2 (investimenti eccedenti gli utili dichiarati ai fini fiscali) intervenne, in data 27 ottobre 1994, la provvidenziale circolare 181/E del Ministero delle Finanze, che stabilì, in sintesi:

  1. appartengono alla categoria dei beni strumentali anche i beni immateriali, quali lo sfruttamento opere dell’ingegno, ecc. (et voilà: il primo scoglio è stato superato!!!);

  2. se vengono effettuati investimenti in agevolazione di imposta in misura superiore agli utili, le perdite fiscali che ne derivano possono essere portate a nuovo negli esercizi successivi, ma non oltre il quinto (in altri termini sugli utili dal 1996 in poi non verranno pagate imposte fino all’assorbimento delle perdite fiscali derivanti dall’eccedenza di investimenti rispetto agli utili reinvestiti). Questa modifica, tradotta in termini monetari, ha consentito a Mediaset di realizzare un ulteriore risparmio di imposte di circa lire 157 miliardi (differenza tra i 243 miliardi ottenuti complessivamente e gli 86 miliardi derivanti dal reinvestimento dei soli utili).

L’inconveniente di cui al punto 3 (requisito della novità dei beni) non venne risolto dai chiarimenti ministeriali, tanto che si instaurò il predetto contenzioso tributario. L’Ufficio delle Imposte Dirette di Milano riprese a tassazione un imponibile di lire 217.078.022.468, liquidando, a carico di Mediaset, imposte per lire 52.052.575.000 e irrogando sanzioni per pari importo, per un totale complessivo di lire 104.105.144.000, oltre interessi, da conteggiare a far tempo dagli esercizi 1994 e 1995. Provvidenziale per Mediast fu la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, la quale elaborò una teoria tutta sua: “I film, vecchi per il cinema, potevano beneficiare delle agevolazioni della Legge Tremonti, in quanto nuovi per la televisione” (Tombola!).

Chissà se il governo italiano impugnerà la sentenza. Oppure queste cose avvengono solo per i piccoli contribuenti?

Ultim’ora
Citati in giudizio autori ed editore del libro

A giornale in stampa, apprendiamo che l’On. Giulio Tremonti ha citato avanti il Tribunale civile di Roma l’On. Elio Veltri, il giornalista Marco Travaglio, la casa editrice Editori Riuniti e la commercialista Vanna Mottarelli per il capitolo sulla Legge Tremonti del libro L’odore dei soldi, chiedendo un risarcimento danni, in solido, pari a un miliardo di lire. Nel darne la notizia, in un comunicato diffuso alla stampa nella giornata di mercoledì 18 aprile 2001, la commercialista ha dichiarato: «È impressionante come la libertà di opinione e un’analisi giuridica interpretativa possano essere così fortemente imbavagliate da minacce che provengono da persona che ha rappresentato le più alte cariche dello Stato».