Archivio per la categoria ‘tutti i processi di berlusconi’

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SAN MARINO, ‘ PARADISO’ DEI FONDI NERI FININVEST

Repubblica — 28 febbraio 1996   pagina 12   sezione: POLITICA INTERNA

MILANO – Un paradiso bancario dove si può andare a piedi, un’ isola del riciclaggio all’ interno dei confini nazionali: seguendo le tracce dei fondi neri della Fininvest, il pool Mani Pulite scopre che la ‘ lavanderia’ dei miliardi era a portata di mano, nella Repubblica di San Marino. Un dirigente della Cassa di risparmio di San Marino è infatti indagato per riciclaggio per avere smistato trenta miliardi provenienti dalla contabilità occulta del gruppo di Silvio Berlusconi: si tratta di una fetta consistente dei centocinquanta miliardi di Cct che una fiduciaria milanese comprò per conto del Biscione nel 1990 e di cui da allora si sono perse le tracce. Ma il pool è convinto di avere individuato nella Repubblica del Titano un sistema utilizzato per lavare il denaro di ogni provenienza: e in questi giorni sta preparando un’ offensiva per costringere le banche di San Marino a rispettare le leggi italiane e per colpire le loro ‘ sponde’ . PER UILMO Montanari, funzionario del servizio finanziario della Cassa di Risparmio di San Marino, il momento in cui ha aperto il plico proveniente da Milano non deve essere stato piacevole. Nella sua laconicità, la comunicazione del pm Francesco Greco era fin troppo chiara: invito a comparire per il 26 febbraio negli uffici della Procura milanese, per rispondere dei reati di ricettazione e di intermediazione finanziaria abusiva. Con l’ occasione, si avvisava Uilmo Montanari che contro di lui si procede anche per il reato di cui all’ articolo 648 bis del codice penale: riciclaggio. Un’ accusa pesantissima, che, finora, il pool Mani Pulite aveva contestato solo ad alcuni prestanome craxiani, accusati di avere dirottato i fondi del leader socialista verso i conti cifrati delle bancha caraibiche, e che ora colpisce invece una delle quattro banche-chiave del sistema finanziario sanmarinese. E’ il primo risultato della caccia al tesoro iniziata dalla Guardia di finanza nel gennaio scorso, quando si scoprì che dalla Fiduciaria Orefici, rispettabile e riservatissima commissionaria milanese, erano stati acquistati per conto del gruppo di Berlusconi una quantità impressionante di certificati di credito del tesoro. Per accertarne l’ impiego, le “fiamme gialle” hanno messo a frutto l’ esperienza maturata durante un’ altra caccia, quella dei Cct dell’ Enimont. Stavolta il compito è stato più difficile: i Cct della Fininvest sono moltissimi, circa seimila, e sono stati messi all’ incasso da numerose banche diverse. Ma, con il tempo e la pazienza, i risultati sono arrivati. E l’ indagine si è scontrata con i segreti di San Marino. La sensazione del pool è di aver messo le mani su uno snodo di grande importanza, e non solo per le indagini di Tangentopoli. Frugando nelle cronache, d’ altronde, si scopre che per due volte, in campi diversissimi, le inchieste della magistratura italiana erano arrivate a puntare i riflettori su San Marino. Al Credito Industriale sanmarinese venivano custoditi i fondi neri del Sisde, gestiti dai funzionari del “servizio” finiti in carcere militare. E nelle Banca agricola di San Marino trovavano ospitalità i miliardi di Umberto Orio, narcotrafficante, il corrispondente in Lombardia dei signori della cocaina colombiani. Perché, si è chiesto il pool, tanta simpatia per le banche della minuscola città-Stato? Così si è scoperto che la convenzione bancaria tra l’ Italia e San Marino è sostanzialmente lettera morta, da sempre. Da due giorni, funzionari dell’ Ufficio Italiano Cambi restano chiusi negli uffici della Procura milanese, per concordare con il pool le contromosse. Per il momento, comunque, il dottor Montanari ha declinato l’ invito a presentarsi. Il suo difensore, il penalista napoletano Gustavo Panzini, ha inviato una memoria difensiva: c’ è scritto che a portare a San Marino i Cct non fu la Fininvest ma un intermediario, e che della provenienza lecita o illecita dei titoli la banca non ha mai saputo nulla. Nel caso che la Procura abbia domande più precise da fargli, Montanari fa sapere di essere a disposizione: con i limiti, naturalmente, del segreto bancario di San Marino. – di LUCA FAZZO

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/falso-in-bilancio.htm


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Le leggi “ad personam“:

3. La depenalizzazione del falso in bilancio


La legge penale sul falso in bilancio, prima della riforma, era troppo generica e si prestava a degli abusi inaccettabili da parte dei magistrati. Succedeva troppo spesso che un Pubblico Ministero instaurava un procedimento di falso in bilancio anche in casi in cui palesemente non c’era stato alcun danno per le imprese. Se ad es. nel bilancio di un’impresa un manager commetteva una qualsiasi imprecisione o irregolarità, anche di pochissimo conto e senza che questa avesse causato il minimo danno ad alcuno o all’impresa era passibile di falso in bilancio al pari di chi invece si era intascato miliardi.
I pubblici ministeri ne approfittavano per chiamare in causa qualsiasi dirigente o imprenditore quando non avevano altro tra le mani e servivano prove. Non abbiamo niente? Beh, non importa, avrà pure commesso un piccolo errore di contabilità, quindi anche se non abbiamo prove per un reato, possiamo schiaffarlo in galera con la bellissima legge sul falso in bilancio.

 

Un principio fondamentale di diritto comune dice che se non c’è un danno non ci dovrebbe essere neppure il reato. Ebbene la legge è stata migliorata in modo da eliminare questi abusi e queste esagerazioni palesemente assurde. Adesso per poterci essere un falso in bilancio che abbia una rilevanza penale occorre che questo falso in bilancio abbia DANNEGGIATO l’impresa o terzi, altrimenti è irrilevante, come è giusto che sia.

Alla luce di queste precisazioni diviene ovvio come sciocchezze di minima rilevanza non possono costituire un “falso in bilancio” per un’impresa che fattura migliaia di milioni di euro.

La Sinistra, pur essendo stata a favore della riforma prima che riguardasse un processo su Berlusconi, ha cambiato immediatamente idea non appena si è profilata l’ipotesi che Berlusconi potesse essere condannato di falso in bilancio per irregolarità di lievissima entità che in ogni caso non avrebbero danneggiato alcuno, essendo l’azienda di sua proprietà.

La riforma prevede che il falso in bilancio deve causare un danno economico all’impresa e che questo non sia irrisorio, appunto per evitare l’uso distorto che i magistrati hanno fatto di questo reato per colpire chi altrimenti non potevano colpire in altro modo. Il danno deve esserci e deve consistere il almeno l’1% del fatturato. Le pene inoltre sono aumentate in modo notevole.

Dire che in Italia Berlusconi ha tolto il reato di falso in bilancio pertanto è il solito slogan falso dei soliti ipocriti.
Non è neanche depenalizzato, perchè addirittura viene punito con maggiore severità.
E’ stato invece giustamente tolto uno strumento criminale a dei magistrati in mala fede.


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articolo originale:

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=43799

previti

 

 

Milano, 22-11-2003

Cesare Previti è stato condannato a 5 di reclusione, Squillante a 8 anni, Pacifico a 4 anni, l’ex giudice Verde è stato assolto. Cesare Previti, e Attilio Pacifico e Renato Squillante, sono stati condannati per il reato di corruzione semplice (e non in atti giudiziari come chiesto dall’accusa), per il versamento di 434 mila dollari avvenuto nel 1991.

Sono stati invece assolti “perché il fatto non sussiste” per l’altro capo d’imputazione: la mancata vendita della Sme alla Cir di Carlo De Benedetti.

Previti: la sentenza Sme non è stata comprata
“La sentenza Sme non è stata comprata, dice la verità giudiziaria di oggi, intesa come verità conclamata da una sentenza. Una verità che esisteva
anche prima del processo”. Così Cesare Previti, intervistato da Radio24, commenta la sentenza del processo Sme.
Annunciando l’ impugnazione in appello per la parte per cui è stato condannato, Previti, alla domanda se per l’ accusa questa sentenza rappresenti un sconfitta, risponde: “questo lo lascio dire a voi”.

Per Squillante corruzione in atti giudiziari
Il solo condannato per corruzione in atti giudiziari è l’ex capo dei Gip della capitale Renato Squillante che, nella sua qualità di pubblico ufficiale, avrebbe ricevuto i 434 mila dollari nel 1991. Previti e Pacifico, invece, sono stati condannati per corruzione semplice. Il capo d’imputazione per il quale sono stati condannati fa riferimento al versamento dei 434 mila dollari e al fatto che Renato Squillante fosse “costantemente retribuito” dagli altri imputati.

Le assoluzioni
Sono stati tutti assolti, sia pure con formule diverse in parte anche relative alla prescrizione, i quattro imputati minori del processo Sme. Si tratta dei figli di Squillante, Fabio e Mariano, della nuora Olga Satchenko e dell’ex pm Francesco Misiani. L’ex pm romano Francesco Misiani, ora avvocato, è stato assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di favoreggiamento. Per i figli dell’ex capo dei Gip della capitale, Renato Squillante, Mariano e Fabio, è stato dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato in quanto sono state loro concesse le attenuanti generiche. Assolta, infine, perché il fatto non costituisce reato, la moglie di Squillante, Olga Savtchenko. Tutti e tre erano accusati di favoreggiamento. Assolto “perché il fatto non sussiste” per la vicenda Sme anche l’ex magistrato romano Filippo Verde.

Interdizione e 1 mln danni a Presidenza del Consiglio
Le pene inflitte oggi dai giudici della prima sezione del tribunale penale comprendono anche per Cesare Previti e Renato Squillante l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Per Pacifico Attilio l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Pacifico e Previti vengono interdetti dall’esercizio della professione di avvocato per cinque anni. I tre imputati sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni non patrimoniali e morali causati alla parte civile costituita, la Presidenza del Consiglio, nella misura di un milione di euro, e al pagamento di una provvisionale, immediatamente esecutiva, determinata in 300 mila euro. Condanna, inoltre, alla rifusione delle spese di costituzione e difesa, che si liquidano in favore della stessa parte civile nella misura di 130 mila euro.

Difesa: in atti c’è la prova di innocenza
“Agli atti c’era la prova dell’innocenza dell’onorevole Previti, non è possibile essere contenti per mezza assoluzione dal momento che Previti e’ stato condannato per una sola delle accuse a una pena inferiore rispetto a quella richiesta dal pm”. E’ il commento di Giorgio Perroni, difensore di Cesare Previti, alla sentenza emessa dai giudici di Milano. “Speriamo nel giudizio di appello, speriamo in un collegio più sereno” aggiunge Perroni, il quale spiega anche “prendere atto che i giudici non si sono appiattiti sulle richieste della Procura e hanno emesso una sentenza che si differenzia dai pm”.

Verde: finalmente si capirà chi sono
“Finalmente si capirà chi sono”: questa la prima reazione dell’ex magistrato romano Filippo Verde dopo la notizia della sua assoluzione, perché il fatto non sussiste, per la vicenda Sme. “E’ la notizia più bella che potevo ricevere”, ha detto l’avvocato Renato Borzone, riferendo la parole del magistrato a cui ha dato la notizia per telefono. Borzone ha sottolineato come questa, dopo quella nel processo Imi-Sir e un’ altra assoluzione riportata a Perugia, sia la terza volta che Verde viene dichiarato innocente.

Pisapia annuncia ricorso
Annuncia ricorso l’avvocato Giuliano Pisapia, legale di parte civile della Cir, dopo la sentenza del processo Sme. “Siamo soddisfatti a metà – dice l’avvocato – c’è comunque una condanna di corruzione anche con soldi provenienti da Fininvest”.

Avvocato di Pacifico: “amareggiato”
“Per me si tratta di una mezza sconfitta, mi aspettavo una assoluzione completa. Sono amareggiato per una sentenza di condanna laddove non è stata raggiunta la prova della colpevolezza”. Questo il primo commento dell’avvocato Alfredo Quattrocchi, difensore di Attilio Pacifico. “L’avvocato Pacifico – dice il legale – è estraneo alla Fininvest e a certi giochi di potere”.

Ghedini: sentenza milanese, nulla cambia per il premier
“E’ una sentenza milanese: negativa per la parte in cui è stata pronunciata condanna per corruzione dal momento che non vi è prova; neutra per la parte relativa all’assoluzione degli imputati dalla vicenda Sme, dal momento che l’ innocenza era palese e mi pare, quindi, che l’assoluzione sia un atto dovuto”: così l’ avvocato Niccolò Ghedini, deputato di Forza Italia e difensore di Silvio Berlusconi, ha commentato la sentenza di oggi emessa a conclusione del processo Sme. “In ogni caso – ha concluso Ghedini – è una sentenza che non cambia la posizione di Silvio Berlusconi nel processo stralcio”.

articolo originale:

http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2007/02/23/5463935-LODO-MONDADORILA-SENTENZA.shtml

Milano, 23 febbraio 2007 – Cesare Previti è stato condannato per il lodo Mondadori a 1 anno e 6 mesi di reclusione che si aggingono con il meccanismo della continuazione ai 6 anni di reclusione avuti per il caso Imi-Sir.

Stessa sorte per Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, 1 anno e 6 mesi in più. 2 anni e 9 mesi in più rispetto al caso Imi-Sir al giudice Vittorio Metta. La sentenza è stata emessa dai giudici della III sezione della Corte d’Appello di Milano dopo 5 ore di camera di consiglio.

“È un verdetto che non condividiamo nella maniera più assoluta e che speriamo di ribaltare in Cassazione”. È il commento di Giorgio Perroni, avvocato di Cesare Previti.

Alla base del processo sul Lodo Mondadori, un pacchetto di azioni in mano alla famiglia Formenton che passarono alla Fininvest grazie ad una sentenza della Corte d’Appello che, secondo l’accusa, sarebbe stata ‘aggiustata’.

Una storia di presunte sentenze comprate che avevano assegnato il gruppo editoriale di Segrate alla Fininvest, ai danni della Cir di Carlo De Benedetti. Lavicenda del lodo arbitrale sul contratto Cir-Formenton inizia nel 1989, quando tre arbitri vengono incaricati di dirimere la controversia, traCarlo De Benedetti e la famiglia Formenton, che riguardava la vendita alla Cir da parte di Formenton di 13milioni e 700mila azioni Amef(Arnoldo Mondadori Editoria Finanziaria) contro 6milioni e 350mila azioni ordinarie Mondadori.

Il lodo arbitrale fu favorevole alla Cir. Il 24gennaio 1991, però, la Corte d’Appello di Roma, presieduta dal giudice Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini, dichiarò che l’intero accordo, e quindi il lodo arbitrale, era da considerarsi nullo. Da allora, le tappe dell’infinito processo, che peranni si è intrecciato a quello Imi-Sir, hanno visto sempre Cesare Previti respingere ogni accusa.

articolo completo:

http://www.uonna.it/conclusioni-488-536.htm

 

LE DISPONIBILITA’ FINANZIARIE DEL GIUDICE VITTORIO METTA A
PARTIRE DALL’ ANNO 1990
A-ANALISI DELLA SITUAZIONE ECONOMICA DEL GIUDICE V. METTA
Come visto nei capitoli precedenti, nell ‘ anno 1990 , dunque , il giudice Vittorio Metta è giudice
relatore , pressoché in contemporanea , di due delle controversie civili più importanti della “ storia
giudiziaria “ della Corte di Appello di Roma , sia sotto il profilo economico che sotto quello politico
e sociale : Imi-Sir ( assegnato all’ imputato nell’ autunno 1989 ) e impugnazione del “Lodo
Mondadori “ (assegnatogli nella estate del 1990 ).
Ed è proprio a partire dall’ anno 1990 che il giudice Metta diventa “ improvvisamente “ molto
ricco , iniziando a versare , sui conti correnti bancari a lui riconducibili , sempre più consistenti
somme di denaro , tutte rigorosamente in banconote da 50.000 o 100.000 Lire ; o anche a disporre
di altre ingenti somme che neppure transitano dai suoi rapporti bancari conosciuti ma che
improvvisamente “ appaiono “ tra le mani dell’ imputato .
Sulla base della documentazione in atti risulta in modo inequivocabile che l’ allora giudice Metta
ebbe a versare sui suoi conti correnti , nell’ arco di poco più di due anni , ben 619 milioni di
lire in contanti ; somma alla quale bisogna aggiungere quella di altri 400 milioni di lire non
transitata sui suoi conti correnti e utilizzata nell’ Aprile del 1992 per pagare la caparra relativa
all’ acquisto di un appartamento in Roma , intestato alla figlia Sabrina . Non solo : anche buona
parte dei lavori di ristrutturazione di questo appartamento e di altre unità immobiliari nella
disponibilità dell’ imputato , risultano pagati , come si vedrà , con somme di denaro contante non
prelevate dai conti correnti bancari ma apparse , anch’ esse, nella improvvisa disponibilità dell’
imputato .